Metaldays 2018 (primo giorno) – un inizio infuocato con i Behemoth
Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik, Primož Novak
Foto: Nina Grad, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc
Luogo: Tolmin, Slovenia
Data del concerto: 23.07.2018
Numero di spettatori: 12.000
Prezzo del biglietto: 150,00€ (abbonamento per l’intera settimana)
Tornare ogni anno al Metaldays, che dal 2004 piazza anche la Slovenia tra i paesi dei grandi festival metal, è sempre un gran piacere. Con gli anni il Metaldays è diventato esattamente ciò che promette il suo slogan, perché trasforma Tolmin in una vera settimana di vacanze metal, e quest’anno per la prima volta il festival è andato sold out prima ancora di cominciare. Lo staff organizzativo si inventa ogni anno qualche novità, per lo più molto gradita: stavolta, per dire, la vista domenicale sulla radura piena zeppa di tende era un benvenuto bellissimo. Anche quest’anno il festival ha proposto già il sabato una serata »warm up«, mentre la domenica è stato il primo vero giorno di festival, con le band sul palco New Forces. Noi abbiamo iniziato con i concerti il lunedì.
Il nostro Metaldays 2018 è partito con l’assalto tossico dei thrasher bavaresi Dust Bolt. Il quartetto tedesco col suo thrash non dice niente di nuovo, ma con energia cruda e un’esecuzione eccellente si è preso in un attimo qualche centinaio di teste sotto il palco. In passato era successo di rado che già le prime band del secondo palco richiamassero un pubblico così numeroso, mentre quest’anno è stato più la regola che l’eccezione. Un fatto che testimonia chiaramente l’alta qualità del programma musicale del palco Boško Bursać e, allo stesso tempo, un indicatore evidente del sold out di questo Metaldays. Tutto questo ha fatto comodo anche ai Dust Bolt, che sotto il palco hanno subito scatenato un vero delirio di mosh, e sul palco si scoppiava di energia, visto che l’headbanging attorno ai manici delle chitarre sembrava non finire mai. Come genere i Dust Bolt sono vicinissimi soprattutto ai connazionali Kreator, ma aggiungono alla loro musica influenze del thrash della Bay Area e a tratti persino dell’hardcore, e l’eventuale mancanza di originalità la compensano con esplosività e un’irruenza giovanile che, tra i thrasher di nuova generazione, riescono a eguagliare solo band come Crisix e Lost Society.
In acque musicali completamente diverse ci hanno portato gli americani Pillorian, guidati da John Haughm, ex mente degli ottimi Agalloch, formazione americana folk/doom/black metal. Quella band si è sciolta due anni fa: Haughm con i Pillorian si è spostato verso il black metal, mentre gli altri tre membri portano avanti la storia musicale degli Agalloch nei Khorada. Al Metaldays i Pillorian hanno presentato in una luce cupa il debutto dell’anno scorso, Obsidian Arc, dimostrando di non essere solo degli Agalloch 2.0. La nuova creatura di Haughm è infatti molto più cattiva, rabbiosa e sprezzante della sua più delicata predecessora. Il cuore nero dei Pillorian batte infatti sui ritmi del black metal tradizionale, anche se gli americani hanno dimostrato che distinguerli dal black metal classico puro non è difficile. Gli spiriti del passato musicale di Haughm sono infatti più vivi che mai e saltano fuori soprattutto nelle melodie di chitarra spaventose, nell’atmosfera malinconica e nelle urla penetranti e nichiliste di Haughm. Già la seconda sorpresa piacevolissima di fila.
Cosa che non si può dire del tutto dei successivi protagonisti, i grinder cechi Jig-Ai: hanno offerto esattamente quello che ti aspetti da una band che suona grind e per giunta viene dalla Repubblica Ceca. Il trio praghese ha sfoderato una scarica di goregrind autentico ma piuttosto generico, pieno di ritmi polka, blast e batterie d-beat, uscite spastiche e idee malate. Come i loro connazionali Spasm, Rectal Smegma o Gutalax, anche i Jig-Ai offrono una vera gamma, ehm, di idee interessanti su groupie ninja, bukkake, fluidi corporei e orifizi. Con testi che farebbero ribollire il sangue alle femministe. Cantati, in perfetto stile, come se uscissero dalla gola di un cinghiale rabbioso della foresta. Il disgusto praghese era cucito sull’imene dei fan del goregrind, ma i nostri mascalzoni del Prekmurje, i Vulvahtrone, in questo genere lo spingono molto meglio e con più grinta.
Mentre sul palco »nel bosco« si bolliva già allegramente, anche il palco principale si è finalmente svegliato, alle cinque e mezza del pomeriggio. Ci sono saliti gli austriaci Moros. Una band con oltre dieci anni di militanza, che mescola elementi di death metal e thrash. In tasca ha un solo album in studio, »Lakeside Terrorfrönt«, uscito nel 2014. L’anno scorso avevano già suonato a Tolmin, nella giornata di warm up del festival. Performance solida e compatta. I brani Skeleton King, Lakeside Terrorfrönt, 7 P.M. e Psychotic Maniäcs prendono con foga e con carattere. I ragazzi sono sicuri di sé, anche se col loro lavoro non aggiungono nulla di sconvolgente all’abecedario del metal, ma quello che fanno lo fanno con cuore e dedizione. Soprattutto era uno spasso guardare il cantante Mons, che con gli occhi psicoticamente stralunati sotto il cappellino da baseball, in pieno sole pomeridiano, con la faccia paonazza e le vene del collo tese, tra un grugnito e l’altro faceva capire che il sole del lunedì pomeriggio si era accanito senza pietà sull’area del festival.
L’esibizione degli olandesi Vuur ha radunato davanti al palco già parecchi curiosi. Si tratta di una band nata due anni fa attorno alla cantante (ormai quasi famosa) Anneke Van Giersbergen (ex-The Gathering). Una di quelle artiste di cui molti musicisti vorrebbero la voce sui propri dischi, e che è conosciuta benissimo, tra gli altri, dagli amanti di Devin Townsend e Ayreon. Anekke ora ha la sua band, e in tasca anche un debutto in studio, »In This Moment We Are Free – Cities«, uscito l’anno scorso. Anche se i testi promozionali li spingono nel prog metal, i Vuur sembrano un collettivo a cui del metal non importa granché. I brani sono stratificati e movimentati, e spicca ovviamente la sperimentazione vocale di Anneke, che stavolta ci mette davvero l’anima e si prende totale libertà nell’espressione vocale e nel risultato complessivo. Imbracciando una Gibson serie SG, Anekke con il suo carisma vocale è la calamita principale della band, a cui però nella musica manca solo un po’ più di riconoscibilità, cioè un po’ più di focus compositivo, che in altre parole significa anche un po’ più di sicurezza creativa come autori. Ha impressionato soprattutto il batterista Ed Warby, già nei Ayreon e nei Gorefest, che ha colpito per precisione e varietà. Una band con del potenziale creativo per il futuro e un’ottima variazione nel programma del festival. Di sicuro un gruppo che con i prossimi lavori in studio crescerà artisticamente. La band sviluppa anche un groove ritmico concreto che, con la gradita intonazione più bassa dei riff di chitarra massicci, graffia in modo soddisfacente. Il gruppo ha presentato il debutto in studio e ha chiuso il concerto con il brano dei The Gathering Strange Machines.
Hecate Enthroned sono leggendari metaller estremi del Galles. Oggi nel sestetto, dei membri della formazione originale, c’è il chitarrista Nigel Dennen, seguito a ruota per anzianità dal bassista Dylan Hughes e dal chitarrista Andy Milnes. Questo trio forma il nucleo della band anche nella nuova era, in cui il gruppo, di radici black metal, ha cominciato a portare nella sua musica sempre più direzioni death metal. Anche se sono sulla scena da tempo, gli Hecate Enhtroned in fatto di album sono piuttosto pigri. L’ultimo, »Virulent Rapture«, è uscito nel 2013, mentre tra questo e il predecessore »Redimus« (2004) è passato quasi un intero decennio. La band promette da un bel po’ un nuovo album in studio e l’attuale cantante Joe Stamps, che usa un growl piuttosto particolare, diciamo «gracchiante», in una delle pause durante l’esibizione a Tolmin l’ha anche detto ad alta voce. Così il gruppo si è lanciato nell’esecuzione di un brano del tutto nuovo, Revelations in Autumn Flame. Anche con questo pezzo la band si aggrappa a riff rudimentali, cioè old school, che mantengono il contatto con le radici, e allo stesso tempo si cura di uno sviluppo di alto livello musicale, che di norma caratterizza le sue composizioni. La band si è tolta di dosso tutta la nomenclatura di trucco e kitsch black metal che un tempo la accompagnava e con cui a quei tempi «provocava» con successo, per esempio, i suoi «compagni di sventura» generazionali, i molto più chiacchierati Cradle of Filth. Anche quel periodo è stato toccato a Tolmin, e così è risuonata, tra le altre, Dark Requiems and Unsilent Massacre, tratta dall’omonimo secondo album in studio della band. Il gruppo ha mostrato grande compattezza sul palco e affiatamento durante il concerto, di certo frutto di una ricca esperienza e di un lungo chilometraggio. Il concerto è stato accompagnato da condizioni sonore eccellenti ed è stato quasi esclusivo, visto che ultimamente è difficilissimo beccare la band sui palchi.
In un clima ben più raffinato è trascorsa la prima visita di quest’anno al palco New Forces, dove a fine pomeriggio ci siamo fatti strada attraverso la nebbia delle paludi, dopo una breve gita nelle idilliache città belghe di Gand e Bruges, da cui vengono i melodic death metaller Reject the Sickness. Il quintetto ha pubblicato questa primavera il secondo album in studio, The Weight of Silence, che in poco meno di mezz’ora ha presentato con grande violenza. I ragazzi hanno convinto sul palco con vivacità e agilità, un po’ meno con la loro proposta musicale, a cui non si può rimproverare nulla, ma che allo stesso tempo non si stacca in niente dalla grigia media del diluvio di band che suonano allo stesso modo.
Molto più piacevole è stata invece la nebbia delle paludi di Lubiana con i Morost. La ragazza e i ragazzi hanno presentato in una buona mezz’ora, di nuovo davanti a un pubblico purtroppo poco numeroso, la loro visione di death/black metal atmosferico, caratterizzata da ritmi spezzati, parti di chitarra atmosferiche, una sezione ritmica movimentata e la voce cruda e tagliente di Jonas. I pezzi del debutto Solace in Solitude hanno convinto ancora una volta, e ancora di più le novità come la progressiva The Conundrum, un po’ meno le tastiere dal suono più scadente e la disperante staticità della band, che sul palco sta ancora lì come piantata. Stuzzicarci con i pezzi nuovi, poi, è già proprio sfacciato: aspettiamo il nuovo album!
Jinjer sono un quartetto metalcore ucraino che lo scorso settembre ha aperto il concerto degli stranoti Arch Enemy alla Cvetličarna di Lubiana, proprio nel giorno della finale in cui la Slovenia ha battuto la Serbia e ha così conquistato tutta l’Europa del basket. La pantera vocale in nero avvolta nel mistero, Tatiana Shmailyuk, che dall’aspetto non sembra per niente ucraina, è il principale generatore di fascino della band. Sul piano vocale non ha segreti. Dai versi cristallini, dolcemente sognanti, fino al growl feroce e sinistro. Tutto questo la band lo incastona con abilità nella sua cinetica groove velenosa. Per una donna, un growl convincente e abbastanza »robusto«. A differenza delle figure sceniche statiche del chitarrista e del bassista, Tatiana è una vera »atleta«, che con le sue corse dinamiche ha sfruttato ogni angolo dello spazio del palco. La band punta tutto sulla melodicità contagiosa dei brani. I pezzi si basano su un muro di riff accordato più in basso, sostenuto da una cinetica ritmica voluminosa, sempre attiva e dinamica. Una band tecnicamente molto rifinita, che quindi ha un potenziale di sviluppo. Anche nel campo della sperimentazione: la domanda è quanto si azzardino e osino. La traccia musicale collaudata che occupano oggi apre loro lo spazio verso il pubblico, e dopo la convincente prova festivaliera a Tolmin il numero dei loro seguaci è sicuramente cresciuto. La band ha suonato, tra le altre: Words Of Wisdom, Who’s Gonna Be The One, I Speak Astronomy, Pisces, Outlander, Cloud Factory e Bad Water.
La sorpresa in assoluto più bella e inaspettata è arrivata quando sul palco si sono ammassati tutti e sei i membri degli headliner del lunedì del palco New Forces, gli americani Oubliette. Il nome dal suono francese indica un tipo di prigione, ovvero cella buia, il cui unico accesso è una botola nel soffitto, e davvero gli americani, come si addice al nome, per tre quarti d’ora hanno inchiodato sul posto un paio di centinaia di teste sotto il palco con un melodic black metal di altissimo livello. Il nucleo degli Oubliette è formato dai coniugi Mike (chitarra; Inferi) ed Emily (voce) Low, e accanto a loro nella band suonano soprattutto membri della formazione black/death Enfold Darkness. Gli Oubliette hanno pubblicato il secondo album in studio, The Passage, proprio prima dell’inizio del Metaldays, l’hanno presentato quasi per intero anche a Tolmin e con un’esecuzione di altissimo livello hanno lasciato letteralmente a bocca aperta. La ragazza e i ragazzi sono come genere vicini a band come Thulcandra e ai canadesi Frostbite, e si distinguono per la voce di Emily, feroce ma chiara e nitida, una sezione ritmica potente e una ricca atmosfera intessuta da ben tre chitarre, che oscillano con maestria tra brutalità in tremolo, riffing epico e melodie pentatoniche abilmente costruite. Gli Oubliette sono la prova che lo stato americano del Tennessee, musicalmente, non è solo country-achy-breaky-heart, ma ha evidentemente una forte scena metal estrema underground. Per gli Oubliette è stato il primissimo concerto in terra europea e spero davvero che non sia l’ultimo, perché la loro esibizione del lunedì mi è rimasta in mente come una delle più belle del festival di quest’anno.
Con gli inglesi Ingested sul secondo palco ci si è assicurati che anche i seguaci della musica brutale moderna avessero il loro pane. Si tratta infatti di una band che si serve di elementi di brutal death metal e deathcore. Si potrebbero descrivere anche come slamming deathcore. Gli Ingested hanno quindi servito chitarre e batterie veloci, voce ringhiante e ovviamente breakdown, cosa che al pubblico caldo nelle prime file è andata decisamente a genio, tanto da far partire qualche moshpit. Con gli Ingested forse non si tratta di un picco, ma è stata comunque una variazione gradita nel programma del festival.
I polacchi Hate anni fa venivano descritti come i Behemoth »baby«, quando dal brutal death metal hanno virato verso il blackened death metal, che evidentemente era più digeribile per un pubblico più ampio. Le associazioni con i Behemoth sono tornate anche stavolta, ma dietro agli Hate c’è qualcosa di più, e definirli una pallida copia dei Behemoth sarebbe ingiusto. La band ha servito un death metal senza compromessi, che ricorreva anche a mezzi black metal. Formula collaudata, ma al gruppo si vedeva il lungo chilometraggio. L’affiatamento era più che solido, a tratti il batterista Pavulon (Vader, Decapitated), molto veloce, ha faticato e ogni tanto gli è mancata un po’ di precisione. L’accento era ovviamente sugli ultimi album; per qualcosa di più bisognerà beccare la band in un club.
Il palco principale era riservato ancora ai fan del progressive. La band progressive rock norvegese Leprous negli ultimi anni è diventata una delle più acclamate della scena prog. All’inizio hanno convinto come band di accompagnamento del magnate del black metal Ihsahn, ma poi si è capito che i Leprous devono funzionare come band indipendente, perché sono troppo ambiziosi. Dietro questa ambizione c’è il cantante/tastierista Einar Solberg, che ha mostrato capacità vocali eccezionali. Il gruppo ha puntato soprattutto sul materiale dell’ultimo album Malina (2017). Con ciò che ha suonato ha dimostrato anche un ottimo affiatamento e grande precisione. Del ritmo sbilenco si è occupato il giovane batterista Baard Kolstad, a cui non mancavano mai le idee per condire anche le parti più semplici dei brani. Oltre all’affiatamento strumentale va lodata la polifonia vocale, impeccabile. Con questa esibizione i Leprous hanno dimostrato di essere una band operaia, che si impegna a fondo per ogni concerto.
Sul palco principale, dopo i »cerebrali« Leprous, gli scozzesi Alestorm hanno completamente »girato« il disco. Questi, come qualche altra band nello stesso festival, in tutti gli anni di attività hanno ormai da tempo ricevuto il loro numero di inventario, e così prima dell’inizio del concerto battaglioni di spettatori assetati di festa si sono riversati inarrestabili verso il palco. Di gran lunga il pubblico più numeroso fino a quel momento se lo sono goduti sul palco principale gli Alestorm. Era prevedibile.. Il power metal clichéd, che per quanto riguarda la poesia potrebbe stare in qualche jingle pubblicitario di un produttore di alcolici, ultimamente vive quasi una serie di autoparodie. La band ormai si trascina sul palco una gigantesca scultura gonfiabile di papera, che verso la fine del concerto fa surfare tra il pubblico. Sullo sfondo c’è uno striscione con due banane da cui spuntano due teste di oca. Qualcosa del genere l’avevamo vissuto dieci giorni fa al festival tedesco Bang Your Head!!!, dove però il festival è frequentato da una clientela piuttosto diversa da quella che troviamo al Metaldays. Gli Alestorm sono in fondo uno dei »creatori« della clientela del Metaldays. La loro marcia da baldoria ha infilato una serie di assalti alla birra: Keelhauled, Alestorm, Mexico, The Sunk’n Norwegian, Nancy the Tavern Wench, Rumpelkombo, Hangover, Captain Morgan’s Revenge, Drink in Fucked With an Anchor. Un parco divertimenti del cinismo di scozzesi in pantaloncini corti, burloni del power metal. La gente si scatenava e in effetti, se non prima, a un concerto così ti rendi conto di tutta l’unicità generata dall’energia e dalla vibrazione della doppia confluenza a Tolmin, che dà al Metaldays il suo marchio di unicità. La folla nella settimana di festival che stava per arrivare si è quindi sfogata per la prima volta in modo blasfemo e senza freni. Prevedibile. Con mosse a tratti davvero assurde, gli Alestorm tirano fuori un momento di pura presa in giro e follia, incarnato anche dalla figura stessa del leader Christopher Bowes. E questo evidentemente fa breccia. Christopher non è solo un cantante del tutto medio, cosa di cui è consapevole lui stesso, ma con la sua attività scenica continua gli capita volentieri di sbagliare qualche nota sulle tastiere, cosa che rientra semplicemente nelle gag e nelle abitudini della band. Il tipo attirava l’attenzione anche con una maglietta bianca con la scritta: »I Got Lost in the Gay Dolphin«.
Gli americani Skeletonwitch tre anni fa hanno dato una delle notizie più spiacevoli, quando hanno accompagnato alla porta, a quanto pare per troppe occhiate dentro la bottiglia, il carismatico barbuto Chance Garnett, voce della band. Per un po’ il destino del gruppo è stato appeso a un filo, ma si sono ripresi e hanno stabilizzato i ranghi con il nuovo cantante Adam Clemans (Wolvhammer). Qui la fanbase si è spaccata in due: alcuni non riescono a superare l’addio di Chance, altri hanno accolto Clemans a braccia aperte. Personalmente sto dalla parte dei secondi, anche se non nego che l’assenza di Chance, che già con l’aspetto convinceva di essere uno strisciato fuori dalla foresta verso la civiltà dopo qualche decennio, si senta parecchio. Eppure Adam è entrato con coraggio in scarpe molto grandi e con gli Skeletonwitch ha già registrato il potente EP The Aphotic Gloom e il freschissimo album Devouring Radiant Light, uscito solo pochi giorni prima dell’inizio del Metaldays. L’esibizione degli Skeletonwitch è stata quindi per lo più sotto il segno di entrambi i lavori con Clemans, che dal vivo, come tutta la band, ha convinto con un’energia sfrenata, anche se con lui dal vivo gli Skeletonwitch suonano un po’ più «seri» e «maturi», e soprattutto Clemans con la sua voce, più che a una stampede scatenata di death/thrash metal, avvicina musicalmente la band all’oscurità del black metal. Ciononostante gli Skeletonwitch hanno regalato una delle migliori scariche di energia del festival, ancora una volta ha convinto con i suoi guizzi di chitarra al galoppo il duo Garnette/Hedrick, e i pezzi nuovi, soprattutto Well of Despair, Red Death, White Light, Fen of Shadows e Temple of the Sun, hanno messo a dura prova i muscoli del collo. Se ci aggiungi classici come la scarica di due minuti e mezzo Beyond the Permafrost e l’eterna I Am Death (Hell Has Arrived), il quadro è perfetto e gli Skeletonwitch si sono senza dubbio iscritti tra i migliori protagonisti di quest’anno.
Ancora più che per gli Skeletonwitch, lo spazio sotto il palco Boško Bursać si è riempito quando ci sono saliti i veterani del black metal norvegese Carpathian Forest, che non visitavano la Slovenia da un’eternità. Il frontman Nattefrost e la sua compagnia hanno regalato un’ora di show di black metal primitivo a tre accordi, che con energia punk e rock ‘n roll ha fatto una vera festa sotto il palco. Ancora di più ha entusiasmato il cult-giullare Nattefrost, che sul palco si comporta come una specie di bambino del black metal. È marciato sul palco già con un enorme croce rovesciata, vestito di una tonaca nera sotto la quale, ovviamente, non aveva niente. Così ci siamo potuti godere cosce nude quando ha alzato la gamba sui monitor, e naturalmente non è mancato nemmeno il culo nudo. Ancora più belle erano le sue mosse di danza strampalate, i discorsi da cazzaro con cui ci ha fatto ridere fino alle lacrime e i numerosi »ugh«. Uno dei concerti più, per usare un eufemismo, interessanti di questo Metaldays. Ugh!
Come per gli Alestorm (e più tardi, sullo stesso palco (per la prima volta), persino per i Behemoth), anche per i folk metaller svizzeri Eluveitie vale che sono una band »di casa« del Metaldays. Mi azzarderei a dire, vista la loro presenza più che frequente al festival, che è stato proprio il Metaldays a costruire loro un nome e che di conseguenza gli Eluveitie sono diventati una band più grande. Nel 2009, quando a febbraio suonavano come supporto del tour dei Kreator, per esempio al Boogaloo di Zagabria non li conosceva nessuno. Oggi tra la guardia dei giovani amanti del metal raccolgono grande popolarità e riempiono grandi arene. Il nonetto però quella sera non ha dato il meglio di quello che sa fare. Prima di tutto non sembrava molto affiatato, e non ha nemmeno offerto caratteristiche sonore corrette. La band ha comunque radunato davanti al palco una folla di migliaia di teste, uno spazio altrettanto pieno zeppo l’avevamo visto poco prima, quando lì facevano casino gli Alestorm, e con un’esibizione un po’ riservata poteva comodamente appoggiarsi al lavoro passato e alle passate epopee trionfali al festival di Tolmin. Chrigel Glanzmann non era quello giusto, forse si sente che è tornato da poco dall’ospedale, per cui gli Eluveitie hanno dovuto saltare qualche festival estivo. La band si presenta anche con una formazione rinnovata, ma questo, nel lavoro professionale che gli Eluveitie fanno, non dovrebbe essere la causa di un concerto meno convincente a Tolmin. Comunque gli Eluveitie hanno tirato fuori l’essenza e, sulle ali dei brani Your Gaulish War, King, Nil, Lvgvs, Quoth the Raven, The Call of the Mountains, A Rose for Epona, Thousandfold e delle immancabili Rebirth e Inis Mona, hanno reso felice il loro numeroso pubblico.
Il primo giorno di festival sul palco Lemmy è stato chiuso in grande stile dai polacchi, anzi, dai veri behemoth, Behemoth. Il montaggio del palco è stato piuttosto lungo, visto che Inferno con la sua batteria sedeva di nuovo su un’alta pedana, e il trio di chitarre aveva a sua volta ognuno il suo podio e enormi microfoni, come ormai d’abitudine, decorati con simboli luciferini. I Behemoth hanno salutato Tolmin stavolta con Ov Fire and the Void, e il seguito è stato in gran parte di nuovo sotto il segno del piuttosto, con l’eccezione dell’infuocata Ora Pro Nobis Lucifer, noioso The Satanist. Perché i preparativi di palco fossero così lunghi è stato chiaro subito all’inizio, visto che i polacchi hanno allestito un vero spettacolo di fuoco, pieno di esplosioni a getto e fiammate. Il colpo d’occhio sul palco era davvero spettacolare, ma purtroppo è saltata fuori presto una messinscena disperatamente esagerata e una teatralità eccessiva, che a tratti sfiorano già la parodia. L’esperienza l’ha un po’ rovinata anche un suono piuttosto scadente, debole e impastato, e i discorsi nebulosi di Nergal. I Behemoth si sono comunque riscattati con la presentazione del nuovo pezzo Wolves of Siberia, che troverà posto nel nuovo album, ma purtroppo si tratta di un brano piuttosto mediocre, la logica prosecuzione di The Satanist. La sorpresa più grande è stata quindi l’ospitata di Niklas Kvarforth (Shining) nella cover del classico dei The Cure A Forest, che è venuta fuori piuttosto bene anche se proprio le voci si sentivano piuttosto male. Il grande palco i Behemoth l’hanno così chiuso il primo giorno con un’esibizione solida, buona, ma niente di più.
L’ultimo giorno sul secondo palco ha chiuso gli eventi di lì, nel ruolo di protagonisti principali, i leggendari veterani della N.W.O.B.H.M. Diamond Head. La band che con i suoi album ha plasmato, senza saperlo, quello che oggi è il titano globale del metal, i Metallica. Oggi tutto ruota ovviamente attorno all’unico membro originale e chitarrista Brian Tatler. Due anni fa la band ha pubblicato l’album del ritorno »Diamond Head«, dopo essersi consolidata con un nuovo urlatore, il cantante danese di nome Rasmus Bom Andersen. Quando i Diamond Head salgono sul palco, è chiaro cosa si pretende da loro. Materiale degli anni Ottanta. Il più possibile. La band lo sapeva bene e così ha sbrigato la maggior parte del suo concerto. Tra i pezzi nuovi, che vengono dall’album comunque molto solido »Diamond Head«, abbiamo sentito Set My Soul On Fire e Bones in Diamonds, mentre il repertorio i Diamond Head l’hanno caricato abbondantemente col materiale del cult debutto in studio »Lightning To The Nations« (1980), da cui, oltre alla title track, sono sfilate: Shoot Out The Lights, Helpless, The Prince, l’apertura Play It Loud, verso la fine It’s Electric, Sucking My Love e la conclusiva Am I Evil?, senza la cui esecuzione si sarebbe rischiato un linciaggio sul palco. La band non ha saltato nemmeno l’album »Borrowed Time« (1982) e, oltre alla title track, ha suonato anche In the Heat of the Night, e per un attimo è balenato anche qualcosa dall’album »Canterbury« (1983), quando il gruppo ha eseguito To the Devil His Due. ). I Diamond Head mantengono compattezza e impenetrabilità. Quest’anno annunciano anche un nuovo album in studio! Rasmus Bom Andersen non era così ginnicamente scatenato come l’anno scorso sul palco molto più grande del festival Bang Your Head!!!, dove poteva sfruttare anche l’ampia »catwalk«, ma ha comunque offerto una prova vocale sicura e corretta. Il leggendario quintetto ha regalato un’abbondanza di momenti nostalgici e nelle prime file si potevano contare parecchi spettatori più anziani che, insieme alla band sul palco, rivivevano la nascita del grande boom del metal a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Impagabile. Bellissimo atto conclusivo del primo giorno di festival.
Nina Grad (foto): Dust Bolt, Pillorian, Jig-Ai, Reject the Sickness, Morost, Ingested, Jinjer, Leprous, Skeletonwitch, Carpathian Forest, Behemoth
Sebastijan Videc (foto, video): Moros, Vuur, Oubliette, Hate, Alestorm, Eluveitie, Behemoth, Diamond Head
Aleš Podbrežnik (testo): Moros, Vuur, Hecate Enthroned, Jinjer, Alestorm, Eluveitie, Diamond Head
Primož Novak (testo): Ingested, Leprous, Hate
Rok Klemše (testo): Dust Bolt, Pillorian, Jig-Ai, Skeletonwitch, Carpathian Forest, Behemoth
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