Bang Your Head!!! 2018 (terzo giorno) – I «vampirologi» Powerwolf si infilano gli stivali degli headliner
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data del concerto: 14.07.2018
Pubblico: 12.000
Ultimo giorno! Due band in meno in cartellone rispetto al giorno prima. Si parte alle undici e mezza. Già. Il programma si restringe. Anno dopo anno. Sempre di più, e l’organizzatore non se la passa proprio bene sul piano finanziario. Meno nomi imponenti, e cala anche il numero di band che salgono sul palco. Forse a darne un’ulteriore prova, il terzo giorno, è stata proprio la scelta dell’headliner, che non erano altri che i power metaller tedeschi Powerwolf. Gli stessi che, tre anni e mezzo fa, credeteci o no, suonavano alla Metelkova di Lubiana, nella Gala hala. Be’, andiamo sul posto.
Il meteo ha retto. Anche il terzo giorno si è di nuovo fatto il bagno nel sole. Sul palco c’erano gli Evertale, power metaller tedeschi in giro dal 2006. Corretti. Il quartetto si è presentato con sicurezza, anche se dal punto di vista musicale, o espressivo, non porta proprio niente di speciale. Per una decina d’anni la band ha mancato il treno giusto per guadagnarsi una fama internazionale più ampia, perché poi l’interesse per il power metal si è spento piano piano. Della formazione originale restano il cantante e chitarrista ritmico Matthias Holzapfel, il chitarrista solista Matthias Graf e il bassista Marco Bächle. In squadra c’è un nuovo batterista, Simon Hofmeister. Insomma. L’anno scorso la band ha pubblicato appena il suo secondo album in studio, »The Great Brotherwar«, che ha presentato con grinta e impegno in un set «mattutino» più che solido.
Secondi in scaletta, i veterani del metal britannico venuti fuori dai tempi del famigerato movimento chiamato N.W.O:B.H.M.: i Cloven Hoof. La band, nata nel 1979 a Wolverhampton, l’anno scorso ha pubblicato un nuovo album in studio davvero ottimo, »Who Mourns For A Mornig Star?«. Dei membri originali oggi in formazione c’è l’eterno Lee Payne al basso. Il tizio, vestito da duro e tutto pettinato, è salito sul palco avvolto nella classica «attrezzatura da battaglia» dei giorni della old school (pelle borchiata), quando il metal era ancora giovane e innocente. Nostalgia. Per il resto, il quintetto è completato da una line-up del tutto ringiovanita e rinfrescata: Chriss Coss alla chitarra ritmica, l’eccellente solista Luke Hatton, l’ottimo cantante George Call e Danny White alla batteria. Uno avrebbe voluto vedere almeno Russ North, che nel gruppo era «andato e venuto», ma evidentemente con lui la cosa non ha funzionato per niente. Nel 2009 infatti i Cloven Hoof avevano suonato proprio nello stesso posto, in una formazione completamente diversa, che per anzianità di servizio si agganciava agli anni Ottanta meglio di quella attuale. Comunque sia, la band ha ricreato un’ottima setlist, soprattutto di materiale vecchio, e ha radunato sotto il palco un mucchio di fanatici che gli anni da teenager li avevano passati all’inizio degli Ottanta. Dall’EP »The Openning Ritual« hanno tirato fuori, per dire, la straordinaria mini suite epica The Gates OF Gehenna. E non è finita qui. Una revisione del buon vecchio repertorio in una scarsa ora di show, con Highlander (il cult »Sultan’s Ransome«, 1989) in primo piano, poi dall’album »Dominator« i pezzi Nova Battlestar e la conclusiva Reaching for the Sky. Show da urlo. Chi se l’è perso può anche smettere di andare ai concerti di heavy metal classico. Il debutto »Cloven Hoof« era rappresentato dalla title track e, quasi in coda, dalla scatenatissima Laying Down The Law. In scaletta anche Inquisitor (»Eye of the Sun« 2006), mentre il nuovo album era presente con Time to Burn e Song of Orpheus. I Cloven Hoof sono una band con un’eccellente giurisdizione old school del metal. I riff sono quelli piazzati da maestri. Prendono subito, e la band mantiene la sua presenza cupa. Se ancora non sapete cos’è la vecchia scuola, dovete assolutamente andare a recuperare questa formazione oscurissima, trascurata, ma eccellente. Davvero di culto e, per fortuna, indistruttibile. Grazie all’ostinazione, alla volontà e alla tenacia dello straordinario Lee Payne. Già solo la sua presenza sul palco fa capire che il metal gli scorre nelle vene.
Con la N.W.O.B.H.M. siamo rimasti anche dopo, quando sul palco sono saliti i celebri Tygers of Pan Tang. Qualche tempo fa hanno pubblicato un album riuscitissimo e incredibilmente solido, che però, come c’era da aspettarsi, guarda parecchio alle radici hard rock. Il titolo è »Tygers of Pan Tang«. Sono da un bel po’ in una formazione stabile, che però, è chiaro, è stata rinfrescata sul serio. La band, co-fondata nel 1978 dall’attuale unico membro originale, il chitarrista Robb Weir, suona e gira parecchio. E di conseguenza è affiatatissima. Qualche tempo fa l’abbiamo vista a Vrba, in Carinzia. Weir ha trovato un compagno eccezionale alla chitarra solista in Micky Crystal, alla batteria c’è Craig Ellis, le parti vocali le riprende alla grande Jacopo Meille, e il basso lo brandisce il rossocrinito Gavin Gray. I Tygers of Pan Tang sono potenti e sicuri nell’esecuzione allo stesso tempo, e sanno sfruttare benissimo il palco grande. Con un repertorio che metteva insieme una serie di classici di culto presi dai primi tre album, hanno potuto appoggiarsi tranquilli alla passione e alle emozioni della banda di nostalgici rimasti sotto il palco, piantati come alberi. In scaletta la band ha infilato anche la più recente e ottima Keeping Me Alive (»Ambush«, 2012), mentre il nuovo disco era rappresentato da una riuscitissima Only The Brave (il primo pezzo del concerto), da Devil You Know e da Glad Rags, che rotola su un ritmo quasi glam. Ma la maggior parte, ovviamente, aspettava la serie di classici indimenticabili, che ha puntualmente ricevuto, nell’ordine: Raised On Rock, Love Don’t Stay (entrambe da »Crazy Nights«), Gangland, Hellbound (entrambe da »Spellbound«) e Slave to Freedom, Euthanasia, Susie Smiled (tutte e tre dal debutto »Wild Cat«). Ha sorpreso non poco l’inserimento dell’hit degli ZZ Top Tush, e in coda il gruppo ha risparmiato ancora una cover, Love Potion #9 (orig. The Clovers), uscita peraltro sul quarto album dei Tygers Of Pan Tang, »The Cage« . Un sferragliare velenoso e senza compromessi di una band leggendaria, che quindi è ben lontana dal dire l’ultima parola! Di sicuro si prepara del nuovo materiale. Niente paura. Per un nuovo album in studio, ovviamente.
Nei tempi della buona vecchia N.W.O.B.H.M. siamo rimasti ancora un po’. Sul palco sono salite infatti le »Grannyschool«, ok, scherzo. Erano le Girlschool, ovvio! Le rispettabili signore si sono presentate anche stavolta come sempre. Con grandi aspettative, con mestiere e secondo la prassi consolidata. Però all’inizio del concerto hanno avuto parecchi problemi con il suono. Anche per questo la chimica non è scattata per niente. Per una bella fetta di concerto le Girlschool hanno inseguito il suono, ma in qualche modo hanno superato questi problemi con l’esperienza e il mestiere. Si sentiva però una lieve assenza del quartetto, nel senso che non erano riuscite a stabilire del tutto il giusto legame con il pubblico. Nella parte iniziale del concerto, appunto. Poi le cose si sono sistemate e il tutto ha preso la piega giusta. Dieci giorni dopo, a Tolmino, le Girlschool, con una setlist simile, hanno offerto uno show molto migliore. Comunque. Se sotto il palco hai una clientela che è cresciuta con la tua musica, non c’è da temere. E infatti. Con la sequenza dei pezzi dai cult »Hit And Run« e dal debutto »Demoliton«, le Girlschool hanno portato a casa il loro show come si deve. Hanno suonato questa setlist: Demolition Boys, C’mon Let’s Go, The Hunter, Hit and Run, I Spy, Come the Revolution Play, Take It Like a Band, Never Say Never, Screaming Blue Murder, Future Flash, Kick It Down, Watch Your Step, Yeah Right, Race With the Devil (orig. The Gun) e, ovviamente, la celeberrima Emergency. Il gruppo gira in una formazione che in pratica è identica a quella del 1978, quando la band è nata. Denise Dufort alla batteria, Enid Williams al basso, la cantante e chitarrista ritmica Kim McAuliffe e Jackie Chambers alla chitarra solista, che nel 1999 ha sostituito l’originale Kelly Johnson.
È seguita l’esibizione degli eccellenti e stimatissimi cupi black metaller irlandesi Primordial, che, com’è loro abitudine, hanno portato a Balingen una vera messa nera in cui hanno aperto le porte dell’inferno. I Primordial qui avevano già suonato, eppure. Li piazzano sempre in programma di giorno, anche se una band così starebbe benissimo in qualche bosco tenebroso, pieno di alberi contorti, nella notte più nera, con i lupi che ululano e i venti che sferzano senza pietà, come è stato al loro concerto di quest’anno a Tolmino. Se là hanno potuto sparare tutte le raffiche e consegnare una chiusura di festival di altissimo livello, al Bang Your Head!!! hanno dovuto tirare il freno e accorciare la setlist. Il loro show di un’ora l’hanno aperto in grande stile. Con una Nail Their Tongues straordinaria, dilatata oltre i dieci minuti, presa dall’attuale album appena uscito, »Exile Amongst the Ruins«, a cui poi si sono unite To Hell or the Hangman e Upon Our Spiritual Deathbed. Già presto all’inizio la band ha eseguito No Grave Deep Enough dall’album »Redemption of the Puritan’s Hand« (2011), dall’album »To The Nameless Dead« sono arrivate As Rome Burns (a metà concerto) ed Empire Falls, con cui i Primordial, nel modo più sinistro possibile, hanno chiuso la loro ottima esibizione. Ha risuonato anche Coffin Ships dall’album »The Gathering Wilerness« (2005). Tutta l’attenzione la prende l’uomo di teatro. Uno e unico, Alan Nemtheanga, che ha letteralmente ipnotizzato il pubblico. Non solo con la sua presenza, ma con lo slancio sul palco, con il suo teatro, la sua recitazione. Con la sua predica. Morte dappertutto e la notte nera che ulula. La nascita del male e della rovina. Tentazioni ovunque. Abissi e voragini da cui non si torna. Un mucchio di elementi folk celtici e una straordinaria, cupa magniloquenza. Anche se Alan è al centro, a volte uno si dimentica quanto sia ottima la band che lo accompagna. Quanto mordono bene e che suono possente creano i Primordial. Come insieme. Chitarre Gibson SG e basso Rickenbecker. Vecchia scuola. Ma unica e inimitabile. Band così non se ne fanno più. E allo stesso tempo le composizioni sono tutte lunghe e molto impegnative da ascoltare. Sulle ali di un’atmosfera possente e agghiacciante, piena di incantesimi e ipnosi blasfema. Teatro, insomma, che in un altro ambiente avrebbe brillato ancora più intensamente che a Balingen.
I giapponesi Loudness sono sempre una grande attrazione quando arrivano sui palchi d’Europa. Neanche stavolta è stato diverso. Il pubblico presente li ha accolti con calore. Metaller giapponesi di lunga data con lo straordinario Akira Takasaki in formazione, un tizio che per qualità di chitarrismo può misurarsi con i più grandi del mestiere. Il suo modo di suonare è pieno di velocità infernale, e da Blackmore ha imparato tanto. Di trucchi neoclassici e barocchi, sul modello di Malmsteen, non ne mancano, e lui brilla nei passaggi solistici «esotici» e in una spettacolarità da capogiro. Non mancano mai, e poi mai, le salve ribollenti di assoli di chitarra straordinari, ed è in fondo il fascino di base di ogni concerto dei Loudness. Ma Akira è ben lungi dall’essere solo. Ci sono Minoru Niihara alla voce e il bassista Masayoki Yamashita, che oltre ad Akira sono gli altri due membri originali, mentre alla batteria, dal 2008, c’è Masayuki Suzuki. Però quel pomeriggio i Loudness non erano i Loudness che ci si sarebbe aspettati. Qualcosa non quadrava. La comunicazione sul palco. Il bassista Yamashita per tre quarti del concerto è rimasto del tutto relegato sullo sfondo. Stava lì attaccato ai monitor, che erano quasi in linea con la batteria. In prima linea veniva solo quando doveva partecipare ai cori, e lo faceva in modo piuttosto fiacco e disinteressato. Solo nell’ultimo quarto dello show, quando ha mostrato un po’ più di vita e ha finalmente messo il piede destro sul monitor davanti, Niihara si è girato verso di lui in modo teatrale, si è alzato gli occhiali da sole e l’ha accompagnato con gli occhi sgranati, in stile: »Oh, buongiorno, bentornato fra noi«. La band ha suonato una serie dei suoi pezzi più noti e ha presentato il nuovo album »Rise To Glory«, con cui si è aperto anche il concerto. La band ha suonato questo repertorio: Soul on Fire, I’m Still Alive, Crazy Nights, Like Hell, Heavy Chains, Go For Broke, Until I See The Light, Let It Go, This Lonely Heart, Crazy Doctor, In the Mirror, S.D.I. Insomma. I Loudness si guardano sempre. Ogni volta che se ne ha l’occasione. Semplicemente perché i leggendari metaller giapponesi sul palco sono ancora ottimi. Probabilmente prima del concerto avevano litigato, c’era parecchia freddezza e c’erano strani sguardi sul palco. Li abbiamo beccati sotto una luce più convincente dieci giorni dopo, quando hanno suonato al Metaldays in Slovenia.
Nello stesso momento si è svegliata la sala accanto. Lì suonavano i power metaller tedeschi Mystic Prophecy, che per via della sovrapposizione abbiamo visto solo in parte. La band ha un nuovo membro, un virtuoso della chitarra greco. Una vera scuola «Gus G.», che si chiama «Evan K». In questo concerto si è fatto notare per una raffinatezza tecnica incredibile. Il repertorio era rappresentato soprattutto dall’attuale album »War Brigade« e da »Killhammer«, e la band non ha dimenticato di ricordare che di recente ha pubblicato un album di cover, »Monuments Uncovered«, quando ha eseguito a modo suo Shadow on the Wall di Oldfield. Compatti, affiatati, intonati e ovviamente sicuri. La band era sostenuta da un pubblico caldissimo, il che dimostra solo che i Mystic Prophecy in Germania sono di casa. Hanno suonato questo repertorio: Kill the Beast, Savage Souls, Killhammer, Burning Out, The Crucifix, Shadow on the Wall (oig. Mike Oldfield), We Kill! You Die!, To Hell and Back, Metal Brigade, Evil Empires, War Panzer, Ravenlord.
Molto più interesse ha suscitato l’esibizione dei Pretty Maids. Del resto suonano quasi ogni anno al Bang Your Head!!! Da almeno qualche anno i rocker danesi tutti d’un pezzo sono presenza fissa a Balingen. Perché allora questo concerto avrebbe dovuto essere in qualche modo più interessante dei precedenti? Semplice. Trent’anni dall’uscita del cult »Future World«, e così la band ha deciso di suonare l’album intero. Dalla prima all’ultima canzone di quel capolavoro di culto. In realtà non c’era da chiedersi come sarebbe suonato. Non è proprio una domanda. I Pretty Maids sono semplicemente troppo bravi perché vada storto qualcosa. La domanda era solo come se la sarebbe cavata Ronnie con la voce, visto che è noto che negli ultimi anni ha perso un po’ di estensione e di potenza. Invece si è tenuto benissimo e ha cantato a un livello alto e in ottima forma di giornata. Il leggendario cantante ha dato quindi il meglio che poteva in questo momento, e la gente andava in estasi, perché probabilmente per la prima, l’ultima e mai più volta assisteva all’esecuzione dal vivo di un album di culto. I Pretty Maids hanno registrato questo concerto per un DVD. Non era tutto. La durata, infatti, era robusta. Un’ora e mezza, e l’ultimo terzo la band l’ha rinforzato con pezzi del nuovo album »Kingmaker«, perfino un pezzo dall’album »Motherland«, e poi anche Pandemonuim, pure questo più recente. Il tempo è bastato anche per un inchino al più vecchio »Red, Hot And Heavy«. Il repertorio che hanno eseguito era questo: Future World, We Came to Rock, Love Games, Yellow Rain, Loud ‘n’ Proud, Rodeo, Needles in the Dark, Eye of the Storm, Long Way to Go, Mother of All Lies, Kingmaker, Bull’s Eye, Little Drops of Heaven, Pandemonium, Back to Back e, nel bis, Red, Hot and Heavy. Rock nel cuore. L’arrivo dei Pretty Maids sul palco principale ha significato che, ancora prima dei Powerwolf, stavamo in pratica guardando il vero headliner del terzo giorno del festival.
Mentre suonavano i Pretty Maids, nella sala suonavano i leggendari speed metaller old school americani Hexx. Dopo tanti anni di pausa si sono riattivati nel 2011. Anch’io ho passato la maggior parte del tempo a godermi gli Hexx, perché quel loro show era un’esclusiva. Gli Hexx oggi hanno solo due membri originali, il chitarrista Dan Watson e il batterista John Shafer, mentre il resto della squadra lo completano Bobbie Wright (chitarra), Mike Horn (basso) e il cantante Eddy Vega. L’anno scorso la band ha pubblicato un eccellente nuovo album in studio, »Wrath Of The Reaper«. La domanda era soprattutto come Eddy se la sarebbe cavata con i pezzi più vecchi e quanta di quella magia nota dai vecchi nastri di studio il gruppo potesse ancora rigenerare sui palchi del 2018. Gli Hexx hanno ammazzato. Nonostante la relativa staticità del quintetto, Eddy correva come un matto per il palco e faceva ginnastica, e allo stesso tempo con la sua voce nerboruta, rabbiosa, acutissima e anche leggermente tagliente teneva alto il clima dinamico. Peccato che in sala non ci fosse più gente, perché la band ha offerto uno show eccellente. Gli Hexx il loro show l’hanno per forza caricato di pezzi degli album di culto: »Under the Spell«, »No Escape« e »Morbid Reality«.
Di fatto, con le esibizioni di Pretty Maids e Hexx la parte più interessante del programma del terzo giorno del festival era finita. Poi, fino alla fine del festival, hanno suonato ancora tre band. I rivitalizzatori del metal Visigoth nella sala Volksbankmesse, che hanno avuto una durata bella corposa e quindi la possibilità di suonare quasi tutto l’attuale album »The Conqueror’s Oath«, e di aggiungerci pure pezzi dall’album »The Revenant King«. La band non porta niente di nuovo, ma morde con impegno e con passione. In un’esibizione di oltre un’ora ha suonato questo repertorio: Dungeon Master, Blades in the Night, Blood Sacrifice, Warrior Queen, Outlive Them All, Hammerforged, Salt City, Steel and Silver, Traitor’s Gate, Mammoth Rider, Iron Brotherhood, Final Spell, The Revenant King.
Per una sfortunata sovrapposizione i Visigoth ce li siamo dovuti perdere in gran parte. Il concerto coincideva infatti per intero con l’esibizione degli headliner della serata, i bollenti power metaller tedeschi Powerwolf. Li avevamo visti la prima volta a Balingen nel 2009, in mezzo alla pioggia. Allora suonarono verso mezzogiorno e non si aveva proprio la sensazione che questo gruppo, con il suo elemento «copia-incolla», potesse mai diventare più grande. Comunque. Scenografie di palco eccezionali, un mucchio di effetti pirotecnici e di fumo. Una produzione scenica con i fiocchi, insomma. Anche se i Powerwolf sono un gruppo incredibilmente generico, che compensa questa genericità con la lucentezza e il kitsch che adornano le loro storie di lupi mannari, vampiri e altre creature che la fervida fantasia umana ha un tempo prodotto nell’ampia eresia transilvana, li segue una bella schiera di fan. E per tradizione il pubblico tedesco è fedele, a Balingen fedele a ogni headliner. Affluenza, quindi, come si deve. La band ha messo insieme una setlist rappresentata soprattutto da pezzi del recente The Sacrament Of Sin, del predecessore Blessed And Possesed e di Blood Of the Saints. Il repertorio eseguito è stato questo: Blessed & Possessed, Army of the Night, Resurrection by Erection, Amen & Attack, Demons Are a Girl’s Best Friend, Dead Boys Don’t Cry, Armata Strigoi, Let There Be Night, All We Need Is Blood, Fire and Forgive, Werewolves of Armenia, Incense & Iron, Sanctified With Dynamite, We Drink Your Blood, Lupus Dei. Parecchie scenografie gonfiate, dietro cui si «nascondeva» l’esecuzione. Un vero luna park come finale. Be’, per tutti quelli che nella vita hanno già visto tanti concerti e conosciuto molti gruppi, almeno con un briciolo di riconoscibilità di idee, i Powerwolf non resteranno a lungo nei taccuini dei ricordi.
L’ultima band in programma di quest’edizione del Bang Your Head!!! erano gli svedesi sleaze e glam rock e rivitalizzatori del metal Crashdiet. Finalmente di nuovo qualcosa per tutti quelli che sono attratti da Motley Crue, Twisted Sister eccetera. La band ha accolto di nuovo nei suoi ranghi un nuovo cantante. Stavolta è Gabriel Keyes, e per il resto la formazione è identica a quella degli inizi di carriera del gruppo. Affluenza strepitosa, parecchie ragazze urlanti davanti, un sacco di trucco e di capigliature cotonate (anche tra il pubblico). Energia eccellente. Tempo di party time. Stacco totale. La band ha dato il meglio che sa e può in questo momento. Gli svedesi hanno suonato davvero benissimo, senza sbavature. Forse a un quartetto starebbe bene un’altra chitarra, per suonare ancora più cattivi e più forti, ma tutto funziona con grande sicurezza. Martin Sweet copre da solo un sacco di spazio con la chitarra e lo fa in modo efficacissimo. Il chitarrista e il suo compagno di merende, il bassista Peter London, negli anni si sono tenuti addosso più sleaze e più trucco glam di tutti. Anche se Gabriel guidava benissimo e affrontava il repertorio con sicurezza, gli manca il carisma. Il ragazzo sul palco sembra fin troppo «gentile» e dà l’impressione di un bravo ragazzino. Di certo non c’è da aspettarsi che riesca a infilarsi nelle scarpe dell’insostituibile fondatore e compianto cantante del gruppo, Dave Lepard, eppure. A prescindere dalla correttezza vocale, durante il concerto nell’aria aleggiava sempre la sensazione che a tutta la faccenda mancasse il punto sulla «i». La band ha suonato questo repertorio: Tikket, Riot in Everyone, So Alive, Queen Obscene / 69 Shots, We Are the Legion, Down With the Dust, In the Raw, It’s a Miracle, Die Another Day, Blues Jam / Used to Love Her (orig. Guns N’ Roses), Cocaine Cowboys e, nel bis: Breakin’ the Chainz, Miss Pain / Rebel, Generation Wild.
Si è chiuso così un altro Bang Your Head!!! Il ventesimo di fila. Forse nel programma del terzo giorno mancava un nome più attraente e altisonante, da piazzare proprio nella parte finale. Di fatto le cose interessanti si sono concluse quel giorno con l’esibizione dei Pretty Maids, quindi è mancata la sensazione del gran finale. Be’, di sicuro però non è mancato nemmeno quest’anno il celebre fuoco d’artificio e, naturalmente, un bel «arrivederci» robusto al prossimo anno, quando torneremo a far baldoria a Balingen.
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