Quattro chiacchiere con gli Arena, sempre pronti a farsi una bella risata

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Autore: Peter Podbrežnik

Data dell’intervista: 13.04.2008

Tra i tanti appassionati di rock eclettico, gli Arena si sono guadagnati il rispetto come una delle band prog rock di punta di oggi, con una direzione sonora tutta loro. Anche se, com’è comprensibile, evitano di incasellare la loro musica in un genere, e in particolare rifiutano l’etichetta neo prog rock, i due capi della band, il tastierista Clive Nolan e il batterista Mick Pointer, come membri di Marillion e Pendragon negli anni ’80 hanno lasciato un segno importante nella rinascita dell’interesse per il prog rock. I membri della band non sono solo musicisti eccezionali e quasi tutti stakanovisti con una marea di side project, ma anche personalità molto interessanti. Durante l’intervista ci hanno colpito in modo particolare i due capi della band, su cui si è concentrata questa chiacchierata. Più tardi si sono uniti a noi anche gli altri tre membri della formazione, il cantante Rob Sowden, il chitarrista John Mitchell e il bassista Ian Salmon, per i quali purtroppo non è rimasto tempo, visto che avevano perso l’inizio dell’intervista. Un ringraziamento speciale va soprattutto a Mick, gentilissimo, che ci ha invitato a fare l’intervista direttamente sul bus della band, dove abbiamo scambiato due parole con lui e con Clive, soprattutto sulla band, sui loro side project e su altri temi musicali. Con battute spiritose e frecciatine ai singoli membri, condite spesso con una bella dose del celebre humour nero inglese, ci hanno fatto scoppiare a ridere più volte. In questo modo hanno smontato con successo quella vecchia, logora tesi secondo cui il rock progressivo sarebbe roba solo per musicisti serissimi.

Rockline: Per cominciare, come vi sta andando il tour, e la scelta di partire quando non avevate ancora pubblicato un nuovo album si è rivelata giusta?
Clive: Sì, è stata assolutamente la scelta giusta, perché ai nostri concerti di questo tour c’è più gente di quando abbiamo pubblicato l’ultimo album. Ci permette anche di tenere vivo l’interesse del pubblico per la band e di convincere la gente che non abbiamo smesso di fare le nostre cose. È importante anche per la nostra spinta creativa, per iniziare a registrare un nuovo album. Per farlo volevamo prenderci una pausa, e così abbiamo fatto. Adesso siamo pronti per nuove sfide.

Rockline: Sul vostro ultimo album “Pepper’s Ghost” c’erano parecchi passaggi molto incisivi, quasi metal, che spingevano il disco al confine col prog metal. Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo?
Clive: Beh, stasera potrete già sentire un accordo di quello che ci sarà. Dai nostri inizi con l’album “Songs From The Lions Cage” ci siamo evoluti gradualmente con ogni disco, in un vero processo evolutivo. Abbiamo sempre cercato di rendere il nostro suono un po’ diverso e di sviluppare fino in fondo le cose che sappiamo fare meglio. Del prossimo album riesco già a immaginare che seguirà questo concetto. Magari in certi punti sarà più metal, in altri meno. Per ora è impossibile dirlo. L’album rappresenterà quello che siamo. Per noi creare i dischi è un processo organico. Non ci sediamo a classificare tutto in modo matematico del tipo: qui ci serve il 70% di heavy metal e lì il 30% di mellotron. Insomma, non lavoriamo così, scriviamo quello che sentiamo giusto.

Rockline: In alcuni brani come “Jericho”, “Solomon”, “Sirens”, “Midas Vision”, “Medusa” e “Tantalus” si trovano parecchi parallelismi con temi mitologici. Con gli anni è diventata una vostra particolarità usare vari personaggi mitologici come soggetti metaforici dei brani o dei testi?
Clive: È sempre un buon modo per creare un collegamento con una certa analogia o idea, per esempio dalla Bibbia. Nei nostri testi si trovano anche parecchi temi biblici. A me sembra una cosa bellissima, perché un collegamento del genere con un altro significato permette alla gente di identificarsi con icone e idee famose. Prende davvero senso quando stai scrivendo un brano e hai solo tre o quattro versi e il ritornello. Per riuscire a dire o comunicare qualcosa di concreto alla gente attraverso la canzone, nel testo devi mettere ciò che di solito la attira.

Rockline: Tutti i vostri album sono piuttosto diversi tra loro, anche se un filo conduttore c’è sempre, soprattutto un suono unico che fa degli Arena una band molto particolare del prog rock moderno, con una visione tutta sua. Quanto sono stati importanti i cambi di cantante, bassista e chitarrista per l’evoluzione del vostro suono?
Mick: Chitarristi e cantanti di solito li scegliamo in base a come si adatteranno al nostro stile musicale. Abbiamo sempre cercato di trovare i migliori musicisti possibili. Non abbiamo mai scelto pensando di volere adesso, per dire, un altro John Carson o un altro Paul Wrightson o un cantante con maniere vocali simili. Lo stesso vale per i chitarristi. Alle audizioni abbiamo sempre cercato quelli che si sarebbero adattati meglio al nostro stile. Di solito però lo si vede solo quando inizi a creare un nuovo album. Non c’è nessuna scienza particolare.
Clive: Io penso che dalla band siano sempre andati via quelli che erano giusti per lei, o addirittura i migliori per lei, dopo aver smesso di collaborare a un certo punto. Nel nostro passato è successo già diverse volte. Ma ora abbiamo la stessa formazione da un bel po’.
Mick: Circa otto anni.
Clive: Sì, otto anni. La gente dice sempre che gli Arena cambiano continuamente formazione, ma non è vero. Una delle ragioni è anche che abbiamo cambiato formazione in modo importante e inatteso quando eravamo già piuttosto conosciuti. Avevamo già due album fuori e molta gente aveva già sentito parlare degli Arena. Poi ci sono stati ancora alcuni cambi di formazione.
Mick: Certo, sarebbe meglio se potessimo mantenere la stessa formazione, ma a volte semplicemente non riesce. Un po’ come i matrimoni o i posti di lavoro, che non durano per sempre. È così e basta. Questa è la vita.

Rockline: Siete soddisfatti della strada fatta dalla band dagli inizi, quando era un progetto tra Clive e Mick, fino a oggi?
Mick: No, non lo siamo. Potremmo suonare a Wembley o in arene più grandi ed esibirci in tutto il mondo. Da questo punto di vista siamo più o meno allo stesso livello da quando abbiamo iniziato. In mezzo non ci sono stati né cali né grossi balzi. In compenso almeno siamo costanti, che ovviamente è un bene, perché molte band non durano così a lungo come noi. Certo, non avremmo niente in contrario ad avere gli album al primo posto in classifica. Chi non lo vorrebbe, onestamente? Ma abbiamo sempre fatto quello che volevamo e per conto nostro.
Clive: Comunque qualche vittoria l’abbiamo ottenuta. Facciamo quello che vogliamo e nessuno ci dice cosa dobbiamo scrivere. Ma d’altra parte non c’è nessuno che investa su di noi, diciamo, un milione di sterline, ci porti in televisione e cose del genere. Decidiamo noi cosa è meglio per noi. A me l’esistenza indipendente degli Arena piace, però penso ancora che potremmo avere molto più successo. Non ho mai rinunciato a questa idea e non so perché dovrei. Ora pubblicheremo un nuovo album e vedremo cosa succede.

Rockline: Il vostro primo album, “Songs From The Lions Cage”, aveva molti punti in comune con i primi Marillion, ma poi vi siete scrollati di dosso queste somiglianze. È stato un processo inevitabile per costruire il vostro suono riconoscibile?
Mick: Sì, è vero, se ti riferisci alla collaborazione con Steve Rothery, che ha partecipato a quell’album. Allora, Steve Rothery non è mai stato il chitarrista degli Arena e non era mai previsto che lo diventasse. All’epoca bisognava scegliere il modo giusto per far parlare di noi e penso che sia stata la strada giusta. Personalmente penso che sia stato allo stesso tempo una benedizione e una maledizione. Ma ha attirato ancora di più l’attenzione sulla nostra esistenza. Lo stesso si potrebbe dire del legame di Clive con i Pendragon. “Songs From The Lions Cage”, all’uscita, ha avuto molto più successo di quanto potessimo immaginare. Allora non avevamo grandi aspettative. Quell’album in sostanza ha aiutato a lanciare la nostra carriera e a portarla al punto in cui siamo adesso.

Nel frattempo si sono uniti all’intervista anche il chitarrista John Mitchell e il bassista Ian Salmon, mentre il cantante Rob Sowden era seduto lì già quasi dall’inizio. Visto che Rob, John e Ian hanno perso l’inizio dell’intervista, che era incentrata soprattutto sui due membri fondatori e capi della band, cioè Clive e Mick, e non c’era nemmeno abbastanza tempo, qui riportiamo solo alcune battute intermedie, spesso piuttosto spiritose, di John e Rob.

Rockline: Molti fan degli Arena indicano “The Visitor” come il vertice della vostra produzione finora. Tra gli appassionati di prog rock questo album è ampiamente riconosciuto come una delle migliori uscite prog rock degli anni ’90. Mentre lo registravate, vi aspettavate in qualche modo che sarebbe venuto fuori un capolavoro?
Mick: Mi deprime davvero che la gente apprezzi di più quello che abbiamo fatto dieci anni fa, ma d’altra parte è un album eccellente.
Clive: Sì, è davvero un album eccellente ed è una soddisfazione sentire che molti lo considerano un classico. Quando creiamo un nuovo album non sappiamo mai cosa uscirà. Per ogni album cerchiamo di fare in modo che alla fine sia il nostro migliore. Non iniziamo mai a creare nuova musica decidendo che è arrivato il momento di registrare un album classico. Facciamo semplicemente quello che sappiamo fare meglio. “The Visitor” gode di questa fama da tanto, ma ultimamente, soprattutto con la nuova generazione di fan degli Arena, noto che la preferenza si sposta spesso a favore di “Contagion” come album classico. Per noi lo status di classico ce l’ha l’album che non abbiamo ancora fatto. Ma sono molto contento che “The Visitor” piaccia tanto e di aver notato diversi premi lusinghieri che ha ricevuto finora. Per esempio come miglior album del decennio. Comunque non mi importa quale dei nostri album sia il più popolare, finché la gente ne ama almeno uno.
Mick: Lasciate che ricordi ai presenti che “Contagion” e “Pepper’s Ghost” sono entrati nelle classifiche musicali tedesche e olandesi. Cioè proprio dove “The Visitor” non è riuscito a entrare.

Rockline: Molte band prog rock rifiutano il termine neo prog rock, che i media usano di solito per la nuova ondata di rock progressivo dei primi anni ’80. A voi dà fastidio che venga usato per la vostra musica e che ne pensate dell’intera scena cosiddetta neo prog rock?
Mick: Ma cosa significa neo progressive rock?

Rockline: È un’etichetta mediatica popolare per la nuova ondata di rock progressivo, soprattutto britannico, esplosa negli anni ’80.
Mick: Esatto, è un’etichetta dei media. Noi non definiamo la nostra musica per genere e la facciamo senza preoccuparci di questi termini.
Clive: Neo prog? Io lo chiamerei “nerdy” prog (risate).
Rob: Io preferirei definire quello che facciamo prog rock melodico.
Clive: Per me la nostra musica è semplicemente rock. La gente di solito la chiama rock progressivo per via del mio passato e di quello di Mick. Secondo me il neo prog rock è un’invenzione dei media musicali americani, nata come insulto e non come vera categoria musicale. Non vogliamo catalogare la nostra musica per genere. Se alla gente fa più piacere, può chiamarci anche neo prog rock. Quanto ai generi, comunque, delle altre band neo prog rock ci interessa molto poco. Abbiamo già abbastanza da pensare a noi stessi, anche se credo che la loro musica offra una scelta piuttosto varia di qualità. Vero, Mick?
Mick: Sì. Ho tutte le uscite neo prog e tutti i loro generi (risate).

Rockline: E qual è il tuo preferito (risate)?
Mick: Sono sicuro che sia una band neo prog messicana molto interessante (risate). Il fatto è che in giro pullulano band da tutto il mondo a cui piace darsi etichette di genere per attirare l’attenzione, ma di solito vendono al massimo 30 album. Noi abbiamo venduto un sacco di album, loro no.
Rob: Qualcuno ha visto il mio telefono? Sono sicuro che è qui da qualche parte. Spero che nessuno ci si sia seduto sopra.

Rockline: No. Non si vedeva. Ma per sicurezza ricontrolliamo.
Mick: Penso che la gente non dovrebbe incasellare la musica per genere, preoccuparsene in anticipo e ascoltare quello che le piace, non in base a certe etichette dei media. Noi facciamo quello che ci piace fare, voi ascoltate quello che vi piace ascoltare. È un matrimonio fatto in paradiso.

Rockline: Mick, a quanto pare ti stai preparando a un tour con cui festeggerai il 25° anniversario dell’uscita dell’leggendario esordio dei Marillion, “Script For A Jester’s Tear”. Che effetto ti fa tornare a suonare dal vivo certi brani che non suonavi da tanto?
Mick: Il tour inizia già la settimana prossima. I brani li suono da un anno e mezzo alle prove, ma non ancora davanti al pubblico. Sicuramente sarà un’esperienza diversa, lavorare con altre persone. Sono tutti musicisti eccellenti. È un piacere suonare con loro. Spero che il tour vada bene. Lo scopo principale è soprattutto catturare lo spirito di quello che succedeva 25 anni fa. Non ho davvero nessuna intenzione di registrare poi un album solista o di finire nelle classifiche e sulle prime pagine di chissà quali riviste prestigiose.
John: Sulle loro copertine faresti sicuramente la tua figura.
Mick: Certo, farei la mia figura.
John: Soprattutto in un bel costumino da bagno (risate).
Mick: Il tour è pensato soprattutto per chi all’epoca non ha avuto la possibilità di viverlo? Probabilmente tu non l’hai vissuto. Quanti anni hai?

Rockline: 26.
Clive: Mick è ormai un vero pezzo di storia. Già solo per questo vale la pena andare a vederlo (risate).

Rockline: Accetteresti un’offerta, se ci fosse la possibilità di una reunion dei Marillion originali con Fish, magari solo per qualche concerto?
Mick: No. Prossima domanda.

Rockline: Quindi non senti più i tuoi ex colleghi dei primi anni ’80?
Mick: No.
Clive: Ogni domanda che contiene il nome Marillion, per lui è un “no” (risate).

Rockline: E come vedi tutte queste band e questi side project in cui sono coinvolti alcuni dei tuoi colleghi musicisti, come gli impegni di Clive con i Pendragon e il recente progetto Caamora, e quelli di John con gli It Bites e con tanti altri side project?
Mick: I loro impegni incidono parecchio sulla mia vita. Così, per un po’, me li tolgo anche dai piedi (risate).
Clive: È il suo modo di mostrare rispetto per la musica a cui non partecipa (risate).

Rockline: Quali batteristi hanno influenzato il tuo stile?
Mick: Mi piacciono soprattutto band come Rush, Genesis, Yes e Pink Floyd. Non mi concentro sui singoli batteristi. Neil Peart, per dire, mi piace nei Rush, ma adesso non vado a cercarmi tutta l’altra musica in cui ha suonato per incensarlo in modo particolare. Se un brano mi piace, vuol dire che dentro ci sono anche delle belle parti di batteria.

Rockline: Pensi che per il rock progressivo in generale sia meglio continuare a essere un genere ignorato dai media?
Mick: No. Però abbiamo parecchie qualità per restare impopolari.
Clive: Lui ne ha particolarmente tante per restare altamente impopolare (risate).
Mick: Potrei dare una risposta simile a quella che ho dato alla domanda se sono soddisfatto del successo della band finora. Non lo sono affatto. Clive suonerebbe volentieri in qualche localaccio sperduto e nei bagni, ma per fortuna siamo diversi gradini sopra (risate). Certo, ci piacerebbe suonare in posti più grandi, ma come ha detto Clive, lui è un indipendente e gli piace lo status di musicista indipendente (risate).

Rockline: Quale band sceglieresti, se avessi la possibilità di suonare con una formazione prog rock degli anni ’60 o ’70?
Mick: Probabilmente Rush, Pink Floyd, Genesis, Yes, e anche i Led Zeppelin, che sono la mia band preferita di tutti i tempi.

Rockline: Clive, molti testi e concetti che gli Arena usano nella loro musica ruotano attorno ai lati più cupi della vita umana e della società. Siete consapevoli che questo vi rende piuttosto diversi da molte band prog rock moderne, piene di gioia e di inni festaioli nella musica e nei testi, band come per esempio The Flower Kings?
Clive: Sì, concordo pienamente. La nostra musica contiene molto dramma e atmosfere cupe. Sono convinto che se cercassimo di essere pieni di luce e di gioia, la nostra musica non avrebbe l’effetto desiderato.
John: Le cose oscure sono spesso più affascinanti. Quale lato preferisce Clive in Guerre stellari? Il lato oscuro.

Rockline: Come ti senti riguardo al tuo lavoro recente, l’opera rock Caamora, che hai creato insieme alla cantante polacca Agnieszka Swita?
Clive: Era una cosa che dovevo fare, anche se è stata estremamente faticosa. Ci ho lavorato tre anni e alla fine mi sono tirato un bel sospiro di sollievo, perché verso la fine il tutto stava diventando piuttosto stressante. Ma sono molto orgoglioso di quello che ho creato.

Rockline: Dove hai conosciuto Agnieszka?
Clive: Pura coincidenza. Si è presentata alla mia porta su consiglio di un mio conoscente. Agnieszka era una sua fan.

Rockline: In futuro possiamo aspettarci altre opere rock del genere?
Clive: No. Non vedo nuove opere rock in futuro, perché probabilmente morirei di stanchezza se iniziassi la prossima. Ho però già un’idea per un altro tipo di progetto, che si chiamerà Woodwork Project. C’è ancora un’altra opera rock che mi piacerebbe scrivere, ma di sicuro non me ne occuperò per qualche anno.

Rockline: Ancora due parole sui Pendragon. Come ti trovi con l’attuale direzione della band e con la tua collaborazione con Nick Barrett, chitarrista/cantante e capo del gruppo?
Clive: La mia collaborazione con Nick è rilassata, perché sono un tastierista e non scrivo la musica. Il mio compito è solo eseguirla e in realtà è una specie di relax dopo la faticosa creazione musicale. Per me suonare con i Pendragon è quasi un divertimento. Anche la direzione mi piace e la condivido da più di 20 anni. Mi piace ancora suonare con i Pendragon. Conosco Nick da una vita, quindi c’è un rapporto speciale. Il nuovo album, per quel che ho sentito, suona alla grande, quindi a ottobre mi aspetto una buona risposta dal pubblico.

Rockline: In passato hai collaborato con tanti musicisti di fama come Rick Wakeman, Anthony Lucassen, Peter Banks, Bob Catley, ecc. Com’è stato lavorare con loro e quale collaborazione ti è rimasta più impressa?
Clive: È stato un piacere lavorare con tutti questi musicisti. Arjen, per esempio, non l’ho mai incontrato di persona mentre creavo la mia parte di musica, ma mi ha mandato per posta la sua registrazione e mi ha scritto cosa voleva che registrassi insieme. L’ho fatto nel mio studio, quindi senza contatto personale, anche se ci siamo parlati al telefono. È stata un’esperienza divertente. Per quanto riguarda gli altri, come Rick Wakeman, lui ha scritto il suo contributo per l’album “Jabberwocky” nel suo studio. Peter Banks invece è venuto nel mio studio. Ogni collaborazione con questi musicisti è stata divertente e interessante.

Rockline: Quali tastieristi hanno influenzato di più il tuo modo di suonare?
Clive: Per quanto riguarda i tastieristi, sicuramente Rick Wakeman, perché a 16 anni ho imparato un sacco delle sue parti di tastiera. Però dalla sua carriera solista, non da quella con gli Yes. Per il resto, dal punto di vista musicale apprezzo moltissimo compositori di colonne sonore come Ennio Morricone, John Williams e Danny Elfman, perché adoro la musica da film. Per ascoltare altra musica trovo pochissimo tempo, perché per lo più preferisco occuparmi di crearla.

Rockline: Clive, il tuo merito nel far rinascere l’interesse per il prog rock negli anni ’80 è indiscutibile. Come prendi lo status di musicista di culto che ti hanno appioppato tanti fan della tua musica?
Clive: Musicista di culto? No, non direi che sia vero. In questo sono nella stessa situazione di Mick. Mi piacerebbe suonare in posti più grandi e vendere più album. Ma siamo quello che siamo. Se qualcuno mi dicesse che sono un musicista di culto lo prenderei comunque come un complimento. Mi sono sempre considerato un musicista oscuro. Il titolo di musicista di culto suonerebbe sicuramente bene, ma non scolpito su una lapide (risate).

Rockline: Per concludere, la stessa domanda che prima è toccata a Mick. Con quale band prog rock degli anni ’60 o ’70 collaboreresti, se fosse possibile?
Clive: Ce ne sono parecchie. Farei volentieri un’esibizione con i Queen. E sarebbe un piacere speciale anche registrare qualcosa con Peter Gabriel. Con lui collaborerei molto volentieri, se non altro per pulire il pavimento dello studio (risate).

Rockline: E che ne pensi della reunion dei Genesis e di tutte queste reunion di grandi band rock?
Clive: Le reunion sono fantastiche, perché se non ci fossero, sparirebbe qualcosa di magnifico e molta gente non vedrebbe tutte queste band leggendarie. Per i Genesis, però, avrei preferito di gran lunga vederli riuniti con Peter Gabriel e Steve Hackett piuttosto che di nuovo in formazione a tre.

Rockline: Grazie, Clive. Ringraziamo di cuore tutti i membri degli Arena per il tempo dedicato all’intervista e vi auguriamo un’ottima esibizione stasera.
Clive: Grazie a voi. È stato un piacere speciale per tutti noi e vedremo volentieri sia l’intervista sia il report quando saranno pubblicati sulle vostre pagine.

Intervista: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

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