Mark Osegueda dei Death Angel parla di thrash e del nuovo album (2010)!
Luogo: Cvetličarna MediaPark / Lubiana / Slovenia
Data dell’intervista: 16.12.2010
I Death Angel sono un’altra delle leggendarie band thrash metal della Bay Area che, negli anni Ottanta, con l’esordio The Ultra Violence hanno spazzato via la scena thrash dell’epoca. Con quel debutto sono entrati per sempre negli annali del metal e con i dischi successivi hanno solo consolidato il loro status. Nel 1991 avrebbero dovuto suonare nel mitico tour Clash of the Titans (quello in cui per la prima volta si sono riuniti i giganti del thrash Megadeth, Slayer e Anthrax), ma l’anno prima avevano avuto un brutto incidente stradale, dal quale l’ex batterista Andy Galeon si è ripreso solo dopo più di un anno. Alla fine quell’incidente è stato anche uno dei motivi principali dello scioglimento della band. Ma nemmeno questa pausa è durata a lungo: i Death Angel si sono riformati nel 2001 per un’esibizione al Thrash of the Titans (concerto organizzato a sostegno di Chuck Billy e Chuck Schuldiner, entrambi colpiti dal cancro). La storia dei Death Angel ha ricominciato a essere scritta da capo e ha toccato il vertice l’anno scorso con l’uscita di uno dei migliori dischi della discografia della band, Relentless Retribution. Di tutto questo e di molto altro abbiamo parlato al Thrashfest 2010 a Lubiana con il carismatico cantante della band, nonché interlocutore eccellente, Mark Osegueda.
RockLine/Rock Hard: Avete appena suonato un altro concerto fantastico sui palchi sloveni, un vero “sonic beatdown”. Durante il tour avete pubblicato dei diari di viaggio e più volte avete detto che il Thrashfest 2010 è uno dei migliori tour a cui abbiate partecipato.
Mark: Esatto, per noi è senza dubbio uno dei migliori tour di cui abbiamo fatto parte, e per me personalmente è in assoluto il migliore che io ricordi. Non mi sono mai divertito così. Dagli anni Ottanta a oggi. È il pacchetto perfetto per qualsiasi fan del thrash, di qualunque generazione.
RL/RH: Se partiamo dall’inizio, come ricordi oggi la scena thrash della Bay Area degli anni Ottanta? Una bella fetta di quella comunità thrash eravate anche voi, i Death Angel.
Mark: È una cosa di cui vado estremamente fiero e felice, di aver potuto far parte di quella scena, da cui me ne sono andato e a cui poi sono tornato. Così posso apprezzare quei tempi ancora di più. Anche quando non ne facevo parte ero fierissimo di esserlo stato, oggi ancora di più. Davvero poche persone hanno la fortuna di vivere i propri sogni. Noi ci siamo sciolti… nessuno ha la possibilità di vivere i suoi sogni due volte. A noi, dopo la reunion, è riuscito, e per questo ci godiamo ogni singolo momento dal nostro ritorno in poi. Negli anni Ottanta tutto correva così veloce che non avevi nemmeno il tempo di rendertene conto. Adesso posso davvero fermarmi un attimo e riflettere su quello che faccio. Quando, per dire, sto sul palco con la schiena rivolta al pubblico, guardo le luci, guardo Will, l’unica cosa che mi viene in mente è che quello che mi sta succedendo è davvero folle e incredibile.
Rob: (dal fondo) Guardi anche me, no?
Mark: Sì, ogni tanto guardo anche Rob (risate).
RL/RH: (risate) Non in modo omoerotico, spero?
Mark: Haha, no no. Più in senso familiare. Quando si parla di famiglia non si può essere gay (risata fragorosa).
RL/RH: Siete una delle poche band in cui tutti i membri, almeno all’inizio, erano imparentati. Per voi è stato più facile o più difficile scrivere musica per questo motivo?
Mark: Non direi che ci abbia aiutato solo a scrivere musica…
RL/RH: Però probabilmente vi ha aiutato a lavorare come una squadra?
Mark: Non mi spingerei mai fino a chiamarlo lavoro di squadra (risate).
Rob: Ci ha costretti a stare nella stessa stanza.
Mark: Sì, è vero (risate). No, seriamente, fino a un certo punto ci ha aiutato a creare, perché ci conoscevamo fin da piccoli e sul palco avevamo una certa intesa e, nello scrivere, uno stile tutto nostro. Ma quando stai in una band con certa gente per un po’, quando fai tanti concerti come adesso… un numero di concerti così alto non l’avevamo avuto nemmeno negli anni Ottanta… in ogni caso crei una tua unità. All’inizio la parentela ci ha giocato a favore, verso la fine direi piuttosto il contrario.
RL/RH: Negli anni Novanta avete avuto parecchia sfortuna, penso soprattutto al brutto incidente stradale a causa del quale avete dovuto rinunciare al tour Clash of the Titans. Pensi che il futuro dei Death Angel sarebbe stato diverso, se avessi suonato in quei concerti?
Mark: Sarebbe stato diverso, ma dubito che sarebbe durato di più. Anche se avessimo suonato in quei concerti, i Death Angel sarebbero durati al massimo altri due anni. Credo che prima o poi ci saremmo sciolti comunque, probabilmente quel tour non ci avrebbe ispirati abbastanza da farci restare insieme. Già allora i nostri gusti musicali divergevano così tanto che possiamo dirci fortunati che Act III sia venuto fuori come un disco compiuto e coerente dal punto di vista musicale. Visti i nostri gusti così diversi di allora, penso che il disco successivo sarebbe stato un pasticcio di generi diversi e di certo non così compatto e incisivo. Se devo essere sincero, la band comunque non sarebbe durata ancora per molto.
RL/RH: I Death Angel sono sempre stati una band che non temeva di sperimentare, avete portato nel thrash elementi di funk e cose simili. Avevate paura della reazione negativa del pubblico metal dell’epoca?
Mark: Difficile dirlo. Quando uscì Act III la gente si era di sicuro già fatta un’opinione su di noi, perché Frolic Through the Park era un disco parecchio diverso rispetto a The Ultra Violence. Quello era thrash puro, mentre Frolic Through the Park era molto più vario e variegato. Penso che solo con Act III abbiamo trovato il nostro ritmo giusto e a quel punto non temevamo più la reazione, perché avevamo già le opinioni dei fan più accaniti. Quando ci siamo riuniti era passato abbastanza tempo perché quei fan crescessero e finalmente capissero che diavolo stavamo cercando di dire. Quando abbiamo ricominciato a suonare erano contenti di rivederci, e i giovani puristi che ascoltavano solo The Ultra Violence li abbiamo fatti ricredere già al primo concerto che hanno visto. Pensavano: cazzo, questa è una live band da paura. E dei nostri show siamo estremamente fieri.
RL/RH: È piuttosto ironico che sia stata la malattia di qualcuno a far riunire un numero così grande di band thrash….
Mark: Per me è stato il momento di svolta della rinascita del thrash metal. Il Thrash of the Titans c’è stato nel 2001, oggi siamo nel 2011 e quel concerto è stato il seme di tutto quello che succede adesso. Chuck per fortuna è guarito, e la musica ti mantiene giovane e ti aiuta a superare tutti i momenti difficili della vita, che tu sia musicista o fan. Oppure ti porta nei momenti più belli della tua vita. Questa è la bellezza dell’arte e il thrash è sicuramente una delle sue forme più crude (risate).
RL/RH: Questo è un ottimo assist per la mia prossima domanda. I vostri album diventano sempre più aggressivi e crudi, mentre voi invecchiando diventate sempre più matti (risate). Come ci riuscite?
Mark: Penso che sia il risultato dei concerti e dei tour. Ci ispirano i fan e le chiacchierate con loro. Siamo una band molto socievole, dopo il concerto andiamo sempre in mezzo alla gente e ci facciamo due chiacchiere, così vediamo cosa gli piace. Notiamo anche come reagisce il pubblico ai pezzi che suoniamo, quali pezzi portano più energia. Poi cerchiamo di scrivere i pezzi nuovi in quello stile e ti garantisco che dopo questo tour nasceranno ancora più pezzi thrash. Questo tour è ispiratissimo, è incredibile suonare con gli Exodus, che erano i nostri idoli quando eravamo ancora adolescenti, poi siamo diventati loro contemporanei, dopodiché le nostre strade si sono separate del tutto, e oggi siamo di nuovo allo stesso punto di prima. È la prima volta che siamo in tour con gli Exodus e è fenomenale, visto che ci conosciamo da un sacco di anni. Gli Exodus ogni sera spaccano il culo con la loro esibizione e per noi è una grande ispirazione. Ma ti garantisco che anche noi siamo la loro ispirazione, quando spacchiamo la nostra parte di culi (risate).
RL/RH: Sul palco hai accennato ai cambi di formazione dei Death Angel. È stato difficile quando i tuoi compagni di band, i tuoi cugini, hanno lasciato il gruppo?
Mark: Ti mentirei se dicessi che non è stato difficile. Emotivamente però non lo è stato poi così tanto. Quando prima Dennis e poi Andy hanno lasciato la band, ti dico sinceramente che ero incazzato. Cercavano di conciliare la vita familiare con quella musicale e non ci riuscivano in nessun modo. Continuavano in qualche modo a portare avanti la vita musicale, ma intanto imponevano regole e limiti agli altri, e anche alle proprie famiglie, tipo: posso andare in tour, ma solo per due settimane. Non è giusto verso gli altri, e me ha toccato in modo particolare, perché io vivo solo per la musica. È quello che voglio fare! Oggi non basta pubblicare album, devi essere una band viva e suonare in tour. Quando hanno iniziato a mettere questi paletti ho semplicemente detto: andate a fanculo. Poi è davvero difficile trovare le persone giuste, abituarsi a loro, ma alla fine ne vale la pena. Il trionfo alla fine ripaga tutta la fatica.
RL/RH: Il vostro quarto disco The Art of Dying è uscito ben 14 anni dopo Act III. Dopo un periodo così lungo è stato difficile rimettersi a scrivere materiale come Death Angel?
Mark: È stato interessante. Negli anni Novanta avevamo tutti i nostri side project, eravamo cresciuti tutti musicalmente, e allo stesso tempo era cresciuto il rispetto reciproco e quello per il materiale che ognuno di noi portava. Per questo quell’album per me ha una sensazione simile a Frolic Through the Park: ci sono semplicemente troppe idee diverse e troppe visioni personali su come dovrebbero suonare i Death Angel. Per me The Art of Dying ha qualche pezzo fenomenale che resterà sempre nella scaletta dei Death Angel, ma allo stesso tempo è un disco che semplicemente non è coerente. Lo stesso vale per Frolic Through the Park. Eppure incontro gente che dice che Frolic Through the Park è il suo disco preferito, o che chiede quando faremo un nuovo The Art of Dying. Sul serio? (risate). Ma siamo tutti diversi e questa è la bellezza dell’arte. Non puoi sempre accontentare tutti, ma se sei fiero del lavoro che fai, in futuro puoi solo farlo ancora meglio.
RL/RH: Passando al nuovo album. Per me la scelta di Jason Suecof come produttore è stata abbastanza sorprendente, visto che Jason è noto soprattutto per produrre e suonare in band metal più moderne. Io vedo i Death Angel come una band che non è necessariamente old school fino in fondo, ma che è sicuramente in contatto con le proprie radici…
Mark: Assolutamente! Di Jason in realtà ho sentito parlare tramite Rob, quando insegnava chitarra. Gli allievi gli portavano spesso i cd di band diverse e ovviamente anche Rob doveva prima imparare quel materiale. La maggior parte di quelle band erano pessime, ma per alcune dovevi davvero riconoscere un certo rispetto per come suonavano. Alcune avevano già nomi semplicemente cretini, e una di queste band erano gli August Burns Red, che ha catturato la nostra attenzione per le ottime parti di chitarra, la batteria fenomenale e soprattutto la produzione fantastica. Col tempo abbiamo iniziato a pensare ai produttori e noi siamo sempre andati nella direzione opposta a quella che ci dicevano i più. Anche negli anni Ottanta tutti lavoravano con tre o quattro produttori thrash, che noi non abbiamo mai voluto. Abbiamo semplicemente contattato Jason ed è venuto fuori che è un grande fan dei Death Angel e che non aveva mai prodotto un disco thrash puro. Parlando con lui abbiamo capito che è matto, ma anche molto affamato di questa produzione. E se sia il produttore che la band sono così entusiasti, il risultato non può che essere qualcosa di speciale. Quando poi abbiamo ascoltato gli album che ha prodotto e la sua produzione del nostro… Cazzo, il nostro album è di sicuro la sua produzione migliore (risate). Ed è stato divertente lavorare con lui, è dannatamente pazzo e fuori di testa, ma da te e dagli strumenti tira fuori il massimo.
RL/RH: Per il pezzo Truce del nuovo disco avete girato da poco un video. Perché avete scelto proprio questo pezzo e come è nato questo clip crudo e sanguinoso?
Mark: Questo pezzo si è appiccicato in testa a tutti, non solo a noi, ma anche ai nostri amici e alle nostre famiglie. Per quanto riguarda il video… Fin dall’inizio sapevamo che ne avremmo girati due, avevamo già pronto il piano per il secondo. Il video di Truce, come quello di Dethroned, è stato diretto da Robert Sexton, che è un po’ matto. Per dire, si è sposato davanti al Bates Hotel negli studi della Universal ed è un grande fan dell’horror. Ci ha presentato questo concept, ci è sembrato adatto perché metal e horror si completano alla perfezione. Quando ho visto il prodotto finito non mi è sembrato per niente così terrificante, poi però ho cominciato a sentire dai miei genitori come abbiamo potuto girare un clip così (risate). Non pensavo che avremmo ricevuto una reazione simile, a me per esempio schifo e violenza non toccano così tanto. Ma il rock ‘n roll ha sempre avuto una nota scioccante, da Elvis Presley e dai Beatles in poi. Se fai arrabbiare i tuoi genitori, vuol dire che stai facendo qualcosa di giusto, se capisci cosa intendo.
RL/RH: Nel disco Jason Suecof suona anche un assolo da ospite…
Mark: Sì, esatto, e quel tipo sa davvero suonare la chitarra!
RL/RH: … ma per me personalmente è ancora meglio e più interessante la vostra collaborazione con il duo Rodrigo y Gabriela nel pezzo Claws in so Deep. Com’è nata in realtà questa collaborazione?
Mark: Oooooooooo, guarda un po’! Bello (risate). In realtà Rob è un loro grande fan e quando abbiamo suonato con i Testament ha parlato molto con Alex Skolnick. Lui con il suo Alex Skolnick Trio ha suonato parecchio con loro e ci ha detto che sono fan del metal. Ha dato a Rob il contatto di Rodrigo e quando Rob gli ha mandato una mail, lui ha risposto subito che lui e Gabriela sono grandi fan dei Death Angel. Ancora prima che scegliessimo il produttore, Rodrigo ci ha suggerito di puntare su Colin Richardson, che aveva prodotto il loro disco. All’inizio l’idea era che Jason producesse l’album e Colin lo mixasse, ma per via dei diversi impegni non è successo. Insomma, Rodrigo era così entusiasta dell’idea di collaborare che per l’album hanno registrato un pezzo di musica che collega due brani. Ed è una loro composizione originale, di cui siamo estremamente fieri! Quella parte è incredibile ed è lusinghiero che sia stata scritta apposta per i Death Angel.
RL/RH: Il primo pezzo del nuovo album è Relentless Revolution. Visto quello che sta succedendo nel mondo, pensi che sia davvero tempo di una rivoluzione spietata?
Mark: Sì! (risate). Con tutto il cuore! Sono un rivoluzionario e lo sarò fino al giorno della mia morte. Dico sempre quello che penso, offendo la gente quando parlo, ma cerco di farlo in modo divertente. La colpa è dei miei genitori, che mi hanno sempre insegnato a credere in me stesso, a parlare apertamente e a essere un leader e non un seguace. Mi attengo a questo principio in tutti i campi della mia vita, come frontman della band e come persona. Penso davvero che sia tempo di una rivoluzione così e cerchiamo sempre di essere ambiziosi per quanto riguarda i nostri testi. Questo testo parla davvero del tema della rivoluzione, ma ognuno può interpretarlo a modo suo. Con questo pezzo io e Rob facciamo i conti con il nostro passato, con le persone che ci hanno tirato giù, e penso che sia un ottimo inizio per l’album. Apprezzo il passato, ma non ci vivrò, attaccherò il futuro come qualcosa che voglio conquistare.
RL/RH: Una buona notizia per i vostri fan sloveni è che a marzo tornate a Lubiana con un tour da headliner! L’ultima volta che avete suonato a Lubiana da headliner è stata nel 2004 e quel concerto è ancora scolpito nella nostra memoria come uno dei migliori concerti “indoor” da noi.
Mark: Grazie, davvero grazie. Anche noi abbiamo un bel ricordo di quel concerto e prometto che quello di marzo sarà ancora migliore e ancora più aggressivo!
RL/RH: La mia ultima domanda è quindi: qual è il tuo messaggio per i vostri fan sloveni, tra questo concerto e quello di marzo?
Mark: Grazie per la pazienza, grazie per tutto il supporto, grazie per l’ispirazione. Questa è una città di cui mi sono innamorato. L’architettura è meravigliosa e ho avuto l’occasione di farci una passeggiata quando abbiamo avuto qualche giorno di pausa dopo il Metalcamp. Lubiana mi ha conquistato in due giorni. Anche agli amici a casa negli USA dico spesso di visitare Lubiana e la Slovenia.
foto: Aleš Podbrežnik
Il reportage è nato dalla collaborazione tra RockLine e Rock Hard Slovenija.
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