Ashmedi e la sete di illuminazione musicale dei Melechesh! (2011)

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Autore: Rok Klemše

Luogo: New Age, Roncade, Italia
Data dell’intervista: 28.01.2011

I Melechesh hanno posto le fondamenta del loro black metal unico, tinto di thrash metal e mitologia mesopotamica, nel 1993, quando la band è nata come progetto solista del “mastermind” e ideatore Ashmedi. Negli anni successivi il progetto è diventato una band a tutti gli effetti, che nel 1995 ha pubblicato il demo oggi di culto As Jerusalem Burns… e un anno dopo anche l’album d’esordio As Jerusalem Burns… Al’Intisar. Sono seguiti i dischi Djinn e Sphynx, che hanno scolpito il gruppo a lettere d’oro nell’underground metal, mentre con il disco successivo, Emissaries, la band si è guadagnata anche un po’ più di attenzione, sudatissima, da parte del grande pubblico. A causa dei grossi problemi nella sua Gerusalemme, Ashmedi ha infatti trasferito la band in una nuova casa, nei Paesi Bassi, dove lavorano ancora oggi. E da poco hanno pubblicato il gioiello della corona della loro carriera, l’album The Epigenesis, che è anche il loro primo disco uscito per una grande etichetta – la Nuclear Blast. Per ora l’ascesa dei Melechesh non sembra incontrare grossi ostacoli, e prima del concerto del tour con i Nile abbiamo parlato del concept di questa eccellente band con Ashmedi, un uomo tutto d’un pezzo e determinato, ma soprattutto con un’idea ben precisa di ciò che vuole tirare fuori dalla band.

RockLine: Ciao Ashmedi, come stai?
Ashmedi: Guarda, sono appena stato a Venezia, è bellissima. In Italia non c’ero mai stato, sono stato praticamente ovunque ma qui è la prima volta. Non so perché, è una di quelle cose strane.

RockLine: Neanche in tour?
Ashmedi: No, qui non abbiamo ancora suonato a nessun festival e nemmeno in tour, una strana coincidenza.

RockLine: Partiamo proprio dal tour in corso, che fate insieme ai Nile, cosa interessante visto che le due band hanno un concept simile. Com’è andato finora?
Ashmedi: Sì, con i Nile condividiamo questa mitologia orientale. Ci stiamo divertendo, i concerti per ora sono ottimi e anche la reazione del pubblico. Siamo in tour da una settimana abbondante e finora va benissimo (tocca ferro sul tavolo).

RockLine: In questo tour presentate il nuovo disco, The Epigenesis, che però avete scritto e registrato per un bel po’: sono passati quasi quattro anni dal precedente. Perché ci è voluto così tanto?
Ashmedi: Primo, qualità prima di tutto. Secondo, nella scena underground è abitudine che le band facciano uscire un disco ogni uno o due anni. Ma è una regola? No. Prima che noi registriamo un buon disco, nel frattempo puoi ascoltare un sacco di altre band valide. Il che non vuol dire che sarà sempre così. Visto che ci è voluto tanto, ora ho molti più pezzi, alcuni già completi per il prossimo disco. Alla fine conta solo la qualità prima della quantità, e il tempo lungo mi ha permesso di fare anche pezzi molto vari. In più dovevo sistemare alcune faccende personali, che mi hanno preso parecchio tempo.

RockLine: Hai detto qualità prima della quantità, ma la cosa interessante è che The Epigenesis in realtà ha entrambe. È un disco molto lungo, ma allo stesso tempo ottimo.
Ashmedi: Sì, ma la durata è quella solo perché è quanto permette il cd. Avremmo potuto tranquillamente togliere due pezzi, registrarli dopo e avere un nuovo disco già l’anno prossimo. Ma ci siamo detti: se la gente ha aspettato così tanto un nuovo album, che ci metta pure sei mesi per assorbire i pezzi e, vista la quantità, un altro anno e mezzo per esplorarli fino in fondo. Non volevamo offrire un disco da mezz’ora. L’album è lungo e vario e, se lo ascolti su impianti diversi, nel mix puoi sentire cose diverse.

RockLine: Come paragoneresti The Epigenesis ai lavori precedenti, soprattutto al disco prima, Emissaries? Secondo me Emissaries ha un accesso più diretto, è più black metal, mentre The Epigenesis è più sperimentale, magari addirittura progressivo.
Ashmedi: Sì, sono d’accordo, solo che io il termine progressivo non lo uso, perché non so cosa significhi (ride). Però ha elementi di psychedelic rock anni Settanta, e ho usato anche la chitarra a dodici corde, cosa che prima non avevo mai fatto. Inoltre, per quanto riguarda la scrittura del materiale, sono stato molto libero, direi addirittura egoista. Mi sono chiesto come scrivere un nuovo disco e ho capito che la cosa migliore era essere libero, zittirmi e scrivere e basta. Come fai a migliorare un disco come Emissaries!? Quando ho registrato Sphynx bisognava superare quel disco, cosa impossibile, eppure con Emissaries ci sono riuscito; e adesso come superi quello? In più The Epigenesis è anche il nostro primo disco per una grande etichetta e avevo davvero problemi su come approcciare la scrittura. Dopo lunghe ore di riflessione, persino notti insonni, mi sono semplicemente seduto e ho scritto. È stato leggero, libero ed egoista. Il riff principale di Defeating the Giants l’avevo scritto già nel 1995, lo suonavamo ancora a Gerusalemme. Poi l’ho cambiato e ora si incastra alla perfezione nel pezzo. Queste sono le differenze più grandi: il disco è più organico (anche per come è stato registrato) e più vario, e cambia anche il modo in cui è stato scritto il materiale per i due album. Comunque mi piacciono entrambi.

RockLine: Anche a me (ride). Restiamo sul nuovo album. The Epigenesis significa raggiungere l’illuminazione, la crescita spirituale. Diresti che il concept di questo titolo si riferisce anche all’evoluzione della band? In fondo The Epigenesis è uno dei vostri lavori più potenti.
Ashmedi: Grazie. Concordo con la tua tesi! Abbiamo usato questo termine su più livelli: uno è il mio sforzo di illuminazione, di migliorare come persona. Sono ancora una merda, lo siamo tutti, ma ci provo. Un altro livello è sicuramente la descrizione della crescita della band, e poi anche il nostro chitarrista Moloch è sotto esame. Abbiamo trovato una parola molto adatta a questo momento, tutto deve avere un significato forte. Non dev’essere una parola figa, non cerchiamo quello: deve avere un senso, altrimenti non possiamo rispettarla. Da questo punto di vista ne hai colto in pieno il significato.

RockLine: La registrazione di questo album è stata molto particolare, anche quando hai registrato le voci l’hai fatto in modo davvero speciale…
Ashmedi: Le ho registrate nudo, sì. Il motivo è che tutto il processo era spiritualmente molto intenso. La prima cosa che abbiamo deciso è stata di registrare a Istanbul. Ci ero stato per la prima volta nel 2009 e mi era piaciuta da morire, ma allora lì non c’era ancora uno studio adatto a noi.

RockLine: Quindi hai scelto lo studio, o meglio il luogo di registrazione, solo in base alla città in sé, alla sua energia?
Ashmedi: Sì, all’inizio. Poi ho parlato con una giornalista, siamo diventati amici e mi ha detto che conosce l’élite dei produttori di studio di Istanbul, che stavano costruendo uno studio. Sono andato a vederlo e allora era ancora tutto in cemento. Sono volato dai Paesi Bassi per parlare con i responsabili e ho deciso subito che avremmo registrato lì. Abbiamo dovuto aspettare ancora qualche settimana che finissero i lavori. Lo studio era pazzesco, l’energia era ottima. Quando sono in studio lavoro sempre dieci, dodici ore al giorno e quando è arrivato il momento di registrare le voci ho dovuto spegnere tutto, diventare una bestia, qualcosa di primordiale. Le voci sull’album sono primordiali e ai ragazzi in studio ho detto come volevo registrare, anche se suonava strano, occulto o psicopatico, ma non era niente di tutto questo. Era per me: non volevo vestiti addosso, volevo essere nudo, primordiale, solo con i miei gioielli occulti, un tappeto, simboli mesopotamici, una luce rossa, un po’ di whisky, tè e Coca-Cola. E non ho lasciato che nessuno girasse per quel piano, c’ero solo io, tutte le luci spente, tutto al buio, e per arrivare alla sala di registrazione mi serviva una torcia. Ho registrato dalla notte all’alba ed è stato un processo molto bello, penso che le mie voci suonino benissimo, soprattutto grazie a questa primordialità.

RockLine: Anche in generale il cantato su questo album è più vario, dallo screaming black metal al growl death metal fino al cantato pulito. L’hai deciso mentre registravi o l’avevi già stabilito prima?
Ashmedi: In realtà il disco ha le voci registrate due volte, una con le voci alte e una con quelle basse. A volte vanno insieme, a volte sono mixate in modo che non te ne accorgi, a volte in modo che le noti. Era quello che volevo fare, ma devo dirti che la maggior parte delle linee vocali le ho create direttamente mentre registravo. Lo stesso vale per i “lead” di chitarra, di cui non ne ho scritto consapevolmente nemmeno uno, e sono rock, non metal. Chitarra ritmica e batteria invece erano pronte al 100% in anticipo. Lì non c’è spazio per errori, a meno che non si pensi che ci sia ancora margine di miglioramento. Tutto il resto si basa sul feeling del momento. Una volta registravamo a mezzanotte e ci siamo fermati perché a Istanbul suonavano proprio i miei amici Secret Chiefs, e quando siamo tornati abbiamo registrato fino alle tre di notte. Perfino il riverbero è organico: l’abbiamo ottenuto aprendo la porta sull’atrio e catturando il suono naturale del corridoio.

RockLine: Come hai detto, le chitarre si basano su black, death, thrash metal e rock anni Settanta, ma su The Epigenesis avete usato anche parecchi strumenti tradizionali, che arricchiscono ancora l’esperienza.
Ashmedi: Sì, è vero, ma dovete tenere presente che siamo innanzitutto una metal band. Punto. Non siamo sperimentali, però posso dire che abbiamo inventato il blackened thrash mediorientale, che suona com’è perché risponde alla nostra visione. Gli strumenti tradizionali li usiamo per ragioni estetiche e per le parti strumentali che i metallari, diciamo, non capiscono. Noi invece sì, per esempio la musica sufi, cioè musica molto poco commerciale. Inoltre abbiamo scelto strumenti dal suono cupo, non vogliamo suonare come l’Aladdin della Disney con le tastiere, lo fanno fin troppe band (canticchia e mormora una parte che potrebbe davvero finire in Alì Babà o Aladino, n.d.a.). Ho sentito anche band che cantano di “Jerusalem in the heart in the desert”. Ma che cazzo!? Gerusalemme è una zona boscosa, il deserto sta dietro, e nemmeno quello è di vera sabbia. Insomma, abbiamo scelto strumenti non clichè, persiani, indiani, arabi. Alcuni li abbiamo suonati noi, altri dei maestri. Io per la prima volta ho suonato un vero sitar e tutto quello che c’è sull’album l’ho suonato io senza “editing”. Mi è servito un giorno o due per prendere confidenza con lo strumento e poi ho solo suonato e suonato. È stato facile perché lo sentivo mio e ne sono stato davvero orgoglioso.

RockLine: In effetti il sitar è uno strumento molto complicato.
Ashmedi: Vero, il proprietario mi ha perfino chiesto se ero davvero sicuro di suonarlo per la prima volta. E lo sentivo davvero come se fossi nato per quello strumento. Penso che in futuro suonerò il sitar più spesso. Il tizio me l’ha addirittura prestato per due mesi, quando avevamo già finito la registrazione.

RockLine: Su Emissaries avete registrato un “cover” interessante della band The Tea Party, Gyroscope, e l’avete rielaborata benissimo nel vostro stile.
Ashmedi: Sì, per questo preferisco chiamarla adattamento e non “cover”. Conosco i Tea Party e gli ho detto che volevo rifare il pezzo a modo mio, e mi hanno risposto che nessun problema, che potevo sbizzarrirmi.

RockLine: Hai detto che dopo la registrazione di The Epigenesis vi è rimasto parecchio materiale: avete registrato qualche altro adattamento?
Ashmedi: Sì, mi piace molto il musicista turco Baris Manco, che purtroppo è morto. Era uno di quelli che hanno inventato il cosiddetto rock anatolico, il rock orientale degli anni Sessanta, quando erano tutti ancora hippie. Uno dei fondatori di questo genere suona anche sul nostro album, e suonava anche con Baris. Hanno scritto un pezzo bellissimo, che abbiamo suonato in studio con dei blast beat, e io ho cambiato il riff principale. Abbiamo chiesto il permesso, ma hanno posto condizioni impossibili e abbiamo lasciato perdere tutto. Magari un’altra volta. Però è una cosa che mi interessa molto.

RockLine: Pubblicherete queste idee, bozze e simili sul prossimo album, o possiamo aspettarci singoli, b-side o EP?
Ashmedi: Non lo so. Tutto è possibile, ma non dipende tanto da me, l’etichetta ha molto da dire. Per me adesso contano altre cose: un DVD come lo voglio io, magari un disco acustico e ovviamente il nuovo album. Ma sono le mie ambizioni e i miei desideri, non qualcosa che succederà per forza, anche se ci sto lavorando.

RockLine: Volevo chiederti anche della possibilità di un DVD…
Ashmedi: A dire il vero, se devo essere onesto, non amo nemmeno i DVD. Non mi piacciono questi grandi DVD dei concerti. Ovviamente è importante che la gente possa guardare un DVD se non può vedere il concerto. Io però voglio offrire qualcosa di diverso, di fresco. In questo momento ne stiamo parlando, ma è un progetto enorme e spero che riesca.

RockLine: E com’è la situazione del documentario su di te e sulla band? So che hai avuto parecchi problemi.
Ashmedi: Sì, ho avuto grossi problemi. Il regista non era mentalmente stabile, ha un sacco di problemi. Mi ha contattato lui, abbiamo iniziato a girare a Gerusalemme, l’ho portato a casa mia, nella mia scuola… Abbiamo girato tutto, e poi mi ha detto di aver perso tutti i filmati. Aveva perso le riprese dell’Hellfest, il “behind the scenes” era incredibile. Ok, può succedere, gli ho dato un’altra possibilità, ma è andata allo stesso modo e gli ho detto di lasciarmi in pace. Poi qualcun altro ne ha sentito parlare, abbiamo ricominciato a girare e nel frattempo ha girato anche il nostro videoclip. Non so cosa stia succedendo adesso con questa storia e, a dirla tutta, non mi interessa neanche. Di lui non mi importa nulla, io sono il soggetto di questo documentario, non il suo autore, mi interessa solo la band.

RockLine: Se le mie informazioni sono giuste, il chitarrista Moloch ha problemi di salute e non fa parte del tour?
Ashmedi: No no, con la sua salute è tutto a posto, ci raggiungerà tra 10 giorni. Come scherziamo noi, Moloch è ancora un cittadino di serie “B”, non di serie “A” come te e me. Io ho la cittadinanza olandese, Moloch ha ancora quella giordana e Bulgaria e Serbia gli hanno respinto la richiesta di visto. Non voleva che avessimo problemi logistici, quindi si unirà a noi più avanti.

RockLine: Come avete scelto il chitarrista “session”?
Ashmedi: Nei Paesi Bassi, dove abbiamo la sala prove, suonano un sacco di gruppi con cui siamo ottimi amici. Non è la prima volta che lo facciamo, perché Moloch vive negli USA, sta scrivendo il dottorato e non è sempre disponibile. Che non sarebbe venuto a una parte del tour lo sapevamo già da qualche mese, quando gli hanno respinto il visto. Abbiamo scelto subito un session guitarist, che è un nostro amico, e Moloch gli ha insegnato tutte le parti. Il tipo era pronto subito, con lui ho provato solo due volte, ma ho visto che era preparatissimo e siamo partiti per il tour. Non era mai stato in tour e se la sta godendo un mondo.

RockLine: Toccando un attimo i vostri testi, in cui parlate di mitologia mesopotamica e di occulto, secondo me si sposano alla perfezione con la vostra musica, con l’istinto primordiale dei Melechesh.
Ashmedi: Sì, assolutamente, si tratta del quadro completo. Mi interessa il misticismo mediorientale, non mi limito alla sola mitologia mesopotamica, studio per esempio anche la cabala. La maggior parte dei testi si basa sulla culla della vita, che è interessantissima. Ma non è una recita della mitologia, è un’interpretazione, messaggi subliminali…

RockLine: In un certo senso, quindi, create una mitologia Melechesh.
Ashmedi: Sì, diciamo di sì. Interpreto la mitologia in modo che sia rilevante anche oggi. Si tratta di messaggi subliminali, pseudoscienza, del fatto che gli antichi dèi vengano da altri pianeti e roba simile. Sono cose che mi attraggono, che mi interessano, ma non è un mio sistema religioso.

RockLine: Prima di questo tour avete fatto anche un breve tour da headliner in cui avete suonato con la nostra Noctiferia. Com’è andata?
Ashmedi: Il tour era pieno di bella gente, i Noctiferia sono persone fantastiche e musicisti eccellenti, hanno un’ottima presenza scenica, ottima musica e un ottimo lato visivo. Per me sono veri artisti. Salutameli! (ride) Sono stati fantastici anche gli Svart Crown dalla Francia.

RockLine: La mia ultima domanda: cosa aspetta i Melechesh in futuro e come supererete The Epigenesis?
Ashmedi: Oh… Vaffanculo! (ride) Non ne ho idea. Dico solo che faremo musica. Cosa porterà il futuro non lo so. Finché sentirò il bisogno di creare, lo farò. Quando non ci sarà più sincerità, smetterò. Il futuro, dal mio punto di vista, è registrare un DVD, registrare un disco acustico e registrare un nuovo album da calci in culo. Ora che ci ho pensato mi è venuta voglia di vomitare (ride). Registrare un nuovo album che almeno raggiunga The Epigenesis mi terrorizza davvero (ride).

Foto: Nina Grad

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