On An Island
Autore: Aleš Podbrežnik, Peter Podbrežnik
Artista: Gilmour, David
Etichetta: EMI Records
Uscita: 2006
Durata: 51:40
Voto: 3.5/5
La leggenda della chitarra e della voce David Gilmour, nel periodo in cui i Pink Floyd, dopo il live »PULSE« (1996), esistevano di fatto solo sulla carta, e fino al loro scioglimento ufficiale nel 2014 con l’album d’addio »Endless River«, si è trasformato piano piano in quel nonnetto bonario, attempato e sempre sorridente che, da solista, puntava soprattutto sul sentimentalismo e sulla nostalgia dei suoi tantissimi fan, anche se come compositore non aveva più nulla di davvero nuovo o eccitante da offrire, visto che le idee migliori le aveva già bruciate negli anni d’oro, quelli più giovani. Da solista, del resto, David nella sua lunga carriera non è mai stato chissà quanto attivo, a differenza dell’ex ‘compagno di sventura’ dei Pink Floyd Roger Waters, ed è per questo che i fan aspettavano con impazienza »On an Island«, uscito nel 2006 e appena il suo terzo album in studio.
Va bene, il debutto di David del 1978 era uno dei migliori progetti solisti firmati da un membro dei Pink Floyd, e anche »About Face« del 1984 era tutto fuorché brutto, pur essendo per molti versi figlio del suo tempo, ma nessuno dei due ricordava più di tanto lo stile musicale della sua celebre band, e questo era un bene, perché il maestro della chitarra si sforzava di mostrare quanta più personalità compositiva possibile. Nel 2006 ha scelto un approccio un po’ diverso. Su »On an Island«, a differenza dei due lavori solisti precedenti, a David è riuscito di (ri)creare almeno in parte quella magia ambient che distingueva i Pink Floyd del periodo in cui, a metà degli anni Ottanta, aveva preso da Waters le redini del processo creativo, con la differenza che la maggior parte dei brani dell’album, con l’eccezione di »Take a Breath«, ha un carattere ambient decisamente leggero, tanto che il disco lo possono ascoltare senza fatica anche le signore in pelliccia che, ai concerti recenti di David, seguono dai palchetti d’onore i loro compagni dai capelli grigi e dal portafoglio ben fornito.
In gran parte dei brani di »On an Island« David si affida soprattutto ai suoi caratteristici assoli di chitarra ultramalinconici e ai tanti passaggi di slide con cui era diventato famoso già nei primi anni con i Pink Floyd, il tutto suonato dentro cornici di arrangiamento ritmicamente compatte e melodicamente strutturate. Naturalmente, per »On an Island« David ha invitato a collaborare un’intera legione di vecchi amici, tra cui spiccano il compagno d’armi di lunga data nei Pink Floyd Richard Wright, purtroppo oggi scomparso, il patriarca della scena di Canterbury Robert Wyatt, il virtuoso della chitarra Phil Manzanera, l’ex chitarrista originale dei Pink Floyd Rado ‘Bob’ Close, David Crosby, Graham Nash e Guy Pratt. La maggior parte dei testi di »On an Island« è stata scritta (com’era prevedibile) dalla compagna di Dave, Polly Samson, che in uno dei brani ha anche suonato il piano e messo la voce di accompagnamento.
Per tutto l’album domina una nostalgia malinconica per i ‘bei vecchi tempi’ e un sentimentalismo benevolo, che rispecchia lo stato d’animo di un uomo maturo che ormai è piano piano entrato nella cosiddetta terza età: David, infatti, quando è uscito »On an Island« aveva compiuto esattamente sessant’anni. »Castellorization«, lo strumentale d’apertura, che Gilmour ha dedicato a un’isola greca dove evidentemente si era goduto una vacanza della madonna, contiene il suo caratteristico assolo di chitarra. »Smile«, con una spruzzata di folk rock, è un piacevole strumentale che, per il battito pastorale e la melodia di chitarra acustica, ricorderà ai più il classico dei Pink Floyd »Fat Old Sun«. »A Pocketful of Stone« più che ai Pink Floyd dell’era Gilmour fa pensare ai Camel, più o meno ai tempi dell’album »Rajaz« (1999), con la piccola ma importante differenza che la voce di Dave è sempre stata un filo più alta, come intonazione, di quella di Andy Latimer. L’unico brano in cui David mostra un po’ più di energia rock è »Take a Breath«, che, rispetto alla natura da quadro immobile di tutti gli altri pezzi, con un riff di chitarra più tagliente, una batteria più attiva e un approccio vocale più aggressivo è quasi un vero hard rocker.
Con »On an Island«, un album dalla natura decisamente da quadro immobile, il signor Gilmour ha invitato i suoi fan a un piacevole ritrovo di famiglia e a una vacanza rilassante su un’isola mediterranea isolata. »On an Island« è un lavoro più che ascoltabile e, sul fronte ambient, un album bellissimo con una produzione fantastica, perfetto per rilassarsi e farsi una bella dormita ristoratrice dopo una giornata di lavoro stancante; però, nonostante a tratti ricordi certi momenti dei Pink Floyd dell’era Gilmour, nel complesso non è proprio il capolavoro che probabilmente si aspettava la maggior parte dei fan di David dopo aver aspettato tanto a lungo il suo terzo album solista.
Autore della recensione n. 2: Peter Podbrežnik, data 13.01.2017 (voto 3.5/5)
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Pink Floyd. Forse è davvero la parola più scomoda con cui potessi aprire questa recensione. È la band che non si è mai sciolta ufficialmente, ma è passato un bel po’ da quando dava segni di maggiore attività. Per questo il nuovo album in studio di David Gilmour è un vero balsamo per tutti quelli a cui (e a noi) il letargo dei Pink Floyd sembrava assolutamente superfluo e inaccettabile. “On An Island” non è affatto un album dei Pink Floyd. È David Gilmour dalla testa ai piedi. Eppure è anche, in un certo senso, un album dei Pink Floyd, perché l’ha scritto Gilmour. Come si scioglie ‘sto nodo?
Evidentemente non riuscirò a liberarmi della parolina Pink Floyd. “On An Island” dimostra che, dopo i Pink Floyd, Gilmour è quello più Pink Floyd di tutti. Waters è rimasto impantanato più o meno a “The Final Cut” (1983), mentre Gilmour crea un album solista che è il più vicino a ciò che intendiamo con il termine Pink Floyd. Che sia quello degli anni Settanta o quello dell’era post-Waters! “On An Island” è al tempo stesso il ritorno di Gilmour allo stile e al suono del suo debutto solista “David Gilmour” del 1978.
Gilmour ci mette la sua voce calda, unica e inconfondibile, e quel modo di suonare la chitarra indimenticabile, irripetibile e tutto suo. Canta con voce “clean”, sofisticata e sensuale. Qua e là tira fuori un “feel” che ti riporta dritto negli anni Settanta, dritto ai pezzi “floyd” come Green Is The Colour o If, soprattutto nei punti in cui la sua voce delicata sullo sfondo è accompagnata da una chitarra “acoustic slide”. Parlo di The Smile, un riuscitissimo “incrocio” tra la citata eredità “floyd” del passato remoto e, per dire, A Great Day For Freedom (“Division Bell”, 1994). Questo pezzo in realtà non è una novità, perché Gilmour lo suonava già dal vivo nel 2001 ed è incluso nel suo DVD “In Concerts”. In questo disco solista si inserisce alla perfezione, anche se in “In Concerts” non lasciava un’impressione particolare.
Castellorizon è uno strumentale di quattro minuti che apre il disco e, come previsto, ci hanno infilato un assolo “moody” di David. Se proprio dobbiamo paragonarlo a qualcosa, è vagamente l’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason” (1987), anche se lontana un miglio. Decisamente, e anche se non è Pink Floyd, è fatto in modo che tu capisca subito, e non ci piove: “Questo viene da una delle teste dei “floyd”!” Quale testa sia, non serve certo spremersi le meningi. La title track in cui l’intro si riversa è semplicemente una continuazione magistrale. Fluttuare nel cielo e nuotare nel chiaro di luna. Tutto è calmo, tutto riposa, la luna splende, nel suo chiarore le sagome degli alberi luccicano e compare l’isola di David Gilmour. “Let The Light Surround You!”, come se la voce arrivasse dal paradiso. Una vetta psichedelica. Esattamente come i Floyd, ma uscita dalla penna di Gilmour. Diretta, dritta in vena! La title track illumina subito il vero “floydiano” con quella magia, la magia che David sa evocare in modo così efficace. L’assolo a metà, delicato, dolce, fragile,…. Morbidissimo e poi ancora malinconico nel finale, un leggero sentore di High Hopes? Il controllo rigoroso del suono della chitarra, il padrone del “pull off” e del tremolo, scorre spontaneo lungo tutto il disco. David da un solo tono sviluppa intere tavolozze di melodie. Ogni nota ha il suo posto, molto importante. L’assolo in The Blue è una di quelle perfezioni assolute, e in Take A Breath di nuovo. E ancora e ancora,… Con i toni quest’uomo non spreca niente, Steve Vai, impara!
Quello che Gilmour ha portato dai Floyd e che è così legato al suo disco più o meno funziona così. Un semplice “sample” che si ripete con il “delay” all’inizio sembra del tutto innocente, a volte anche troppo. Poi si affina piano piano in modo magistrale, con un senso perfetto, pezzetto dopo pezzetto, melodia su melodia, fino a crescere in una perfezione assoluta, un’impeccabile fusione di classica e rock in una simbiosi totale, con un quadro sonoro pieno al massimo. Red Sky At Night, con il sassofono in apertura, ha il vero “Blade Runner feel” alla Vangelis. Gilmour, maestro delle atmosfere! Che all’improvviso si trasforma in This Heaven, un pezzo impostato come “walking blues”, dove il “feel” è di nuovo eccezionale, ma completamente diverso, l’Hammond fa miracoli sullo sfondo, per non parlare dei “bluesy clean” guizzi della chitarra di Gilmour. Le atmosfere si capovolgono di continuo e ricadono sempre in piedi. “On An Island” è quel disco imprevedibile che ti sorprende dall’inizio alla fine. Non sai mai cosa si nasconda dietro la sua riva.
I brani sono accompagnati da fantastici arrangiamenti orchestrali che costruiscono un’atmosfera grandiosa. Per esempio A Pocketful Of Stones. Incredibile come Gilmour spezzi questo pezzo in modo inaspettato e ci porti a metà dritti non a “A Saucerful Of…”, tranquilli, eh, eh, eh,.. ma all’inizio dei Settanta (il disco “Meddle”).
Where We Start è un vero capolavoro quanto a scelta del pezzo giusto per chiudere. La composizione ricorda moltissimo l’apertura del disco con la title track, ma la melodia è un’altra, mentre il “feel” è molto simile a quello dell’inizio. Il cerchio si chiude piano piano, la storia è conclusa. Gilmour torna a dondolarsi sulla barca delle sue note, con quel suo modo unico di suonare la chitarra “slide” e la “steel pedal”. Semplicemente non ci sono parole che bastino per recensire questo disco. Ogni volta che ascolti “On An Island” ti pervadono sensazioni completamente diverse. “On An Island” è davvero un fluttuare tra le stelle. Non è difficile immaginarsi un’atmosfera da fiaba avvolta in un chiaro di luna immacolato, colpi di remo su un fiume addormentato, in una notte in cui il silenzio è il padrone. In questo momento ti travolgono questi suoni unici e ti portano lontano, lontano. Il disco è trascendentale e ha effetti esoterici, un vero massaggio rilassante per il cervellino. Addormentarsi con lui è questione di un attimo, semplicissimo.
Gilmour ha fatto quello che in fondo, in silenzio, ci aspettiamo dai Pink Floyd, ma per questi ultimi la storia è finita. “On An Island” è la continuazione a puntate dei Pink Floyd, anche se non è un album dei Pink Floyd. È un vero album solista di David Gilmour, che può suonare solo “gilmouriano” e in nessun altro modo. Ecco qua! Voce, chitarra, un modo di sentire la musica completamente suo, che conosce solo Gilmour. Il Dec è un genio, il disco, considerati gli anni di carriera del suo creatore e la perfezione, è il disco del mese di marzo 2006 e probabilmente posso dire subito: il disco dell’anno! Un capolavoro psichedelico di prima classe, con melodie eccezionali, atmosfere possenti e, in più, una completezza e una perfezione senza pari. Per godervi fino in fondo “On An Island” dovete assolutamente spegnere il vostro “ratio” mentre ascoltate il disco. Quindi non fate quello che fa questa recensione! Non analizzate mentre ascoltate, ma lasciatevi andare alla musica, fatevi portare oltre gli orizzonti della logica. Diventate parte dell’orizzonte infinito di Gilmour!
Autore della recensione n. 1: Aleš Podbrežnik, data: 06.03.2006 (voto 4/5)
Formazione
David Gilmour – voce, chitarra, basso, percussioni, piano, organo Hammond, piano elettrico, sassofono, armonica basso, cumbus
Guy Pratt – basso
Robert Wyatt – percussioni
Andy Newmark – batteria, percussioni
Jools Holland – piano
Phil Manzanera – piano, tastiere
Leszek Mozdzer -piano
Polly Samson – piano, voce di accompagnamento
Caroline Dale – violoncello
Ged Lynch – batteria
Willie Wilson & The Tunemasters – batteria
Lucy Wakeford – arpa
Chris E. Thomas – tastiere
Georgie Fame – organo Hammond
Chris Stainton – organo Hammond
Graham Nash – voce di accompagnamento
Crosby, David & Graham Nash – voci di accompagnamento
Chris Laurence – contrabbasso
Alasdair Malloy – glass harmonica
Produzione
David Gilmour,Chris Thomas & Phil Manzanera
Tracklist
1. Castellorizon (3:54)
2. On an Island (6:47)
3. The Blue (5:26)
4. Take a Breath (5:45)
5. Red Sky at Night (2:51)
6. This Heaven (4:24)
7. Then I Close My Eyes (5:27)
8. Smile (4:03)
9. A Pocketful of Stones (6:17)
10. Where We Start (6:46)