Rehab

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Artista: Quiet Riot
Etichetta: Chavis Records
Uscita: 2006
Voto: 4/5

L’ultima cosa che ti aspetteresti dal nuovo album dei Quiet Riot nel 2006, dopo oltre 25 anni di carriera, sarebbe un cambio di direzione musicale e di sound. La storia invidiabile e il pedigree della band parlano da soli e, a differenza di certi colleghi dei Quiet Riot che si sono arenati da un pezzo nella trappola della prevedibilità, i “vecchietti” con questo disco dal titolo emblematico, “REHAB”, hanno fatto centro. In altre parole, Rehab si può considerare come il primo vero lavoro dopo il ritorno del cantante Kevin Dubrow.

Detto onestamente e a conti fatti, nella freschezza della band ha sicuramente avuto un ruolo importante anche il ritrovato equilibrio chimico nel gruppo. Carlos Cavazo e Rudy Sarzo dopo la “riabilitazione” (cioè “Rehab”) non sono più della partita: al loro posto ci sono il bassista Tony Franklin (ex The Firm e Blue Murder) e il chitarrista da studio Neil Citron. (N.B.: magari per i due di prima si trova di nuovo un posticino nella fabbrica di musicisti sotto la bacchetta del signor Coverdale e dei suoi Whitesnake.

Il cambio è stato una mossa ponderata e furba per la band, e su più livelli. Il chitarrista Citron ha portato nel gruppo uno stile completamente nuovo. Mentre fino a oggi la band si reggeva sulle parti di chitarra di Cavazo e su un taglio melodico, stavolta l’accento cade di più sull’armonia e su un suonare più riffoso, dove Citron è una vera locomotiva a vapore. Il suo stile si distingue da quello di Cavazo soprattutto perché lascia spazio in primo piano anche agli altri membri della band, mentre lui se ne sta un po’ più defilato a preservare la propria integrità. Come esempio perfetto vale la pena citare il pezzo “South Of Heaven”. Gli assoli di chitarra, tra le altre cose, suonano molto southern, cioè l’esatto opposto di quello a cui i Quiet Riot ci avevano abituati finora. Al posto delle linee guida a cui eravamo abituati, la struttura delle loro composizioni attuali poggia soprattutto sul drumming spirituale di Frankie Banali e sulla linea di basso di Franklin che lo accompagna. Come coppia, i “Banali-Franklin” si potrebbero definire puro TNT, o, al massimo, con un paragone calzante, “Bonzo-Jones”. Questa struttura si sente su tutto l’album, ma a spiccare più di tutti è sicuramente il pezzo “Free”.

Quanto al cantante Kevin Dubrow, su Rehab è in splendida forma, vocale e fisica, e lo senti in ogni singolo brano. Se pensiamo che la sua voce è sempre stata molto marcata e graffiante, è un vero miracolo che in tutti questi anni non abbia perso un grammo della sua grinta, cosa non proprio rara tra i cantanti del genere, quelli che amano esagerare con lo “sgolarsi”. Visto che siamo in tema di valutazione delle doti vocali di Kevin, vale la pena segnalare pezzi come “Black Reign” e “Strange Daze”. Sprecare parole mentre li ascolti è del tutto inutile, perché i due brani parlano da soli, e a favore di Kevin. In una parola: Kevin è e resta un ottimo frontman e un ottimo cantante.

La band ci ha quindi sorpresi con un suono eccellente, ma il vero asso nella manica di questo “Rehab” non è il sound del gruppo, bensì i testi e la liricità dei singoli pezzi. Anche se qua e là si trova ancora qualche scrittura “da pastorello”, gran parte del materiale ha un carattere e un peso molto più forti di qualsiasi altro album dei Quiet Riot uscito finora. Un buon esempio è “In Harm’s Way”, dove il motivo bluesy e l’audacia grezza segnalano cambiamenti rivoluzionari, sia nello stile che nel sound, rispetto al passato e al futuro della band. Questa freschezza non si sente solo nel materiale nuovo: alla band è riuscito di portare i cambiamenti anche in quello che è un suo marchio di fabbrica, cioè le riletture, le “cover” di pezzi famosi. Stavolta i ragazzi si sono presi “Evil Woman”, dei Spooky Tooth del 1969, che tanti anni fa avevano già rifatto i Deep Purple. Quale delle due versioni sia riuscita meglio è difficile dirlo, ma il ruolo da protagonista in questa rilettura lo gioca nientemeno che la voce del rock, il signor Glenn Hughes, che oltre alle voci suona anche un’ottima linea di basso. Questo pezzo potremmo definirlo il dessert del disco, perché suona davvero grandioso e fiero.

Per il voto finale, restiamo realisti: i Quiet Riot non arriveranno mai al livello dei Dream Theater, nemmeno alla lontana. Aspettarsi una cosa del genere sarebbe assurdo, ma l’album Rehab rappresenta comunque una svolta enorme nel loro percorso. Forse c’entrano la chimica e la nuova carica nel gruppo, forse i membri hanno deciso consapevolmente di cambiare in modo radicale lo stile e il sound che li ha contraddistinti negli ultimi quasi tre decenni. Comunque sia, la riabilitazione gli è riuscita alla perfezione e hai davanti un ottimo album, questo “Rehab”.

Formazione

Kevin DuBrow – voce
Neil Citron – chitarra
Tony Franklin – basso
Frankie Banali – batteria

MUSICISTA OSPITE:
Glenn Hughes – cori, basso

Tracklist

1. Free
2. Blind Faith
3. South Of Heaven
4. Black Reign
5. Old Habits Die Hard
6. Strange Daze
7. In Harm’s Way
8. Beggars And Thieves
9. Don’t Think
10. It Sucks To Be You
11. Evil Woman

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