The Aerosol Grey Machine

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 1969
Voto: 3.5/5

Il primo album dei Van Der Graaf Generator nasce come progetto solista del già allora riconoscibilissimo cantante (e chitarrista occasionale) Peter Hammill, che voleva dare forma alle sue visioni musicali e filosofiche, anni luce avanti rispetto ai testi della maggior parte dei musicisti dell’epoca. Nei testi di Hammill spiccava soprattutto il continuo flirt con il confine tra scienza e finzione, ragione e intuizione, visioni apocalittiche ed esistenzialismo. Su “The Aerosol Grey Machine” tutto questo è ancora in uno stadio embrionale, ma molti frutti dei suoi futuri capolavori (e lo stesso vale per la band nel suo complesso) si intravedono già qui. Sotto la guida di Hammill il gruppo, che si era già sciolto una volta prima ancora di iniziare le registrazioni, si è rimesso insieme ed è ripartito con la sua missione. Negli anni a venire Hammill dividerà di continuo il suo tempo tra i Van Der Graaf Generator e una carriera solista non meno sbalorditiva. La differenza tra i due progetti era spesso appena percettibile, dato che Peter in entrambi usava più o meno gli stessi musicisti, eppure i Van Der Graaf Generator avevano fin dall’inizio un’aura tutta loro, che li ha resi così affascinanti per tantissimi fan del rock progressivo.

Prima dell’uscita di questo album la band ne aveva già passate parecchie. Hammill l’aveva fondata nel 1967, quando era ancora studente all’università di Manchester, insieme a Chris Judge Smith a batteria e fiati e all’organista Nic Pearne. Dopo il trasferimento a Londra hanno iniziato a registrare e in quel periodo sono riusciti anche a firmare il primo contratto con la Mercury. Il più grande successo di Hammill fino a quel momento è stato dare vita alla loro prima vera formazione, con l’arrivo di Hugh Banton all’organo, Guy Evans alla batteria e Keith Ellis al basso, e stringere un accordo con il boss della Charisma, Tony Stratton Smith (che aveva sotto la sua ala anche i Genesis). Eppure la sfortuna si è subito accanita su di loro. Judge ha lasciato il gruppo appena registrato il primo singolo “People You Were Going To” (sul lato B c’è “Firebrand”), e dopo qualche concerto gli rubano pure l’attrezzatura, cosa che di fatto manda la band a gambe all’aria. Come detto, Hammill inizia a lavorare a un disco solista, quando di colpo si rende conto di aver bisogno dell’aiuto dei suoi vecchi amici, ed ecco che i Van Der Graaf Generator rinascono. La maggior parte dei pezzi di “The Aerosol Grey Machine” è ben lontana dalle composizioni successive, spesso complesse, sinfoniche, epiche e dall’atmosfera per lo più cupa, ma il disco contiene comunque tanti brani interessanti, che offrono all’ascoltatore un bel colpo d’occhio sull’evoluzione della band. Accanto alle cose di taglio psichedelico c’è anche qualche pezzo più complesso e ambizioso, che ha indicato la strada ai dischi futuri. Un peccato che all’uscita l’album sia stato pubblicato solo negli USA. La furba manovra di Stratton è bastata a far sì che la band rescindesse il contratto con la Mercury e si trasferisse alla sua Charisma, dove, insieme a Genesis e Lindisfarne, è diventata uno dei loro assi nella manica.

Già l’opener “Afterwards”, psichedelica e piuttosto ingenua, lascia intravedere il potenziale nascosto della band. Per atmosfera è un pezzo calmo e bello, perfetto per rilassarsi, di quelli che i VDGG, nei prossimi anni, non sforneranno certo in abbondanza. All’ascoltatore presenta soprattutto la voce unica di Hammill (qui nel suo lato più dolce e luminoso), riconoscibile almeno quanto i suoi testi. Anche se il vero potenziale non emerge ancora, già allora lasciava capire perché sia sempre stato uno dei migliori cantanti del rock progressivo. Da citare anche l’ottima melodia al piano di Banton. Dopo l’avvio tranquillo, le due parti di “Orthenthian” ci trascinano nel mondo spesso cupo e inquietante delle visioni postapocalittiche di Hammill, che prenderanno davvero vita nel disco successivo. Anche se al pezzo manca ancora quell’energia che avrebbe poi contraddistinto gran parte dei lavori successivi, è una composizione molto buona e la prima vera dimostrazione di cosa fosse capace la band e dove stesse andando il suo suono. Il delicato drumming di Evans e il maestoso uso dell’hammond da parte di Banton diventeranno, insieme al genio vocale e lirico di Hammill, i veri marchi di fabbrica del gruppo, mentre Ellis, col suo basso spesso ritmico e sottile, uscirà di scena già dopo questo disco. “Running Back” è un pezzo tutto sommato piuttosto calmo, dall’atmosfera malinconica. Lo distinguono soprattutto la voce emotiva di Hammill, piena di poesia, e il flauto dell’ospite Jeff Peach, che contribuisce a dargli freschezza e leggerezza. Secondo me è uno dei brani migliori del disco, anche se si sente che c’è ancora un sacco di spazio inutilizzato (che sui dischi successivi verrà riempito con successo dal sassofonista David Jackson). L’intro di chitarra acustica in “Into The Game” è ottima e ricorda un po’ il classico degli The Who “Pinball Wizard”. Il basso qui è molto nitido e in primo piano, ed è bello sentirlo, perché dopo questo disco i VDGG per quasi tutta la carriera non avranno un vero bassista (la parte di basso la coprirà Banton con le sue tastiere). Si chiude con una jam jazzistica che non annoia mai, come invece capita spesso. Questo pezzo di sette minuti fa già capire quanto sarà complessa questa band. La title track è una scenetta di meno di un minuto che starebbe meglio in qualche commedia radiofonica anni ’50. Il brano successivo, “Black Smoke Yen”, è uno strumentale breve e ripetitivo. Per me questi due pezzi sono lì più per far minutaggio che per chissà quale qualità. Durante le registrazioni la band si è evidentemente concessa anche tre minutini per rilassarsi e ricaricare le batterie. Curioso che sia proprio la seconda metà del disco a contenere i brani migliori, quelli che già anticipano il loro suono successivo, molto più complesso, oscuro, epico e tenebroso. “Aquarian” è un vero precursore dei capolavori come ad esempio “Darkness” dal disco successivo. Ha un testo oscuro, una base ritmica eccezionale con il basso di Ellis in risalto e un’ottima voce di Hammill. Con l’epica e misteriosa “Necromancer” i VDGG sono già quasi, per così dire, nella loro forma definitiva. Il pezzo spicca soprattutto per il testo inquietante e misterioso di Peter, di quelli che nella carriera ne scriverà ancora un’infinità (ma da dove arriverà tutta questa sua ispirazione cupa?), e per la linea ritmica epica e marziale, che amavano usare anche nei lavori successivi. La conclusiva “Octopus” è un altro pezzo che posso mettere tra i vertici dell’album. È uno dei primi brani di marchio della band, dove brillano soprattutto gli eccezionali assoli d’organo di Banton, il basso nitido di Ellis e l’alternarsi di emozioni, tipico di Hammill, alla voce. Il suo canto qui sembra quello di uno che lotta per la pura sopravvivenza, e di performance così se ne concederà ancora molte nella carriera. La costruzione instabile del pezzo viene completata da una jam più breve (cosa che amavano fare anche in futuro). Il tutto si chiude in modo caotico, proprio come gran parte dei loro lavori successivi.

Le bonus track dell’attuale ristampa sono entrambi i lati del loro primo singolo – “People You Were Going To” e “Firebrand” – più “Giant Squid” e “Ferret & Featherbird”. Tra queste vale la pena sottolineare “People You Were Going To”, un breve tentativo di taglio pop che oggi sembra parecchio atipico per loro, e “Ferret & Featherbird”, un pezzo folk con un bel flauto che in quel frangente tira addirittura un po’ verso i Jethro Tull.

Il suono di marchio della band su “The Aerosol Grey Machine” non è ancora sviluppato, ma a differenza degli esordi di certi loro coetanei musicali, la direzione futura del gruppo è già abbozzata. Anche se con il disco successivo i VDGG faranno un salto in avanti straordinario, tanto che ben pochi si ricorderanno dei loro inizi, e anche se l’album mostra solo una piccola parte del loro vero potenziale, quello che più avanti li lancerà tra i protagonisti del rock progressivo britannico, i semi di quel progresso sono già qui. “The Aerosol Grey Machine” non è certo un esordio rivoluzionario ed è anzi il lavoro meno appariscente della loro storia, ma è più maturo di tanti debutti dei loro coetanei, il che la dice lunga sulla straordinaria costanza e sulla qualità generale della loro discografia. È un ottimo inizio, che comunica che i Van Der Graaf Generator erano pronti a fare il primo passo, quello che li avrebbe incoronati come alcuni dei principali innovatori e visionari del rock.

Formazione

Peter Hammill – voce, chitarra acustica
Keith Ellis – basso, cori
Hugh Banton – piano, organo, cori
Guy Evans – batteria, percussioni
Jeff Peach – flauto

Produzione

John Anthony

Tracklist

1. Afterwards (4:58)
2. Orthenthian St. (Part I) (2:23)
3. Orthenthian St. (Part II) (3:53)
4. Running Back (6:32)
5. Into a Game (5:56)
6. Aerosol Grey Machine (0:56)
7. Black Smoke Yen (1:18)
8. Aquarian (8:27)
9. Necromancer (3:30)
10. Octopus (7:41)

Bonus track della ristampa:

11. Giant Squid (3:19)
12. Ferret & Featherbird (4:34)
13. People You Were Going To (2:44)
14. Firebrand (4:08)

Durata dell’album: 60:20

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