Once Again
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Barclay James Harvest
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1971
Voto: 5/5
Barclay James Harvest anche sul secondo album non hanno lesinato in ottime idee musicali, le stesse che avevano reso così solido il loro esordio. Anzi, con “Once Again” hanno cementato e approfondito ancora di più il loro sound inconfondibile, spingendosi forse addirittura più in là di sempre nell’esplorazione degli aspetti progressive della loro musica. Anche stavolta i BJH hanno la loro orchestra personale, che con gli arrangiamenti orchestrali arricchisce di nuovo i singoli brani e regala loro un tocco mistico in più. Quelle tavolozze orchestrali, che nel debutto occupavano una bella fetta del disco, stavolta hanno un ruolo dominante solo nel loro classico più celebre, “Mockingbird”, probabilmente uno dei motivi principali per cui questo è l’album che il fan medio della band indicherebbe come il suo preferito. Ad ogni nuovo ascolto “Once Again” conferma che i BJH, in pochissimo tempo, erano riusciti a infilarsi in quel pugno di band progressive che hanno sempre avuto un sound tutto loro, riconoscibilissimo. I singoli membri, soprattutto le due voci principali, il chitarrista John Lees e il bassista Les Holroyd, stavolta emergono di più e mostrano bene i progressi fatti rispetto all’esordio. Il batterista Mel Pritchard si conferma uno dei batteristi più versatili della sua epoca, mentre il motore principale della band è di nuovo il tastierista Woolly Wolstenholme, che non risparmia nemmeno un po’ le sue magie, soprattutto al mellotron e all’organo Hammond. Il pregio maggiore del disco, però, anche stavolta non sta nelle capacità tecniche dei musicisti, ma nell’atmosfera straordinaria e nel calore che trasuda dalla maggior parte dei pezzi. E pur non essendo mai stati dei maestri di poesia profonda, soprattutto rispetto ai loro colleghi prog molto più famosi, ben poche band hanno saputo fondere così bene in un’atmosfera pastorale messaggi che oggi sembrano semplici e ingenui, ma restano universali e senza tempo.
Il drammaticissimo e malinconico epico “She Said” è uno dei loro classici e parla di un amore non corrisposto. Il muro di mellotron che ci porta dentro il pezzo comincia a fondersi alla grande con la voce di Les, carica di pathos, che esprime un dolore immenso e arriva al culmine in un ritornello drammatico. Passaggi di chitarra energici, possenti stacchi di percussioni e un basso sempre attivo fanno salire la tensione. Nella parte centrale tutto si placa del tutto per un po’, perché entra una sezione bellissima, dai colori celtici, con il flauto e gli arrangiamenti orchestrali sullo sfondo. Questa armonia malinconica e pastorale finisce quando esplode di nuovo il mellotron e torna il motivo principale, dove John aggiunge anche un assolo di chitarra carico di emozione. Le sue frasi piangenti, intrecciate a percussioni e basso, creano una tragicità fuori dal comune. Una vera leccornia epica per tutti gli amanti del mellotron e senza dubbio uno dei migliori epici sinfonico-progressive della loro ricca carriera.
“Happy Old World” è un hard rock malinconico, pieno di ottimi arrangiamenti orchestrali e di un uso intelligente delle tastiere. Si fa notare per un’introduzione misteriosa, dove Les brilla ancora con la sua linea di basso possente e la sua voce angelica inconfondibile, e per i bei passaggi all’Hammond, mentre il ritornello, nonostante la melodia, resta piuttosto permissivo nell’atmosfera. Il pezzo, dal taglio ecologista, crea un grande contrasto tra il pessimismo della musica e l’ottimismo del testo. Nel finale ci serve Woolly con due ottimi assoli, al piano e all’organo Hammond. Non offre nulla di eccezionale, ma resta comunque una composizione molto solida.
Con “Song For Dying” i BJH mostrano di nuovo il loro senso per i brani profondamente intimi, insieme a un fiuto straordinario per la drammaticità e per la melodia celtica: da una creazione apparentemente semplice, grazie a un uso intelligente degli arrangiamenti e delle singole sezioni strumentali, tirano fuori un pezzo due volte migliore di quanto farebbe qualsiasi altra band. L’atmosfera, grazie alla voce epica e malinconica di John, passa di continuo dalla tristezza a una bellezza mozzafiato. I fitti strati di tastiere, dove spicca di nuovo il mellotron, si intrecciano bene con le ottime parti di chitarra con cui John dimostra di aver smesso, dai tempi dell’esordio, di fare il tirchio con i suoi ormai inconfondibili fraseggi. Nel finale assistiamo anche a un uso brillante del basso, che mostra chiaramente i progressi di Les.
Segue la bellissima ballata mistica “Galadriel”, caratterizzata da passaggi splendidi di piano e mellotron, chitarra acustica, magnifici arrangiamenti orchestrali e soprattutto dal canto vissutissimo di John. È una specie di ode alla bellezza e all’immortalità di madre natura attraverso un personaggio della mitologia di Tolkien. A qualcuno potrà sembrare un filo ingenua, ma anche chi non rientra tra gli amanti dei racconti di Tolkien non potrà negare la bellezza e la magia straordinarie di questa ottima ballata, che è addirittura la più bella e la più sincera tra tutte le loro ballate (e nella loro carriera non sono certo poche!).
Il capolavoro epico “Mocking Bird”, probabilmente il loro brano più famoso in assoluto, è uno dei classici del symphonic prog rock, nonché uno degli epici più belli e allo stesso tempo più tristi della storia del rock. La voce di John è di nuovo piena di malinconia. Gli splendidi ritornelli poggiano alla grande su magnifici arrangiamenti orchestrali, che portano la melodia centrale e creano un’atmosfera magica indimenticabile. Le percussioni di Mel qua e là imitano apposta il cinguettio di un uccello, mentre le splendide armonie vocali di accompagnamento approfondiscono ancora l’atmosfera. Le frasi piangenti della chitarra di John fanno rizzare tutti i peli, mentre l’orchestra porta la tensione a un culmine cataclismatico, quando all’improvviso arriva una svolta totale che, come un raggio di luce, buca il cielo piovoso e illumina con tutta la sua forza un paesaggio che fino a un attimo prima era completamente grigio e morto. Il vertice del disco e uno di quei classici che resteranno per sempre scritti negli annali del progressive rock.
La semplice ballata acustica “Vanessa Simmons” arriva proprio al momento giusto. Nonostante l’ingenuità lirica, trasmette una bellezza straordinaria, tipica di questi maestri sinfonici della pastorale inglese. Anche stavolta John Lees è il musicista centrale che, con voce e chitarra acustica, porta la parte del leone nella bellezza di questo brano. È l’esempio classico di ballata che, in altri tempi ormai passati, quando certe cose pesavano molto di più sui modelli sociali della società moderna, qualcuno avrebbe suonato con la chitarra acustica alla propria amata.
“Ball And Chain” è un solido tentativo hard rock di fare a gara di muscoli con i colleghi più duri, che però è venuto fuori piuttosto bene, anche se è un po’ fuori contesto rispetto al battito dell’intero album. Qui i BJH si trasformano in un tipo di band completamente diverso e mostrano come si fa con ottimi assoli di chitarra, riff energici e parti vocali dal sapore blues, condite da un testo di protesta.
“Lady Loves” è invece un’altra bella ballata un po’ ingenua, con il piano, belle armonie di chitarra doppie e una voce piena di emozione. Sullo sfondo si sente anche il contributo breve ma importante di un tecnico del suono allora praticamente sconosciuto, Alan Parsons, all’arpa ebraica. Nonostante la struttura semplice e l’assenza di qualsiasi arrangiamento sinfonico, è una buona chiusura per il disco.
Le bonus track della ristampa sono per lo più versioni sonore alternative di brani già presenti nell’edizione originale, come “Happy Old World”, “Vanessa Simmons” e “Ball And Chain”. “Introduction – White Sails” è una breve composizione orchestrale firmata da Woolly. Il pezzo migliore tra questi bonus è senza dubbio il brillante hard rock progressive “Too Much On Your Plate”, che sotto questo aspetto offre addirittura un paragone con certe cose di Uriah Heep e Wishbone Ash. Sezione ritmica possente, voce energica e piena di emozione, ottimi passaggi di chitarra e Hammond. Una vera leccornia art rock e, per quanto riguarda gli elementi hard rock, addirittura migliore di “Ball And Chain”.
“Once Again” è il loro album più progressive in assoluto e il momento in cui si sono spinti più lontano nell’esplorare la compatibilità tra gli arrangiamenti sinfonici dell’orchestra e l’approccio pastorale al rock melodico, sviluppando così il loro sound inconfondibile. Sotto questo aspetto è addirittura il loro album più importante. Nella seconda parte, quando qualcuno magari avrebbe voluto ancora un epico progressive in più, si buttano all’improvviso su acque hard rock e da ballata, ma è chiaro che i BJH non hanno mai davvero voluto diventare dei progsters sinfonici nel senso pieno del termine. A far impazzire, nel disco, è soprattutto la magia straordinaria tra i membri della band e la splendida atmosfera pastorale, qui ancora un po’ più presente che nella maggior parte dei loro album migliori. Ed è proprio questo il motivo per cui “Once Again” è il campione più luminoso sulle ali di una farfalla variopinta che sorvola i campi, mentre Galadriel passeggia con passo di seta tra i prati del bosco e osserva il cuculo nel suo volo per un cielo immacolato.
Formazione
John Lees – voce, chitarra
Les Holroyd voce, basso, chitarra acustica, tastiere
Mel Pritchard – batteria, percussioni
Stuart “Woolly” Wolstenholme – tastiere, mellotron, chitarra, cori
Produzione
Norman Smith
Tracklist
1. She said (8:19)
2. Happy old world (4:39)
3. Song for dying (5:01)
4. Galadriel (3:14)
5. Mocking bird (6:38)
6. Vanessa Simmons (3:45)
7. Ball and chain (4:48)
8. Lady loves (3:57)
Durata dell’album: 40:21
Bonus track della ristampa (2002):
Introduction – White Sails (A Seascape)
Too Much On Your Plate (live in the studio)
Happy Old World (quad mix)
Vanessa Simmons (quad mix)
Ball And Chain (quad mix)