Blood Of The Nations
Izvajalec: Accept
Založba: Nuclear Blast
Izid: 2010
Trajanje: 72:57
Ocena: 4.5/5
Il nuovo album degli Accept è un acquisto eccezionale per il mondo del metal nel 2010. Già la reunion della band è un grande evento per la scena. Ci ritroviamo quindi tra le mani il primo vero album in studio del gruppo dal 1996, che segue “Predator”! E senza Udo Dirkschneider. Come? Sì. Avete letto bene. È difficile immaginarsi gli Accept senza di lui, se non impossibile. Per i fan die-hard, poi, figuriamoci. Ma proprio perché sono die-hard, devono accettare tutto. Ok, in quest’ultima frase forse sono andato un filo oltre. Il buon senso, ogni tanto, serve eccome. Soprattutto quando bisogna raffreddare le teste calde e la carica emotiva. E il nuovo album degli Accept stavolta scatena davvero la “fantasia” della gente o, peggio ancora, l’empirismo logico del catalogare tutto in caselle.
Se l’hanno fatto gli Iron Maiden, i Judas Priest, perché non dovrebbero farlo gli Accept? Dirkschneider ha fatto un errore a rifiutare di collaborare con i colleghi. Magari adesso gli va tutto a meraviglia, ma a medio termine, in futuro, si pentirà di sicuro della sua mossa. Gli Accept hanno quindi un nuovo urlatore.
Il nuovo cantante Mark Tornillo, arrivato dalla formazione americana TT Quick (un nome in cellophane per dire “tette calde”, più o meno), non è Udo Dirsckhneider. In ogni caso il suo timbro è accettabile, e mette insieme un po’ di Dirkschneider e un po’ di Bon Scott (vedi New World Comin’). Il suo timbro però non è gutturale come quello di Dirkschneider. Da qui possiamo subito dedurre e concludere che Tornillo porta ai nuovi Accept più melodicità. La ballata Kill The Pain, dove Tornillo usa la voce pulita, per timbro si avvicina più a Ralf Scheppers (Primal Fear) che a Dirkschneider, la cui voce pulita è definita come un vero unicum. E questo, in quest’ottica, per i nuovi Accept è meno consigliabile. La voce di Tornillo quindi non è quella di Udo Dirkscheniderja, ma allo stesso tempo non ha un carisma così riconoscibile, e proprio per questo è più facile paragonarla ad altre voci. Anzi. Nei passaggi di chiusura gutturali tira ogni tanto verso il canto del capo dei Savatage, Jon Oliva (ad esempio l’inizio della title track). D’altro canto, Tornillo ha una maggiore variabilità vocale e con la sua voce arriva a vette estreme, dove mantiene senza problemi tutta la potenza. È anche molto più convincente di Dirkschneider quando bisogna portare quella potenza dai registri medi a quelli alti e altissimi. Tecnicamente più rifinito, quindi, ma con meno carisma, anche se non per forza meno attraente (dipende dai criteri e dalla percezione di ogni singolo ascoltatore).
Però, con tutte le cose buone che Tornillo porta a “Blood Of The Nations”, resta il fatto crudele che Udo è Udo. Abbiamo già vissuto tutto questo nel 1996, quando i Priest chiamarono in soccorso Tim “Ripper” Owens e poi furono contenti che in formazione fosse tornato Halford, anche se la voce di Ripper ancora oggi è considerata una delle migliori del heavy metal.
Al di là del fatto che sull’album non canta Dirkschneider, gli Accept con Tornillo hanno mantenuto quel riconoscibile marchio sonoro che definiscono i trademark delle gesta passate, quindi non abbiate paura. L’energia di “Balls To The Wall” vi sembrerà di casa su “Blood Of The Nations”! Pezzi come l’opener Beat The Bastards, Time Machine o Rolling Thunder nella seconda metà dell’album funzionano al primo colpo, travolgenti e puro Accept, e la voce di Tornillo in questi momenti ci sta alla grande.
Quanto a Tornillo, parliamo insomma di un altro camaleonte vocale, che sa portare le linee vocali e ridare vita agli stati d’animo richiesti “su ordinazione” dei capi. Questi camaleonti di solito vengono spinti nel ruolo ingrato dei legionari, ma la richiesta, nell’era delle reunion a go-go, è più alta che mai. Il più famoso di tutti è ovviamente l’unico Tim “Ripper” Owens, ma percorsi di carriera simili non è difficile trovarli anche con tizi come Joe Comeau (ex Liege Lord, ex Overkill, ex Annihilator) o Steve “Zetro” Souza (ex Exodus). Già che ci siamo a parlare dei cantanti del nuovo album degli Accept, aggiungo senza un briciolo di scherzo che questo materiale starebbe benissimo con lo stile di Milan “Dr. Evil” Krušič, cantante dei dinosauri del metal sloveno Lene kosti, tornati a calpestare i palchi.
I pezzi sono tutti, dal primo all’ultimo, caricati a molla in produzione. Andy Sneap è il nome del colpevole! L’incandescenza dei riff, con quel sottolineato di vitalità vera, affilata come un rasoio, viene allargata a contrasto nel quadro sonoro da una linea di basso che strappa e dal rotolare indomito della locomotiva a vapore della batteria (Shades Of Death è un esempio di combinazione unica di atmosfera nera e condimento epico). Tornillo non è esposto nel mix tanto quanto ci si aspetterebbe (vista l’esperienza con i vecchi album degli Accept), ma questi sono tempi nuovi per i nuovi Accept. La sua voce è vestita in modo compatibile con la corsa intensa dei riff del duo Frank/Hoffman, e la sensazione finale è di grande fascino, perché l’album è maledettamente tirato come si richiede a un disco heavy metal nel 2010, senza però nascondere una forte vitalità!
Anche se su “Blood Of The Nations” abbiamo “perso” Udo, in compenso abbiamo riavuto a bordo degli Accept il chitarrista Herman Frank. Da quello che offrono i nuovi Accept, posso confermare che è un terno al lotto azzeccato. La magia tra i due chitarristi funziona come ai tempi migliori della loro collaborazione sui classici album degli Accept. I due ragazzi si rimpallano le idee con ispirazione. Il dialogo dei chitarristi non si interrompe, anzi, i due tessono una trama di idee straordinaria che, per compatibilità, forma compatta e rifinita della composizione, melodicità e forza d’urto, conferma che i due hanno trovato in studio un’ottima chimica di lavoro e che stavolta erano particolarmente ispirati a livello creativo. Lo confermano le parti centrali, dove condiscono ottimi assoli con tante molteplici variazioni. Queste parti ovviamente hanno il classico marchio dell’epicità inneggiante. Dalla prima canzone Beat The Bastards fino all’ultima Buckett Full Of Hate, c’è quella famosa sensazione data dal melos “involontariamente” ripreso (ma indispensabile per il lessico degli Accept) di sapore russo-malinconico, con le sue parti decorative (anche nei terzetti). In più, con noi c’è anche la tipica aggiunta di “urla da banda”, oltre ai cori maschili più bassi e armonizzati, che qua e là approfondiscono con gusto questo momento di melos russo. È una cosa che Dirkschenider ha già portato tempo fa in tutti i suoi lavori con gli U.D.O. Insomma, un’altra tipica caratteristica Accept che non può assolutamente mancare. E su “Blood Of The Nations” è presente in abbondanza.
I ragazzi sono semplici nei riff, calciano al primo colpo e non complicano le cose nemmeno per un attimo. Per un approccio così semplice, tipico dello scrivere metal alla Accept, i pezzi sull’album “a prima vista” sono decisamente troppi. Allo stesso modo, a un primo sguardo superficiale può spaventare la constatazione che i pezzi siano troppo lunghi. Ma con grande sorpresa questo album, che per gli Accept conta ben 73 minuti di musica, scorre via con una fluidità eccezionale. I pezzi stanno nello stampo Accept ben riconoscibile e, grazie all’ispirazione creativa e di conseguenza allo sfruttamento più che riuscito dei talenti innati dei due chitarristi, sono abbastanza vari da avere una dinamicità fuori dal comune, un contagioso teatrino drammatico nel creare lo stato d’animo, che non “raffredda” l’ascoltatore lungo l’album, non gli dà la sensazione che i nuovi Accept gli rubino tempo “replicando frasi già espresse”, e così questi 73 minuti, con grande gioia, non annoiano affatto!
I pezzi suonano tedeschi! Sono inflessibili, mordono dritto e senza tattiche. Colpiscono con la logica del tutto o niente. Più autentico di così, nell’heavy metal nato in Germania , non si può. Anche dopo tre decenni. Incredibile. Ovviamente a un album così ispirato ha contribuito la lunga pausa, in cui si è accumulata una montagna di riff inutilizzati ma ottimi. Allo stesso tempo bisogna tenere a mente che una nuova reunion della band senza l’unico Herman Frank avrebbe messo in dubbio il “rispetto coerente” dei comandamenti del culto lasciato dagli Accept per una nuova epoca! Il titolo dell’album, la copertina e i testi sono Accept al cento per cento. Senza senso estetico, ovviamente. Il metal degli Accept non ne ha bisogno e nemmeno lo cerca. A giudicare dal titolo, porta un messaggio contro la guerra.
La sacra vecchia scuola del pionierismo metal e dei momenti migliori della storia dell’euro heavy metal vive quindi in tempi nuovi senza ulcere di ruggine, senza la sensazione di “auto-replica” e senza un briciolo di logorio. Si manifesta ispirata, unica, d’acciaio e ripopolata di spirito oltre ogni confine, assetata di sangue nuovo e di vittorie. Quanto ai ragazzi stessi, hanno raggiunto un nuovo optimum di espressione autoriale, mentre per quanto riguarda il pubblico critico, era la richiesta di base alla band. “Blood Of The Nations” è un album che capiranno tutti gli amanti dell’heavy metal definito in modo semplice e concepito alle origini, ma gli saranno grati soprattutto tutti i fan degli Accept (anche se in fondo, sotto la pelle, vorranno sempre Dirkschneider alla voce), perché gli Accept senza Dirkschneider hanno tirato fuori con un nuovo manifesto da studio il loro standard Accept, che senza mezzi termini sta fieramente accanto al glorioso catalogo degli anni Ottanta.
Formazione
Mark Tornillo – voce
Wolf Hoffmann – chitarra
Herman Frank – chitarra
Peter Baltes – basso
Stefan Schwarzmann – batteria
Produzione
Andy Sneap
Tracklist
1. Beat The Bastards
2. Teutonic Terror
3. The Abyss
4. Blood Of The Nations
5. Shades Of Death
6. Locked And Loaded
7. Time Machine*
8. Kill The Pain
9. Rollin’ Thunder
10. Pandemic
11. New World Comin’
12. No Shelter
13. Bucketful Of Hate
*… traccia bonus