Onward

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Hawkwind
Etichetta: Eastworld Recordings
Uscita: 2012
Durata: 1:21:28
Voto: 4.5/5

I leggendari space rocker britannici Hawkwind fanno parte di quel pugno di indimenticabili band prog rock dei Settanta che anche nel XXI secolo continuano a entusiasmare con album in studio di qualità. I pionieri del prog rock ancora rilevanti oggi, quando si parla di produrre musica nuova, si contano sulle dita di una mano. »Onward« è già il loro venticinquesimo lavoro in studio e, dopo l’ottimo »Blood Of The Earth« (2010), un altro disco che mostra questi maestri rivitalizzati come un collettivo rimasto fedele al proprio linguaggio sonoro originale e al tempo stesso capace di adattarsi alle sfide e alle influenze della produzione musicale moderna. Sono maestri nel fondere varie forme di rock classico con sfumature ambient dai toni elettronici, e con questa apparente leggerezza creano atmosfere sempre diverse di viaggi spaziali.

»Onward« combina imponenti passaggi di chitarra, voci psichedeliche, improvvisazioni ritmiche complesse, trame elettroniche e testi intelligenti con un occhio di riguardo alla fantascienza, e per molti versi riparte da dove si era fermato l’eccellente »Blood Of The Earth« (2010): è pieno di idee avventurose, proprio come ti aspetti da questi imprevedibili patriarchi dello sperimentalismo space rock senza freni. L’unica costante della formazione, come al solito, resta l’indistruttibile chitarrista e cantante originale Dave Brock, un tipo carismatico da morire e un eterno innovatore, fondamentale se gli Hawkwind sono rimasti in scena così a lungo e hanno ancora tanti fan fedeli. Tra i vecchi compagni di Brock c’è di nuovo il mitico tastierista e bassista Tim Blake (ex-Gong), che dal 2007 è di nuovo membro di questi leggendari space rocker. Come ospite speciale nel brano »The Hills Have Ears« compare anche il chitarrista originale Huw Lloyd-Langton, che più volte è tornato negli Hawkwind e li ha lasciati, e che ultimamente ha qualche problema di salute (la legionellosi).

L’album è uscito in versione doppia e contiene più di ottanta minuti di musica, eppure nessuno dei pezzi è un semplice riempitivo, il che è più che impressionante, mentre la band sprizza energia ed entusiasmo dall’inizio alla fine, come se non fosse un gruppo con più di quarant’anni di carriera. La loro caratteristica capacità di unire ampie onde ambient, basate su campioni elettronici e palette di sintetizzatori, con pesanti riff di chitarra rock si sente già nell’apertura »Seasons«, che per questi ingredienti è un brano Hawkwind al cento per cento, ma con un approccio e una produzione moderni. L’ambient cataclismatico suona come se l’astronave degli Hawkwind si tuffasse nel cuore di un buco nero. I compiti vocali se li dividono Brock, che canta la maggior parte delle parti, il bassista Mr. Dibs e il batterista Richard Chadwick. La tavolozza degli ambienti sonori è, come ci si aspetta dagli Hawkwind, sempre estremamente varia.

»The Hills Have Ears« è per esempio una fusione aggressiva di ritmi elettronici guidata da rullate di batteria impazzite e da brutali riff di chitarra, di cui non si vergognerebbe nemmeno qualche metallaro duro e puro. Ma quello che entusiasma di più è il continuo mutare dell’atmosfera, in generale futuristica, da cataclismatica a calma e misteriosa, e l’uso di campioni di sintetizzatore pressati in digitale, a cui fa compagnia la voce psichedelica di Brock. L’etereo »Mind Cut« è un pezzo dai toni acustici con una piacevole melodia pastorale, in cui gli Hawkwind dimostrano chiaramente il loro senso per la sottigliezza ambient, troppo spesso trascurato in passato da molti critici. »System Check« è un breve controllo del veicolo spaziale degli Hawkwind che fa da ouverture a »Death Trap«, dove tra le onde di campioni elettronici sparsi si sentono bene le inconfondibili tendenze (proto)punk con cui questo leggendario gruppo sperimentava già nella prima metà dei Settanta.

L’ottimo strumentale »Southern Cross« è un vero e proprio viaggio  tra sfumature ambient trascendentali e uno stacco totale dalla gravità terrestre, dove Tim Blake, programmando campioni digitali, regna sulle sue trame di sintetizzatore, mentre passaggi di chitarra malinconici garantiscono il nirvana space rock completo. »The Prophecy« è una splendida fusione di sottigliezza ed energia, dove la psichedelia space rock, con la produzione moderna, assume dimensioni epiche. I passaggi di chitarra di Brock si fondono magnificamente con le onde eteree dei sintetizzatori e con possenti stacchi di batteria, così la complessità degli arrangiamenti e la melodia vanno sempre a braccetto. Il breve strumentale etereo »Electric Tears« è una bellissima ouverture di sintetizzatori a »The Drive By«, un altro gran pezzo che veleggia tra tanti magnifici meandri ambient, perché di nuovo non mancano l’abile combinazione di campioni elettronici ondeggianti e sequenziati e raffinati slide di chitarra. Nella seconda parte la composizione diventa completamente elettronica, al limite dei ritmi trance, che negli anni Settanta, da pionieri e prima che diventassero popolari, cominciarono a introdurre proprio band come gli Hawkwind.

»Computer Cowards« è un esperimento spiritoso alle spese degli hacker informatici e un’altra creatura quasi tipica degli Hawkwind, con tanti effetti digitali sfiziosi, taglienti frasi di chitarra e ritmi ‘punkeggianti’ compressi elettronicamente, intervallati da versi beffardi passati attraverso il vocoder. Il breve strumentale »Howling Moon« è il prossimo stacco trascendentale, con tante improvvisazioni ed effetti imprevedibili, tra cui anche l’ululato dei lupi. Seguono tre brani registrati dal vivo durante il tour del 2008, che su »Onward« compaiono come bonus track. Gli Hawkwind hanno sempre avuto l’abitudine di presentare alcune composizioni nuove per la prima volta dal vivo, a volte in modo del tutto spontaneo nel mezzo del concerto. L’inno melodico »Right To Decade«, per come fonde il ritornello melodico con le onde ambient elettroniche, è addirittura una delle cose più belle della lunga carriera degli Hawkwind, e qui brilla in particolare lo straordinario talento chitarristico di Brock, invecchiato come il buon vino, mentre la sua voce psichedelica classica è comunque da sempre uno dei marchi di fabbrica del loro lascito.

»Aero Space Age«, uno dei quattro brani di »Onward« a cui ha lasciato il suo contributo di compositore l’ex cantante e poeta degli Hawkwind Robert Calvert (1944-1988), purtroppo scomparso da tempo, punta sulla vocalizzazione filtrata da effetti dissonanti. Come dice già il titolo, è un’altra creatura con un testo futuristico su esplorazioni spaziali e visioni di un futuro cibernetico. Lo strumentale »The Flowering Of The Rose« è un altro pezzo complesso con una parata di improvvisazioni spiritose su chitarra, sintetizzatore, batteria e basso, dove i cambi di tempo e le sfumature ambient si alternano alla velocità della luce. Il prossimo strumentale, »Trans Air Trucking«, è un divertente collage elettronico di manierismi psichedelici su complesse trame di sintetizzatore, con un’atmosfera un po’ mistica, quasi vagamente ‘hindu’. »Deep Vents« è un breve preludio strumentale a »Green Finned Demon«, che per struttura e atmosfera suona come se fosse stato creato a metà anni Settanta, grazie anche all’inconfondibile voce di Brock e agli inserti di sintetizzatore completamente psichedelici. L’orgia space rock conclusiva, un altro stacco totale, non ha nemmeno un titolo, ma è indicata semplicemente con un punto, a segnare simbolicamente la chiusura dell’album. Qui Brock, Blake e il resto della combriccola Hawkwind, con sequenze elettroniche dal tempo giusto, possenti rullate di batteria, riff di chitarra energici e vocalizzazioni drammatiche, si confermano ancora una volta grandi maestri nel creare ambienti complessi e ramificati che portano l’ascoltatore in un viaggio indimenticabile verso galassie lontane, da sempre la missione musicale e concettuale originaria di questo leggendario gruppo.

»Onward« dopo l’ottimo predecessore »Blood Of The Earth« è un’altra prova magnifica che gli eterni guerrieri cosmici Hawkwind, nel XXI secolo, sono musicalmente e concettualmente più rilevanti che mai dalla fine dei Settanta, e a volte sembra che abbiano scovato l’elisir di eterna giovinezza. Il vecchio volpone Dave Brock, con l’aiuto dell’amico di vecchia data Tim Blake e di compagni più giovani, riesce a creare una musica avventurosa, stimolante e fedele alle radici, con tutte le caratteristiche di questi pionieri del rock progressivo ma allo stesso tempo ottimamente adattata alla produzione moderna, qualcosa a cui all’alba del nuovo secolo la maggior parte dei loro coetanei aveva rinunciato da un pezzo. Speriamo che l’astronave Hawkwind continui a scoprire nuove galassie musicali ancora a lungo, con la stessa passione e la stessa convinzione dei suoi ultimi due album in studio.

Formazione

Dave Brock – chitarra, sintetizzatore, basso, voce
Tim Blake – tastiere, theremin, basso
Richard Chadwick – batteria, voce
Mr. Dibs – basso, voce
Niall Hone – basso, sintetizzatore, sequencer, chitarra
Jason Stuart – tastiere (12,13,14)
Huw Lloyd-Langton – chitarra (2)

Produzione

Hawkwind

Tracklist

CD1
1. Seasons (5:40)
2. The Hills Have Ears (5:08)
3. Mind Cut (4:54)
4. System Check (1:06)
5. Death Trap
6. Southern Cross (6:42)
7. The Prophecy (4:13)
8. Electric Tears (0:56)
9. The Drive By (4:42)

CD2
10. Computer Cowards (5:28)
11. Howling Moon (2:12)
12. Right To Decide* (7:33)
13. Aerospace Age* (5:54)
14. The Flowering Of The Rose* (8:25)
15. Trans Air Trucking (2:38)
16. Deep Vents (0:32)
17. Green Finned Demon (6:32)
18. .

* bonus track registrate dal vivo

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