Blind Dog at St. Dunstans’

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Caravan
Etichetta: Repertoire Records
Uscita: 1976
Durata: 46:20
Voto: 4/5

»Blind Dog at St. Dunstans’« è stato il settimo lavoro in studio dei veterani del progressive rock britannico Caravan, indimenticabili alfieri della cosiddetta scena di Canterbury, nonché il loro primo album con il tastierista Jan Schelhaas (ex-National Head Band, Gary Moore, in seguito Camel) in formazione. Schelhaas si è portato dietro un modo di pestare i tasti molto più rockeggiante rispetto al suo predecessore di formazione classica, il maestro delle tastiere Dave Sinclair, che aveva la particolarità di andare e tornare continuamente dalla sua band ‘madre’.

Già il titolo comico e la copertina di »Blind Dog at St. Dunstans’«, con la caricatura di una civiltà canina, fanno capire che i Caravan, in un periodo in cui i loro più grandi exploit artistici erano ormai alle spalle, non avevano mollato di un millimetro quando si trattava di forgiare quell’amara autoironia inglese, fatta di giochi di parole e condita con un’arte musicale tutta particolare. Il titolo dell’album è in realtà un’allusione alla città di Canterbury e a una barzelletta popolare, ovviamente, come ‘si conviene’ ai Caravan, a sfondo sessuale. San Dunstan era il vescovo cieco di Canterbury, a cui è intitolato un ricovero locale per non vedenti. Su questo ricovero girava una barzelletta: un bambino, vedendo due cani, uno che montava l’altro da dietro, chiese alla madre che diavolo stessero combinando quei due batuffoli di pelo. La madre sciolse al volo l’imbarazzo improvviso e spiegò al piccolo che il primo cane è cieco, per cui l’altro lo spinge avanti verso il ricovero per non vedenti, cioè verso St. Dunstan.

Dal punto di vista stilistico, »Blind Dog at St. Dunstans’ era di nuovo un album un po’ più orientato al jazz fusion, e questo fu uno dei motivi del nuovo addio di Sinclair, che, grande amante della musica classica, al contrario di suo cugino Richard non è mai stato un fan sfegatato del jazz. Questa direzione più jazzistica è confermata anche dalla quantità di arrangiamenti di fiati superiore al solito, curati dal flautista/sassofonista ospite di lunga data Jimmy Hastings e da Geoffrey Richardson, che ancora una volta brilla più che mai alla viola. L’atmosfera generale è inoltre diventata un filo più leggera e ‘poppeggiante’ rispetto ai precedenti lavori in studio dei Caravan, anche perché il chitarrista/cantante Pye Hastings, capo informale del gruppo, firma e canta otto brani su nove, e perché Schelhaas ha sostituito gli organi del predecessore con più sintetizzatori e pianoforte. Anche l’uso delle armonie vocali femminili di accompagnamento del duo ospite Chanter Sisters rappresenta una svolta radicale rispetto agli standard abituali dei Caravan, ma comunque un esperimento interessante e riuscito.

Il risultato finale è stato piuttosto altalenante: alcune composizioni dell’album sono semplicemente splendide, all’altezza dei loro tempi migliori, altre un po’ sotto la norma attesa, ma contengono comunque tutti gli ingredienti che hanno fatto dei Caravan una delle band progressive rock più singolari di tutti i tempi. Tra i centri più riusciti del disco c’è sicuramente l’iniziale catalizzatore di energia »Here I Am«, che fin dal primo secondo crea un’atmosfera positiva e in cui gli arrangiamenti sinfonici stanno in perfetta simbiosi con le sfumature ritmiche jazz. Il canto melodico di Pye è accompagnato da splendide armonie di supporto, mentre la viola di Richardson porta una piacevole dose di rusticità da qualche lontana epoca barocca. »Chiefs and Indians«, scritta dal bassista Mike Wedgwood, è un pezzo più jazzato, con tanti arrangiamenti di piano e fiati pieni di spirito, in cui nel testo beffardo non manca, ancora una volta, la satira sociale. La voce di Wedgwood (l’unico momento dell’album in cui canta) è accompagnata da piacevoli passaggi sinfonici con il sintetizzatore dominante in primo piano, mentre il suono irritato della chitarra elettrica porta in fretta la composizione attraverso sfumature ritmiche più temperamentali.

»A Very Smelly, Grubby Little Oik«, il racconto di un uomo-polvere, è un altro pezzetto condito di umorismo e traboccante di positività, che affoga sotto il peso di tante sfumature ritmiche complesse e di divertenti capricci solistici, ma che entusiasma soprattutto per il suo ritornello rilassato e incoraggiante. »Bobbing Wide« è un breve strumentale con un’armonia vocale programmata al sintetizzatore e delicati arrangiamenti di flauto e piano. Questo strumentale è in realtà l’ouverture di »Come On Back«, un altro classico pezzo dei Caravan con tanti passaggi di piano insaporiti di jazz, trovate spiritose al sassofono e un ritornello rilassatamente melodico, di quelli che sa creare solo la voce di Pye. »Oik (Reprise)« è il seguito riarrangiato della storia dell’uomo-polvere, in cui entusiasmano le temperamentali armonie vocali femminili delle Chanter Sisters, che a questo brano breve e scherzoso aggiungono anche qualche interessante e inaspettato elemento da cabaret.

»Jack And Jill«, un’altra autentica classica dei Caravan, si apre con linee di basso spiritose, quasi brille, che insieme a tanti passaggi scherzosi di piano, chitarra e archi creano una base davvero divertente per la voce angelica di Pye. Il finale un po’ controverso, con una parola ripetuta fino quasi all’esasperazione e un latrato di cani sui suoni sbarazzini del flauto, forse non è stata la mossa più azzeccata, ma con degli eterni burloni bisogna essere più comprensivi verso certi esperimenti sonori ‘staccati dal mondo’. »Can You Hear Me?« si regge su un ritmo furbo e accelerato e su un ritornello ultra-melodico, il che significa che, nonostante i numerosi complessi cambi di tempo con assoli d’archi improvvisati nel mezzo, questo pezzo piacevole è facile da amare anche per gli ascoltatori ‘meno esigenti’.

Il capolavoro conclusivo »All The Way (With John Wayne’s Single Handed Liberation Of Paris)«, che già dal titolo fa capire che si tratta di una satira e insieme di un’allusione romantica agli eroi hollywoodiani che nei film stendono con la sinistra un intero esercito di nemici e se ne vanno verso il tramonto con la ragazza tra le braccia, può a sua volta essere proclamato un evergreen dei Caravan. Vale la pena ricordare che il leggendario attore John Wayne all’epoca della nascita di questo brano era ancora vivo (è morto nel 1979), quindi non si tratta assolutamente di una satira postuma sulle sue imprese cinematografiche, come qualcuno potrebbe pensare. Si apre con un motivo struggente di sintetizzatore che crea un’atmosfera romantica, finché non irrompe la voce magica di Pye, che porta questo brano complesso, sulle ali di scintillanti arrangiamenti d’archi e di un elegante pianoforte, attraverso meandri melodici fino a un ritornello trionfale. Ancora oggi è un pezzo splendido, che contiene tutti i migliori elementi sonori dei Caravan, grazie ai quali sono diventati famosi come i rappresentanti più interessanti del genere di Canterbury.

»Blind Dog at St. Dunstans’« è stato il segnale che i Caravan stavano piano piano iniziando a vivere il loro zenit artistico, anche se qua e là si trovano ancora parecchie perle brillanti che ti ricordano in un attimo perché, negli anni precedenti, questi eterni burloni facevano regolarmente parte dell’élite dei più fantasiosi del prog rock britannico. È curioso che della formazione che ha registrato questo album, bello sotto ogni aspetto, oggi siano ancora attivi tutti i membri tranne il bassista Wedgwood, con il batterista Richard Coughlan che a causa di problemi di salute è spesso assente dai concerti.

Formazione

Pye Hastings – chitarra elettrica e acustica, voce
Richard Coughlan – batteria
Jan Schelhaas – tastiere
Mike Wedgwood – basso, voce
Geoffery Richardson – viola, chitarra elettrica, flauto, fischietto

MUSICISTI OSPITI:
Jimmy Hastings – flauto, sax contralto, sax tenore, clarinetto
Chanter Sisters – cori

Produzione

David Hitchcock

Tracklist

1. Here I Am
2. Chiefs And Indians
3. A Very Smelly, Grubby Little Oik
4. Bobbing Wide
5. Come On Back
6. Oik (reprise)
7. Jack And Jill
8. Can You Har Me?
9. All The Way (With John Wayne’s Single Handed Liberation Of Paris)

 

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