X in Search of Space
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Hawkwind
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1971
Durata: 42:17
Voto: 4.5/5
»X in Search of Space« è stato il secondo lavoro in studio dei pionieri spacerock britannici Hawkwind e ancora oggi resta uno dei loro album più riconoscibili e apprezzati in assoluto, perché per molti versi ha definito e posto le basi del loro sound per i decenni successivi. Gli Hawkwind sono sempre stati una di quelle band con continui giri di giostra in formazione, quindi nessuna sorpresa se già prima dell’uscita di »X in Search of Space« avevano cambiato ben due bassisti, John A. Harrison e Thomas Crimble. Quest’ultimo era stato rimpiazzato da Dave Anderson, membro dei krautrocker tedeschi Amon Düüll II, che, dopo aver messo lo zampino anche in qualche parte di chitarra elettrica, ha salutato pure lui prima dell’uscita di questo disco.
I guai con i bassisti sono finiti per un po’ con l’arrivo di Lemmy sul disco successivo degli Hawkwind, »Doremi Fasol Latido« (1972), ma quella è un’altra storia. Anche l’innovatore elettronico alle tastiere Dik Mik Davies ha lasciato temporaneamente la nave Hawkwind, così durante la sua assenza è stato arruolato Del Dettmar, che ai sintetizzatori non era certo un ‘terrorista elettronico’ da meno. Il chitarrista Huw Lloyd-Langton, che l’anno prima si era messo in luce sull’omonimo esordio degli Hawkwind, ha dovuto dire addio per una brutta esperienza con l’LSD vissuta durante il festival ‘hippie’ Isle of Wight, la versione britannica di Woodstock.
Dave Brock, chitarrista, cantante, membro fondatore e capobanda (alla voce principale gli faceva compagnia, nel ruolo di leader informale, anche il sassofonista/flautista Nik Turner), aveva fondato gli Hawkwind con il sogno di creare una musica con cui l’ascoltatore potesse ‘sballarsi’ senza bisogno di alcuna vera sostanza. Su »X in Search of Space« il piano di Dave, ancora per molti versi pieno di compromessi blues sull’esordio, cade su terreno fertile e segna un ulteriore stacco verso la ‘galassia cosmica’ dello space e dell’acid rock, dove gli elementi selvaggi di psichedelia, avanguardia e proto-punk si fondono in un collage caotico di onde elettroniche fatali, sezioni ritmiche barbariche e improvvisazioni chitarristiche sgangherate. Non è musica per cui devi essere ‘fuso’ per viverla davvero, ma mentre la ascolti puoi tranquillamente beccarti una ‘pera’ ambient dritta in vena, senza rovinarti la salute e morire a rate.
L’album si apre con quasi 16 minuti di stacco spacerock, »You Shouldn’t Do That«, dove regnano improvvisazioni d’avanguardia guidate da ritmi spezzati e texture elettroniche impazzite che ricordano decolli e atterraggi di astronavi. A far esplodere il caos cosmico ci pensano soprattutto le variazioni di chitarra scatenate tra Brock e Anderson, ogni tanto tagliate da attacchi di sax acid-jazz firmati Nik Turner. Pur trattandosi di un’odissea interamente strumentale, in mezzo si sentono comunque gli strani vocalizzi di Brock e Turner, che alimentano ancora di più l’atmosfera caotica generale. La linea ritmica proto-punk, così tipica negli anni seguenti, qui era già riconoscibile, il che vuol dire che c’era ancora prima dell’arrivo di Lemmy.
»You Know You’re Only Dreaming« è un tentativo non troppo riuscito di costruire un brano con una struttura, insomma con capo e coda, visto che si trasforma presto in un altro caos psichedelico-protopunk con variazioni elettroniche dissonanti e passaggi di sax fuori di testa. La cosa più curiosa è che il pezzo contiene un giro di chitarra che gli Hawkwind, atmosfera compresa, hanno preso in prestito dal classico della Steve Miller Band »Jackson-Kent Blues«, il che non stupisce, dato che Brock ha citato più volte Steve Miller come uno dei suoi modelli. Poi arriva una delle creature più riconoscibili e amate dell’intera carriera degli Hawkwind, il classico spacerock »Masters of the Universe«, che ancora oggi non può mancare in nessun loro concerto. L’intro paranoico, che con l’ululato di una sirena annuncia un’apocalisse cosmica generale, viene presto interrotto da un riff di chitarra ringhiante e da una sezione ritmica brutale e sporca per quei tempi. Nessun altro brano dell’album cattura l’essenza degli Hawkwind così bene, quindi non sorprende che sia diventato presto un favorito dal vivo. Acid rock, hard rock e proto-punk si lanciano in una danza cosmica selvaggia, attraverso la quale, da qualche ‘abisso dello spazio’, filtra una voce psichedelica. Curioso che il testo di »Masters of the Universe« sia l’unico dell’album a legarsi davvero a temi fantascientifici, cioè allo spazio, anche se è un tantino antropocentrico, come se i membri della band fossero convinti, quasi in stile medievale, che l’uomo sia il centro dell’universo.
»We Took the Wrong Step Years Ago« è una piacevole ballata folk psichedelico-pastorale con Brock alla voce principale e alla chitarra a 12 corde, che anche con il suo testo di critica sociale interrompe per un po’ il caos cosmico generale. »Adjust Me« è un’improvvisazione di gruppo totale, in cui tutto è lasciato al caso più assoluto. Qui saltano tutte le ‘leggi della fisica’ dell’arrangiamento e il caos dissonante ha di nuovo strada libera nel suo viaggio sfrenato verso le nebulose cosmiche. »Children Of the Sun« invece contiene una bella melodia di accompagnamento di chitarra acustica, a un certo punto tagliata da una frase decisa e dalla voce sognante di Turner, anche se nel complesso è un altro perfetto stacco cosmico.
Le bonus track della ristampa sono »Born To Go« e il lato A e il lato B del celebre singolo »Silver Machine«. »Seven By Seven« era il lato B del singolo appena citato; si fa notare per le selvagge improvvisazioni di flauto, mentre le linee di basso, più marcatamente aggressive, si fanno già sentire, visto che al basso c’era ormai il nuovo arrivato Lemmy Kilmister. L’approccio vocale appassionato del compianto cantante e poeta Robert Calvert si sposa bene con le scorribande ritmiche proto-punk, mentre l’assolo di chitarra psichedelico è addirittura uno dei migliori di tutta la carriera di Brock. Lemmy si distingue anche come voce principale sull’evergreen degli Hawkwind »Silver Machine«, che insieme a Master of the Universe« è forse addirittura il pezzo più noto in assoluto degli Hawkwind. Questa versione, come la bomba proto-punk »Born To Go«, è stata registrata dal vivo durante un’esibizione al The Roundhouse, quindi non sorprende che il suono in produzione sia ancora più sporco del solito. La voce di Lemmy, insolitamente pulita ma già riconoscibile e un po’ arrochita, su una delle cose più dure mai uscite dalla storia degli Hawkwind suonava molto diversa da come la maggior parte di noi si è abituata a sentirla negli anni dei Mötorhead.
»X in Search of Space« è l’album spacerock definitivo, quello che in un attimo catapulta chi ascolta nella stratosfera delle idee sonore più folli di questa parte della galassia, quindi non sorprende che sia diventato presto una delle pietre miliari del giovane sottogenere progressive rock. Da questo disco in poi Dave Brock e compagnia sono stati i signori indiscussi dell’universo spacerock, e lo sono ancora oggi. Gli Hawkwind non sono mai appartenuti alla ‘serie A’ dei virtuosi del prog, né erano chissà quali fenomeni sui loro strumenti, ma come band compatta sapevano evocare un’atmosfera unica e indimenticabile. Ascoltando con attenzione »X in Search of Space« salta davvero ogni percezione ‘sobria’ e razionale, perché salire a bordo dell’astronave degli Hawkwind significa sempre il trionfo dell’inconscio sulla ragione.
Formazione
Dave Brock – chitarra elettrica, chitarra acustica a 6 e 12 corde, voce, armonica, tastiere
Nik Turner – sassofono, flauto, voce
Del Dettmar – sintetizzatore
Dik Mik (Michael Davies) – sintetizzatore
Dave Anderson – basso, chitarra acustica ed elettrica
Terry Ollis – batteria
MUSICISTI AGGIUNTIVI SULLE BONUS TRACK:
Robert Calvert – voce
Lemmy (Ian Kilmister) – basso, voce su Silver Machine
Simon King – batteria
Produzione
George Chkiantz e Hawkwind
Tracklist
1. You Shouldn’t Do That (15:43)
2. You Know You’re Only Dreaming (6:33)
3. Master Of The Universe (6:15)
4. We Took The Wrong Step Years Ago (4:48)
5. Adjust Me (5:45)
6. Children Of The Sun (3:13)
Bonus track dalla ristampa dell’album uscita nel 1996:
7. Seven By Seven (5:21)
8. Silver Machine (4:39)
9. Born To Go (5:05)