The Mouths of Madness

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Autore: Primož Novak

Artista: Orchid
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: year_month
Durata: 56:12
Voto: 4/5

Negli ultimi anni è saltato fuori un bel po’ di gruppi che giurano sul sound delle band rock anni Settanta. Sembra di assistere alla rinascita dei vari Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, Rainbow, magari pure dei Pink Floyd. Il problema è che con le cosiddette band retro rock è difficile dire che siano davvero interessanti: si punta troppo sull’autenticità del suono e i pezzi, alla fine, non spiccano granché. Un po’ di attenzione la stanno prendendo in questo momento anche i californiani Orchid, che si sono presi il nome da un breve brano strumentale dei Black Sabbath. Il quartetto è finito sotto Nuclear Blast, l’etichetta che si butta su ogni trend per poi mollarlo nel giro di un paio d’anni. Gli Orchid si potrebbero infilare tranquillamente nello stesso calderone di Witchcraft, Kadavar, Graveyard, Horisont o magari persino Ghost. Eppure già con l’esordio Capricorn avevano messo in chiaro di pescare nel doom tradizionale, un genere che ultimamente si era un po’ spento, visto che il doom stesso è scivolato quasi nel nichilismo e ha iniziato a prendere nuove definizioni basate su pezzi di 20 minuti tirati per le lunghe e senza dinamica.

Nel 2013 si è scoperto che il doom tradizionale non è stato dimenticato. I Black Sabbath hanno sorpreso con l’album 13, che però punta su una produzione da grande pubblico, così la voglia di nostalgia non è stata soddisfatta al meglio. Certo, non si può dire che i Black Sabbath abbiano sfornato un brutto disco.

Molti gruppi che hanno goduto di grande fama negli anni Settanta si avviano piano piano alla pensione. Per fortuna, però, sulla scena spuntano sempre band che cercano di far rivivere i tempi d’oro dei loro idoli. Ed eccoci agli Orchid, che quest’anno hanno lanciato il secondo album sulla lunga distanza, Mouths of Madness. Già la title track d’apertura fa capire che la band si ispira ai tempi d’oro dei Black Sabbath, prima dei poco apprezzati Technical Ecstasy e Never Say Die. Per tutto il disco ti torna in mente Black Sabbath. Si potrebbe accusare la band di plagio, eppure i pezzi non suonano del tutto copiati, anche se in molti brani hai la sensazione di ascoltare una copia carbone dei Black Sabbath. Per esempio, l’intro di Silent One ricorda Into the Void, Wizard of War con il riff iniziale rimanda a Symptom of the Universe, e la parte più martellante di Loving Hand of God addirittura a War Pigs.

Ma a quanto pare agli Orchid non importa un granché. Di sicuro bisogna riconoscere che la band ha studiato a fondo ogni possibile caratteristica dei Black Sabbath, copertina dell’album compresa. La chitarra serve riff doom potenti e assoli dal sapore blues, la voce ricorda lo stesso Ozzy, solo che quella di Theo Mindell è più ascoltabile e melodica, mentre la sezione ritmica, con la sua genuinità e semplicità, richiama le follie di Butler e Ward. Eppure gli Orchid hanno impostato la loro visione in modo un po’ diverso. Nonostante la durata, i pezzi sono curati e i passaggi sognanti non sembrano »tirati via«. Un buon esempio è l’uso del pianoforte in Mountains of Steel. Per tutto l’album gli Orchid dimostrano che il doom metal tradizionale è ancora vivo e, rispetto alla tendenza attuale delle band retro rock, non suonano nemmeno stantii. Col solo suono sono riusciti a catturare l’autenticità della registrazione analogica, anche se la tecnologia di oggi riproduce senza fatica il sound dei Settanta. In un certo senso si potrebbe dire che gli Orchid siano piuttosto fissati con i cliché, soprattutto quando il cantante lancia di continuo »oh yeah!«, come se fosse perennemente sotto l’effetto di chissà quali sostanze.

Gli Orchid con Mouth of Madness dimostrano che la tradizione dei Settanta non è ancora morta. Tra suono e riff, a tratti sembra davvero che il tempo abbia fatto un salto indietro. Tutti gli amanti dei Black Sabbath e del doom metal tradizionale non possono assolutamente lasciarsi sfuggire gli Orchid.

Formazione

Keith Nickel – basso

Theo Mindell – voce, pianoforte

Mark Thomas Baker – chitarra

Carter Kennedy – batteria

Produzione

Will Storkson

Tracklist

1. Mouths of Madness (5:51)
2. Marching Dogs of War (5:30)
3. Silent One (7:26)
4. Nomad (6:22)
5. Mountains of Steel (6:57)
6. Leaving It All Behind (7:20)
7. The Loving Hand of God (6:11)
8. Wizard of War (3:19)
9. See You on the Other Side (7:16)

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