Perilous

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Glass Hammer
Etichetta: Arion
Uscita: 2012
Durata: 60:36
Voto: 4.5/5

I prog sinfonici americani Glass Hammer sono arrivati con »Perilous« al loro tredicesimo album in studio, che dopo tanto tempo è anche un concept, un po’ come lo erano il debutto »Journey of the Dunadan« (1993) e »Chronometree« (2000). Il bassista Steve Babb e il tastierista Fred Schendel, capi e fondatori della band, stavolta ci servono un concept parecchio allegorico, che trapela da tutte e tredici le tracce del disco, legate l’una all’altra. Ognuno può certo interpretare la storia a modo suo, ma un filo rosso c’è, e lo si capisce sia dal titolo dell’album sia dalla copertina, che lascia intuire la natura insolitamente cupa dei singoli pezzi.

A grandi linee, i testi ruotano attorno a una storia angosciante di due bambini che giocano lontano da casa per troppo tempo e a sera si perdono in un cimitero, da cui cercano di trovare la strada sicura per tornare. Nel frattempo provano a scappare da varie apparizioni (immaginarie o reali) uscite dritte dai film horror. Il finale della loro storia resta aperto: non si sa se i mostri siano riusciti a raggiungerli e a papparseli, o se i due siano riusciti in qualche modo a filarsela a casa ‘sotto l’ala della mamma’. Ovviamente anche qui ci sono un sacco di metafore nascoste per i vari ostacoli della vita, perché l’idea dei due piccoli amici smarriti può essere solo un’allegoria delle prove angoscianti della vita vera.

L’atmosfera dei singoli pezzi di »Perilous« è ben lontana dall’essere cupa come potrebbe sembrare dal concept del cimitero, perché i Glass Hammer restano una ‘band allegra’ sotto la forte influenza dei loro grandi modelli europei, gli Yes. Cosa che si è fatta ancora più evidente da quando Jon Davison, copia vocale sputata di Jon Anderson, è diventato il nuovo cantante degli Yes, pur mantenendo il suo posto nei Glass Hammer. Questo ha sicuramente portato un bel po’ di nuovi seguaci a un gruppo che in Europa, nonostante una ventina d’anni di attività, è ancora relativamente poco conosciuto, perché Davison, anche se sopra di lui incombe la lunga ombra di Anderson, è davvero un cantante eccellente.

Gli eterni ottimisti giurano quindi ancora su arrangiamenti sinfonici sontuosi e spesso eterei, abbinati a complesse trame chitarristiche con una valanga di cambi di tempo non convenzionali. Il chitarrista Alan Shikoh stavolta ha suonato tutte le chitarre (sitar compreso), mentre sul precedente »Cor Cordium« la chitarra acustica l’aveva suonata proprio il cantante Davison. Nonostante la perfezione tecnica e le complesse strutture ritmiche, i Glass Hammer nel raccontare il loro ‘linguaggio verde’ sono sempre stati contagiosamente melodici, e così è anche su »Perilious«, che per la band non porta in effetti nulla di particolarmente nuovo, ma piacerà comunque a tutti i fan di lunga data. Schendel ti esalta a ogni passo con le sue acrobazie alle tastiere, e nelle armonie sinfoniche, come sempre, lo aiuta in parte il bassista Babb. Un altro pregio dei Glass Hammer sta ancora una volta nelle linee vocali di accompagnamento dei due capibanda.

L’opener »The Sunset Gate«, che all’inizio ha impressionanti arrangiamenti d’archi curati da The Adonia String Trio, è una delle due creature che superano i sette minuti. La parte iniziale, strumentale e spiccatamente tecnica, conquisterà tutti i buongustai della musica, soprattutto gli amanti dell’eredità dei Kansas e dei Gentle Giant classici. I Glass Hammer fin dall’inizio del disco dimostrano uno straordinario senso per la costruzione di un dramma carico di tensione e, accatastando un arrangiamento sinfonico sull’altro, alzano piano piano un’atmosfera maestosa. In »Beyond They Dwell« il dramma iniziale si placa un po’ e arriva il tipico clima allegrotto alla Glass Hammer, con la voce di Davison che prende l’iniziativa e inietta una bella dose di ‘iniezione Yes’. Eppure Alan Shikoh è un chitarrista parecchio diverso da Steve Howe, così come Schendel è fatto di un’altra pasta rispetto a Rick Wakeman, quindi la somiglianza non diventa mai troppo palese. A molti farà piacere che i testi abbiano più livelli di significato, a differenza del passato, quando dominavano temi fantasy, filosofici o religiosi.

Con »The Restless Ones«, dove si risvegliano vampiri, lupi mannari e zombie, scende un’atmosfera un po’ misteriosa. Gli arrangiamenti sinfonici in più parti si fondono di nuovo in modo eccellente con splendide armonie vocali, cosa che i Glass Hammer padroneggiano alla perfezione, mentre il suono ‘retro’ di tastiere e sitar riporterà parecchi ascoltatori indietro ai Settanta. La ballata sorretta dal mellotron »They Cast Their Spell«, dove brilla Shikoh con un assolo di chitarra malinconico, suona come una ninna nanna per bambini uscita da un incubo. »We Slept, we Dreamed« si apre con un’intro pastorale dalle tinte romantiche, in cui si sente anche un oboe ospite. Al primo cambio l’atmosfera si fa più sollevata sotto la bacchetta vocale dell”’Jon Anderson americano”, mentre Shikoh intreccia sotto qualche accordo allegrotto ma intelligente, e i complessi arrangiamenti sinfonici spingono piano piano verso una dinamica ritmica sempre più vivace, secondo dopo secondo.

Lo strumentale »The Years Were Sped« contiene una piacevolissima interazione tra chitarra acustica e pianoforte e, con i suoi arrangiamenti eterei, farà sicuramente felici tutti gli amanti di Steve Hackett e dei Genesis classici. »Our Foe Revealed« ha un’ottima intro di pianoforte che annuncia una creatura complessa e ramificata, con furbi cambi di tempo, in cui i Glass Hammer mantengono con disinvoltura una forte componente melodica. Qui hanno un ruolo importante anche le linee di basso tintinnanti di Babb, molto influenzate da Chris Squire (Yes), mentre le ondate di mellotron e le acrobazie al mini moog a tratti ricordano i tempi d’oro di alcune leggende prog come ELP, Genesis e King Crimson. »Toward Home We Fled«, per cambiare, contiene numerosi segmenti ritmici jazzati, mentre le improvvisazioni di tastiera di Schendel faranno gola a tutti gli amanti dei classici maghi delle tastiere del symphonic prog. Davison è di nuovo nel suo elemento ‘alla Yes’, con un meraviglioso sostegno di armonie vocali di accompagnamento, e alla fine riescono a riempire fino all’orlo l’atmosfera eterea.

Il breve strumentale »As The Sun Dipped Down«, con la sua natura ambient, piacerà a tutti gli amanti dei King Crimson, mentre »The Wolf Gave Chase«, un altro breve strumentale dal carattere agitato ma al tempo stesso pomposo, dove regnano improvvisazioni di tastiera sparse, piacerà soprattutto ai devoti di ELP e Kansas. »We Fell At Last« è in sostanza un breve assolo di Shikoh alla chitarra acustica. »In That Lonely Place« è un esperimento interessante, perché stavolta l’iniziativa vocale principale passa alla cantante ospite Amber Fults. In alcuni versi si unisce a lei Davison, che stavolta, tanto per cambiare, veleggia su registri un po’ più bassi del solito, per poi trasformarsi di nuovo nell”Jon Anderson americano’, che è al tempo stesso il suo difetto principale e il suo pregio. Il brano conclusivo, »Where Sorrow Died and Came No More«, è tra i risultati più complessi di »Perilous«. La band stavolta entusiasma soprattutto con sezioni strumentali dai colori vivaci e pompose, mentre la prestazione vocale positivista di Davison garantisce il trionfo epico finale, quello che non può mancare in nessun album dei Glass Hammer che si rispetti.

I Glass Hammer, eterni credenti nel trionfo del ‘bene’, con »Perilous« hanno messo insieme un lavoro abbastanza interessante e vario da non meritarsi l’etichetta di generici, nonostante pubblichino album quasi ogni anno, e allo stesso tempo il concept allegorico-angosciante prende vita con successo attraverso le singole composizioni. »Perilous« quindi non porta nulla di particolarmente nuovo. I Glass Hammer restano riconoscibili ma non prevedibili, ed è bello che stavolta il risultato sia di nuovo parecchio diverso dal predecessore. Da quando Davison è il loro cantante principale, molti critici gli rimproverano di suonare fin troppo ‘alla Yes’, e anche se in parte è vero, oggi ci sono pochi revivalisti prog americani affini che nel presentare la propria musica suonino così sentiti. E tra tutti i comparabili sinfo-progsters americani contemporanei sono, senza dubbio, quelli che suonano più europei.

Formazione

Fred Schendel – tastiere, steel guitar, cori
Steve Babb – basso, tastiere, cori
Kamran Alan Shikoh – chitarra elettrica, classica e acustica
Jon Davison (Yes) – voce

MUSICISTI OSPITI:
The Adonia String Trio:
Rebecca James – violino
Susan Hawkins-Whitacre – viola
Rachel Breckman – violoncello
Randall Williams – batteria
Amber Fults – voce (In That Lonely Place)
The McCallie School Guitar Choir – chitarre
The Chattanooga Girls Choir – voci
Latin Choir – voci
Carey Shinbaum – oboe
Tim Wardle – cori aggiuntivi

Produzione

Steve Babb

Tracklist

1. The Sunset Gate (7:37)
2. Beyond They Dwell (4:00)
3. The Restless Ones (3:36)
4. They Cast Their Spell (3:21)
5. We Slept, We Dreamed (7:41)
6. The Years Were Sped (2:57)
7. Our Foe Revealed (6:27)
8. Toward Home We Fled (6:47)
9. As the Sun Dipped Low (1:32)
10. The Wolf Gave Chase (1:59)
11. We Fell At Last (1:56)
12. In That Lonely Place (6:10)
13. Where Sorrows Died and Came No More (6:34)

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