The Endless River
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pink Floyd
Etichetta: Parlophone Records
Uscita: 2014
Durata: 53:04
Voto: 3.5/5
Esattamente vent’anni dopo che, con il capolavoro »The Division Bell« (1994), sembrava che i Pink Floyd avessero scritto l’ultimo capitolo della loro lunga, turbolenta e straordinariamente di successo carriera in studio, il chitarrista/cantante David Gilmour e il batterista Nick Mason hanno deciso di chiudere ufficialmente la storia di una delle più grandi band progressive rock di sempre con »The Endless River«. La notizia che i Pink Floyd, dopo due decenni, stessero preparando il loro quindicesimo e ultimo album in studio, dopo le tante voci simili e infondate degli anni passati, all’inizio sembrava un brutto scherzo da pesce d’aprile, ma ben presto è venuto fuori che i due vecchi marpioni, stavolta, parlavano maledettamente sul serio.
Dai polverosi archivi dello studio hanno ripescato registrazioni vecchie di vent’anni, grezze e mai usate, risalenti al periodo di »The Division Bell«, tra cui ci sono, fra le altre cose, parti di tastiera mai sentite prima del loro compagno scomparso, il tastierista Richard Wright. A lui hanno deciso di dedicare l’ultimo album in studio dei Pink Floyd, confermato ufficialmente, che ancor prima dell’uscita si è beccato un sacco di dichiarazioni controverse, se non addirittura cattive e velenose, perfino da parte di musicisti che nel mondo del progressive rock godono di una certa stima.
»The Endless River« è dunque innanzitutto un omaggio musicale al leggendario tastierista, ed è in fondo anche lo scopo principale di un’uscita piuttosto inattesa, dopo che molti fan si erano chiesti se il duo rimasto avesse preso la decisione giusta, visto che con »The Division Bell« sembrava che avessero già confezionato il miglior addio possibile per una band del loro calibro. »The Endless River«, con l’eccezione del singolo »Louder Than Words«, dove per i testi Gilmour è stato di nuovo aiutato dalla compagna Polly Samson, è un album interamente strumentale e ambient e, almeno da questo punto di vista, non ha precedenti nella storia dei Pink Floyd.
D’altra parte, probabilmente nessuno si stupirà del fatto che, per stile e atmosfera, »The Endless River« suoni come la continuazione strumentale di »The Division Bell« da dove si era interrotto vent’anni fa, mentre si trovano anche alcuni parallelismi con certi classici dei Pink Floyd degli anni Settanta. Sono proprio le tastiere di Wright a evitare che »The Endless River« suoni per caso come un progetto solista di Gilmour, ed era proprio questa la cosa che prima dell’uscita spaventava di più la maggior parte dei fan.
L’album è diviso in quattro blocchi frammentati ma collegati fra loro, che in altri tempi, molto più avventurosi e innocenti (diciamo gli anni Settanta), sarebbero potuti diventare quattro suite epiche, ma Dave e Nick, in questi tempi cinici e aziendalizzati, hanno preferito andare sul sicuro, così che il disco sia più facile da digerire anche per la generazione ‘MP3’ e ‘selfie’. A legare »The Endless River« a »The Division Bell« c’è anche il discorso del celebre fisico britannico Stephen Hawking, riutilizzato, che in mezzo a tante ampie ondate ambient a base di slide guitar e al ‘regno’ delle tastiere a metà album porta un pizzico di nostalgia.
»Things Left Unsaid« è una lunga introduzione ambient che richiama parecchio il classico »Shine On You Crazy Diamond« da »Wish You Were Here« (1975). Oltre alle sue tradizionali, raffinate variazioni di chitarra, il signor Gilmour si è di nuovo sbizzarrito con tanti sintetizzatori analogici ed effetti per chitarra e, con l’aiuto delle trame di tastiera di Wright, ha creato un sacco di ‘soundscape’ ramificati che portano l’ascoltatore in un viaggio per lo più placido e raramente agitato lungo il fiume, verso un punto lontano, nell”infinito’. In »It’s What We Do« entra per la prima volta l’inconfondibile organo di Rick, mentre le caratteristiche variazioni di chitarra malinconiche di Gilmour costruiscono con generosità un’atmosfera drammatica, al livello di alcuni dei loro evergreen più venerati. Anche »Ebb And Flow« mantiene con successo un ponte sonoro tra il classico suono dei Pink Floyd e la successiva era di Gilmour, con la sua chitarra elettrica in primo piano. L’apertura e la chiusura dell’album sono proprio i momenti più interessanti e atmosfericamente più forti di tutto »The Endless River«, che più o meno nella parte centrale, dove dominano strumentali di meno di due minuti, perde spesso il filo che tiene insieme il tutto e si sfalda in una totale frammentazione ambient, ed è questo, in fondo, il suo difetto principale.
»Sum« è il primo brano dell’album a offrire un po’ più di aggressività chitarristica, che, come c’era da aspettarsi, non abbonda davvero, mentre l’uso rodato di Richard delle trame di tastiera condite di elettronica fa sì che anche questo pezzo suoni come il seguito di qualche dimenticata canzone di »The Division Bell«. »Skins« regala una bella sorpresa sotto forma di un breve ma piacevole assolo di batteria di Mason, cosa diventata, negli ‘anni più maturi’, più un’eccezione che una regola. »Unsung« contiene drammatiche variazioni di slide guitar. »Anisina«, uno dei momenti più interessanti di »The Endless River«, ha un gradevole arrangiamento melodico al pianoforte e commoventi passaggi di chitarra e sassofono. Di questi ultimi si è occupato l’ospite al sax Gilad Atzmon.
»The Lost Art Of Conversation« è una struggente elegia con delicate onde di chitarra e pianoforte. »On Noodle Street« contiene una frizzante variazione bluesy alla chitarra, eleganti ondate di mellotron e un retrogusto ritmico jazzy dosato al punto giusto. »Night Light« è un altro breve e delicato viaggio ambient, con un dialogo solistico tra chitarra e tastiere. In »Allons-Y (1)« le cose finalmente si ravvivano un po’, perché Gilmour, tra passaggi ritmici improvvisamente vivaci, tira fuori qualche passaggio di chitarra più robusto, che purtroppo però non dura granché. »Autumn ’68«, una specie di seguito cupo e simbolico, anche se non stilistico, del classico »Summer ’68« da »Atom Heart Mother« (1970), con l’assolo d’organo di Wright dal sapore sacrale, porta un’impronta autobiografica. »Allons-Y (2)« riprende da dove si era fermato il pezzo omonimo precedente, il che significa il ritorno di un’atmosfera ambient più vivace.
»Talkin’ Hawkin’«, con le sue struggenti variazioni di pianoforte e chitarra, accompagnate sullo sfondo da armonie vocali corali di una cantante ospite, è uno dei momenti più malinconici di questo album. A metà brano si sente la voce compressa elettronicamente di Stephen Hawking, che snocciola qualche saggio pensiero di fisica teorica. »Calling« non è solo il momento più cupo di »The Endless River«, ma uno dei momenti ambient più oscuri dell’intera carriera dei Pink Floyd. »Eyes To Pearls« contiene il minimalistico giro di Dave su due corde, avvolto dalle tende fruscianti di ramificate trame di sintetizzatore. »Surfacing« ha un motivo di chitarra quasi iconoclasta e drammatico, di quelli che Gilmour, nella sua carriera musicale, ha intrecciato già un’infinità di volte. L’impresa finale, »Louder Than Words«, l’unico brano cantato dell’album e anche uno dei suoi picchi, è un commovente ‘gran finale’ con tante entusiasmanti sfumature ambient e una buona prova vocale di Dave, che però è ancora ben lontana dal livello emotivo di »High Hopess«, che resta l’ultimo brano d’addio dei Pink Floyd per eccellenza.
»The Endless River«, per molti appassionati l’album più atteso del 2014, è un bel congedo di una delle più grandi rock band di tutti i tempi e una degna dedica al compianto Richard Wright, anche se in sostanza si tratta solo di una raccolta di registrazioni d’archivio rifinite e lucidate con cura, a cui i due vecchi volponi Gilmour e Mason hanno aggiunto ritocchi minimi, spremendone il massimo con il minimo sforzo possibile. Considerando che questo progetto, a parte la ‘cerchia ristretta’ intorno alla band, è nato del tutto a sorpresa, quando quasi nessuno se lo aspettava, e che sono passati vent’anni da quando i Pink Floyd hanno sfornato qualcosa di nuovo in studio, »The Endless River« si può considerare perfino un piccolo successo e una specie di vittoria morale di Gilmour e Mason contro tutti quelli che si opponevano all’uscita di questo album e gli pronosticavano già in partenza il fallimento. Grazie all’eredità dell’amico scomparso e a splendidi collaboratori ospiti, i due musicisti leggendari hanno creato un risultato strumentale e ambient poco spettacolare ma bello che, con tutta la prudenza del caso, come previsto non porta nessuna nuova sfida sonora o avventurosa, ma chiude in modo piacevole il cerchio quasi cinquantennale dei Pink Floyd.
Formazione
David Gilmour – chitarra, voce, tastiere, pianoforte, basso (2,4,7,17), campioni vocali
Nick Mason – batteria, percussioni, campioni vocali
Richard Wright – organo Hammond, organo Farfisa, organo, pianoforte, Rhodes, sintetizzatore, vibrafono, campioni vocali
MUSICISTI OSPITI:
Guy Pratt – basso (9,14)
Bob Ezrin – basso (11,13,18), tastiere aggiuntive (1)
Andy Jackson – basso (5,16), effetti (15)
Jon Carin – sintetizzatore (9,11,13), campioni di percussioni (11,13)
Damon Iddins – tastiere aggiuntive (4,12)
Anthony Moore – tastiere (“Calling”)
Gilad Atzmon – sax tenore (7), clarinetto (7)
Chantal Leverton – viola (18)
Victoria Lyon – violino (18)
Helen Nash – violoncello (18)
Honor Watson – violino (18)
Durga McBroom – voci di accompagnamento (14,17,18)
Louise Marshal – voci di accompagnamento (18)
Sarah Brown – voci di accompagnamento (18)
Stephen Hawking – campione vocale (14)
Produzione
David Gilmour, Phil Manzanera, Andy Jackson e Martin Glover
Tracklist
SIDE 1:
1. Things Left Unsaid
2. It’s What We Do
3. Ebb and Flow
SIDE 2:
1. Sum
2. Skins
3. Unsung
4. Anisina
SIDE 3:
1. The Lost Art of Conversation
2. On Noodle Street
3. Night Light
4. Allons-y (1)
5. Autumn ’68
6. Allons-y (2)
7. Talkin’ Hawkin’
SIDE 4:
1. Calling
2. Eyes to Pearls
3. Surfacing
4. Louder Than Words