Under a Western Sun
Autore: Primož Novak
Artista: Son Of Aurelius
Etichetta: Autoprodotto
Uscita: year_month
Durata: 72:14
Voto: 5/5
I Son Of Aurelius si sono fatti notare nel 2010 con il debutto The Farthest Reaches, che lasciava intravedere un certo potenziale. Era infatti “solo” un’altra band di death metal tecnico, con un occhio di riguardo anche per la melodia. Li si poteva liquidare semplicemente come dei The Black Dahlia Murder più tecnici. Ma in quattro anni può cambiare parecchio. All’inizio non si capiva nemmeno perché il gruppo fosse sparito dai radar, ma quest’anno ha annunciato il ritorno con un nuovo album e un nuovo cantante.
Con il primo pezzo presentato, la band ha soprattutto spiazzato tutti. La musica non somigliava per niente al debutto. Ok, il sound è ancora tecnico, ma ecco spuntare la voce pulita, più melodia e una sezione ritmica estremamente varia. Il cambio di rotta è così radicale che ti viene da chiederti come abbiano potuto pubblicare questo disco con lo stesso nome. Ma più volte ripassi l’album, più ti rendi conto che la band ha tirato fuori un vero capolavoro. I pezzi sono rifiniti alla perfezione, nelle strutture è pieno di sorprese. In 72 minuti, che sono senza dubbio una durata bella tosta per un album, non si nota nemmeno un brano di troppo, messo lì tanto per fare numero. La base del disco è arricchita da pezzi strumentali più calmi, con cui il gruppo dimostra una creatività fuori dal comune.
Dopo l’intro Return To Arms, Under a Western Sun ti spiazza con Chorus of the Earth, dove domina una voce melodica dal timbro piuttosto insolito. Vero, la voce melodica è quella più presente in tutto l’album, ma il tizio che risponde al nome di Riley McShane se la cava bene anche con scream e growl. Questi ultimi escono fuori soprattutto nel pezzo più brutale del disco, The Prison Walls. Ciò che rende la voce ancora più particolare sono le linee non convenzionali, che, nonostante la musica parecchio complessa, si inseriscono in modo interessante nei brani. Lo stile si potrebbe paragonare a quello di Tommy Rogers dei Between The Buried And Me, e ogni tanto qualche linea ricorda perfino Maynard Keenan (Tool), ma bisogna riconoscere che McShane ha una sua identità e non si limita a copiare tutti i nomi altisonanti delle acque progressive.
Ovviamente, oltre alla voce interessante, spiccano anche gli altri membri. Il chitarrista Cary Geare si occupa per tutto l’album di riff melodici di grande impatto; i passaggi veloci e tecnici da death metal non gli sono certo estranei, ma il suo senso della melodia è molto più spiccato. Anche il suo stile negli assoli è senza dubbio ingegnoso, ogni assolo è curato fin nei minimi dettagli, cosa che nella marea di shredder di oggi non è proprio all’ordine del giorno. Il bassista Max Zigman con il suo fretless sottolinea di continuo le proprie linee, che si sentono bene, come succede in tante band tecniche che vanno fiere del basso fretless. Il batterista Spencer Edwards si potrebbe liquidare semplicemente come un batterista estremo, di quelli che negli USA ce ne sono a bizzeffe. Ma va detto che Edwards riesce a unire alla grande il death metal veloce, dove spiccano i doppi pedali fulminei e anche i blast beat, con uno stile più concentrato sul tagliuzzare i ritmi alla maniera di batteristi come Alex Rudinger e Hannes Grossmann. Gli strumenti elencati, però, ancora non bastano a dare l’essenza dell’intero album. Per riempire i possibili vuoti, la band ha deciso di usare varie tastiere, così da regalare ai pezzi un quadro sonoro completo. Un buon esempio è il pianoforte nella title track, che avrebbe potuto chiudere il disco alla grande se non ci fosse stato l’outro. In ogni caso, anche questo è merito della buona produzione.
Under a Western Sun è senza dubbio un risultato di altissimo livello. Nonostante la durata non si trascina, i brani sono vari, pieni di svolte inaspettate. I Son of Aurelius hanno scelto di rischiare, e solo il tempo dirà se è valsa la pena. Ma per una band con un certo background sarebbe stato assurdo restare attaccata allo stesso stile del debutto, frenando la propria evoluzione naturale come fa oggi la maggior parte dei gruppi. Il secondo album dei Son of Aurelius è un lavoro decisamente provocatorio, che probabilmente ha deluso parecchi, ma allo stesso tempo è un risultato eccezionale che dimostra come oggi si possa ancora fare un disco unico. Per il prossimo, l’unica speranza è che non si debba aspettare altri 4 anni.
Formazione
Max Zigman – basso
Spencer Edwards – batteria
Cary Geare – chitarra
Riley McShane – voce
Produzione
Zack Ohren
Tracklist
1. Return To Arms
2. Chorus Of The Earth
3. The Weary Wheel
4. Coloring The Soul
5. The Stoic Speaks
6. Attack on Praque
7. Flailing Saints
8. A Great Liberation
9. Clouded Panes
10. Blinding Light
11. The Prison Walls
12. Submerge & Surface
13. Long Ago
14. Under A Western Sun
15. Strange Aeons