Return to Ommadawn

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Oldfield, Mike
Etichetta: Virgin EMI Records
Uscita: 2017
Durata: 42:07
Voto: 4.5/5

»Ommadawn«, capolavoro in studio del lontano 1975, è uno dei gioielli della corona nella carriera straordinariamente ricca del leggendario polistrumentista e compositore inglese Mike Oldfield. La maggior parte dei fan di Oldfield venera »Ommadawn« quasi quanto l’esordio »Tubular Bells« (1973), molto più noto e amato dal grande pubblico, e che Mike, tra seguiti sempre più deboli, negli anni ha spremuto fin quasi allo sfinimento. Stavolta quindi doveva scegliere una ricetta un po’ diversa, se voleva riconquistare un po’ del rispetto perduto per certe strane mosse in studio degli ultimi due decenni. Dopo il mediocrissimo album pop-rock »Man On the Rocks« (2014), in cui Mike aveva cercato senza successo di riesumare un po’ della magia di metà anni Ottanta, sembrava che il tipo fosse rimasto completamente a secco di idee compositive degne di nota e che da lui non avremmo visto un nuovo album per un bel pezzo, figuriamoci un album da ascoltare con piacere dall’inizio alla fine. A dirla tutta, negli ultimi venticinque anni pochi dischi di Mike sono stati all’altezza della sua eredità degli anni Settanta e Ottanta. Ma chi conosce la sua lunga e variegata carriera sa che il signor Oldfield ha già sorpreso più volte i suoi fan con lavori di qualità proprio quando meno se lo aspettavano.

Con »Return to Ommadawn« Mike ha scelto un’inversione di rotta totale e, con grande gioia della maggior parte dei suoi fan, dopo un tempo davvero spaventosamente lungo è tornato alle suite ambient strumentali, dal taglio progressive rock, che lo avevano reso famoso nei suoi primi anni. Le due suite collegate tra loro, che insieme formano l’opera omonima, superano i venti minuti ciascuna. Una pratica che Mike aveva usato l’ultima volta su »Incantations« (1978). Tutti gli strumenti su »Return to Ommadown« li ha suonati Mike da solo, tornando così anche all’etica creativa degli anni Settanta, quando ancora ragazzino era diventato famoso come incredibile polistrumentista e compositore geniale, che amava più di tutto lavorare come ‘one man band’. Alcuni effetti vocali li ha ripresi direttamente dall’»Ommadawn« originale, e questa volta non c’è niente di male. Così su »Return to Ommadawn« ha rafforzato la nostalgia ambient e il senso di continuità, mentre costruiva con gran gusto un mix rilassantissimo di progressive rock, folk, ambient e world music.

»Return to Ommadawn« è dunque il seguito dell’opera strumentale del 1975. Mike ci giocava con questa idea già più di venticinque anni fa, visto che »Amarok« (1990) era stato concepito in origine come seguito di »Ommadawn«, ma poi le cose, durante la lavorazione di quell’album, hanno preso una direzione diversa da quella che il sommo compositore e inarrivabile polistrumentista aveva immaginato all’inizio. La prima domanda che sorge prima di ascoltare »Return to Ommadawn« è ovviamente se il ventiseiesimo album in studio di Mike sia all’altezza dell’eredità dell’originale, visto che tanti musicisti si sono già scottati con i seguiti dei loro album più amati. La risposta, per il sollievo dei fan di vecchia data, è molto positiva: Mike ha suonato i singoli arrangiamenti come ai suoi tempi migliori e ha servito anche tanti motivi ambient nuovi e interessanti, che attraverso una tavolozza sonora ricchissima di motivi diversi portano l’ascoltatore tra pianure fantastiche, dove regna la mistica celtica così tipica di Oldfield, unita a motivi ‘sciamanici’ di world music. Questa magia ambient, che a tratti suona come la musica di un sogno piacevolissimo, Mike la crea anche combinando numerosi strumenti tradizionali, come l’arpa celtica e i whistle.

Arrangiamenti sinfonici ricchissimi e ritmi di ogni tipo si stratificano di continuo, mentre Mike inserisce man mano passaggi di chitarra malinconici, che riflettono la sua tecnica del tutto personale, riconoscibile da lontano. Il passaggio tra le due suite è splendido e fluido, lo scorrere dei singoli motivi è eccezionale, mentre momenti energici e momenti calmi si alternano con una coerenza e una raffinatezza che Oldfield ha sempre padroneggiato alla perfezione. Chi si era quasi dimenticato che Mike, negli anni Settanta, era uno dei maestri più apprezzati del progressive rock si godrà, dopo tanto, tanto tempo, i suoni di mellotron, organi Hammond e Farfisa e le tante prodezze chitarristiche di Mike, tanto su chitarra elettrica quanto su acustica e flamenca, che sono soltanto alcuni dei tanti strumenti a corde usati su »Return to Ommadawn«. Dal punto di vista ambient, »Return to Ommadawn« è una meravigliosa avventura ambient piena di nostalgia e mistica, e anche per questo è il seguito ideale dell’»Ommadawn« originale. Nonostante la straordinaria varietà strumentale, i tanti cambi di ritmo e arrangiamenti piuttosto complessi, l’album non è affatto un boccone troppo duro da ascoltare nemmeno per chi sente più vicine l’ambient e la world music che il progressive rock e ha solo bisogno di rilassarsi come si deve dopo una giornata di lavoro pesante.

Con »Return to Ommadawn« Mike Oldfield ha sorpreso in positivo: è tornato in grande stile tra i creatori di musica più entusiasmanti del nostro tempo e ha firmato il suo miglior album dalla prima metà degli anni Ottanta, capace di riportare più di uno ai ‘vecchi tempi d’oro’, quando il celebre polistrumentista e compositore era al culmine del suo estro artistico. Qualche critica c’è, ed è che oltre agli effetti vocali originali ha usato alcuni motivi più brevi molto simili a quelli dell’»Ommadawn« originale, il che, a parte garantire la continuità tra passato e presente, non è stata di certo la mossa più originale, ma non è una pratica così frequente da rovinare l’ottima impressione che l’album lascia nel suo insieme. A questo punto viene subito da chiedersi perché Oldfield non abbia scelto prima di fare questa mossa, cioè creare un seguito di »Ommadawn«. »Amarok« è stato per tanto tempo il suo addio alle ambiziose suite strumentali, che già negli anni Settanta aveva portato alla perfezione, e che per molto tempo, sperimentando con stili diversi, non ha voluto ammettere a se stesso.

Evidentemente Mike, dopo i risultati in studio degli ultimi quindici anni, con cui per lo più non ha entusiasmato granché, ha finalmente ‘aperto gli occhi’ su dove batte davvero il suo cuore di compositore e ha capito che è più saggio tornare a cercare ispirazione nel glorioso passato e creare finalmente l’album che i fan aspettavano da almeno venticinque anni. In chiusura, per »Return to Ommadawn« si possono fare a Mike ancora una volta tutti i complimenti. Speriamo che segua uno stile creativo simile anche nel suo prossimo progetto in studio, che secondo alcune indiscrezioni dovrebbe essere la quarta parte di »Tubular Bells«.

https://www.youtube.com/watch?v=6TG63Zhge1w

Formazione

Mike Oldfield – chitarra acustica steel, chitarra flamenca, chitarra elettrica, basso, basso acustico, mandolino, banjo, ukulele, arpa celtica, pianoforte, tastiere, percussioni, whistle, effetti vocali

Produzione

Mike Oldfrield

Tracklist

1. Return to Ommadawn, Pt. I (21:10)
2. Return to Ommadawn, Pt. II (20:57)

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