Will To Power

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Autore: Primož Novak

Artista: Arch Enemy
Etichetta: Century Media
Uscita: year_month
Durata: 50:16
Voto: 3/5

Gli svedesi Arch Enemy, band di death metal melodico, negli ultimi anni godono di una fama incredibile. Sembrava che la popolarità dovesse crollare dopo l’addio della cantante Angela Gossow, e invece è andata ancora meglio. Alissa White-Gluz, cantante di origini canadesi, ha calzato scarpe enormi e ha più che convinto. Le vendite degli album degli Arch Enemy non sono calate e i concerti, di conseguenza, sono pieni. Il primo disco con lei al microfono (War Eternal, recensione QUI) è piaciuto parecchio. Cambiamenti sostanziali non si sentivano nemmeno col lanternino: Alissa ha solo voluto allargare lo spettro vocale con qualche incursione nel cantato melodico, cosa che faceva già con The Agonist. Nel frattempo la band si è anche presa un nuovo chitarrista, il possente Jeff Loomis (Nevemore, Conquering Dystopia), uno dei chitarristi metal moderni più rispettati in circolazione.

L’entusiasmo all’idea che Jeff Loomis collaborasse con Michael Amott alla scrittura del nuovo album degli Arch Enemy era alle stelle, ma non se n’è fatto niente. Amott ha detto che lo stile di Loomis, il marchio di fabbrica dei Nevemore, non c’entra con gli Arch Enemy, così anche stavolta a scrivere l’album è stato Michael Amott in persona, che ne è anche il produttore. A Loomis ha concesso, alla fine, di mettere qualche assolo. Michael è senza dubbio un autore esperto e un chitarrista eccezionale, ma senza l’aiuto del fratello Christopher Amott, uscito dopo Khaos Legions, semplicemente non ha più freschezza e inventiva da vendere, e su War Eternal si sentiva eccome. Il più giovane degli Amott, intanto, ha resuscitato gli Armageddon, con cui ha mostrato come suona un death metal melodico più old school e senza fronzoli. Ma gli Arch Enemy non possono suonare così, perché hanno bisogno di pompa e di orecchiabilità per conquistare la massa degli ascoltatori. 

Veniamo al disco: Will To Power si apre con l’intro strumentale melodico Set the Flame to the Night, che ricorda perfino un po’ l’intro di Khaos Legions. Come da copione, Will To Power esplode con The Race, veloce e martellante, con una sezione ritmica potente e chitarre che toccano il culmine nella parte solista. Per sottolineare l’aggressività del pezzo, gli Arch Enemy piazzano un ritornello dalle tinte hardcore. La voce della White-Gluz è, di conseguenza, forte e incazzata. L’inizio è solido, ma si capisce piuttosto in fretta che di grandi ambizioni qui non ce n’erano, e lo conferma subito il pezzo generico successivo, Blood in the Water. Amott e compagni ce l’hanno messa tutta per fare un disco vario, ma nel complesso la faccenda semplicemente non convince. Certo, qualche lampo c’è: il primo singolo The World Is Yours promette parecchio, anche se si affloscia in una parte sdolcinata, ma per il resto si lascia ascoltare. Non vale lo stesso per The Eagle Flies Alone, che suona cliché e patetica, con un ritornello che spicca per un testo ancora più cliché, di quelli che potrebbero firmare anche gli Ektomorf. Qui si vede anche che negli ultimi dischi gli Arch Enemy amano ripetere la loro ricetta, basata su ritornelli sing-along. Per fortuna la monotonia la spezzano con assoli virtuosi e varie melodie, che da sempre sono il tratto distintivo della band e danno anche un po’ di speranza per il futuro.

Dopo qualche brano è più che evidente che gli Arch Enemy non vogliono più complicarsi la vita né sperimentare. Il picco del patetico il disco lo raggiunge ovviamente con Reason to Believe, dal taglio da ballad, dove la White-Gluz sfoggia le sue doti di bel canto, che sfociano in uno “screaming” alla The Agonist, la sua ex band. Poi, finalmente, un barlume di speranza. First Day in Hell, con un intro che ricorda gli Slayer, ha chitarre potenti e dà la sensazione che la band non abbia lavorato solo sull’importanza del ritornello. Dopo il breve strumentale Saturnine, gli Arch Enemy propongono un pezzo un po’ più lungo, Dream of Retribution, che ha un buon potenziale melodico, ma verso la fine il tutto suona troppo ripetitivo e tirato per le lunghe.

Grazie a una produzione in grande stile, la band ha dato un po’ di peso anche all’epicità, così ogni tanto ci sono pianoforte e orchestrazioni varie. Si nota soprattutto nel pezzo conclusivo A Fight I Must Win, che è decisamente il momento più brillante di questo disco piuttosto arido.

A livello di produzione il disco è potente, l’esecuzione è senza dubbio di altissimo livello, le chitarre spiccano ancora con tutte le loro acrobazie, la batteria è dinamica, anche se a tratti un po’ troppo power metal, il basso sostiene bene la chitarra e la voce è, appunto, potente il giusto. Il problema è solo che i pezzi sono prevedibili e senza fantasia. Compaiono anche un paio di filler, a conferma del fatto che il disco è stato scritto piuttosto di fretta. Neanche sul suono posso lamentarmi: Jens Bogren (Kreator, Amon Amarth) ha di nuovo fatto un lavoro eccellente.

I nuovi fan della band ci andranno a nozze, mentre i vecchi intenditori si accorgeranno che agli Arch Enemy sono semplicemente finite l’ispirazione e le idee giuste: il risultato è un prodotto generico e dimenticabile, dove i momenti brillanti scarseggiano parecchio. Forse sarebbe ora che Christopher Amott tornasse nella band e rinfrescasse la musica con le sue idee? Per ora sembra più probabile che la band lanci prima una collezione di abbigliamento …

Formazione

Alissa White-Gluz – voce
Michael Amott – chitarra 
Jeff Loomis – chitarra
Sharlee D’Angelo – basso 
Daniel Erlandsson – batteria

Produzione

Michel Amott, Daniel Erlandsson, Jens Bogren (postproduzione)

Tracklist

1.Set Flame to the Night
2. The Race
3. Blood in the Water
4. The World Is Yours
5. The Eagle Flies Alone
6. Reason to Believe
7. Murder Scene
8. First Day in Hell
9. Saturnine
10. Dreams of Retribution
11. My Shadow and I
12. A Fight I Must Win

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