Bang Your Head!!! 2019 (primo giorno) – il grande rondò musicale di Michael Schenker

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2019
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Luogo: Balingen / Messegelände (sala Volksbankmesse) / Germania
Data: giovedì, 11.07.2019


Ed eccolo qua, il nuovo Bang Your Head!!! festival. Dove, se non di nuovo nella tedesca Balingen. Beh, le previsioni del tempo di quest’anno per luglio sono diventate davvero estreme, e non solo le previsioni: pure il tempo vero e proprio. Ondate di caldo estremo come il mondo non ne ricorda, incrociate con scrosci di pioggia andati avanti per giorni. Ed è proprio in un’ondata ciclonica del genere che è finito, a calendario, il Bang Your Head!!! di quest’anno. Nel complesso il festival è stato parecchio bagnato, anzi decisamente troppo bagnato, ma così va. È il meteo a scegliere noi, non noi lui.

Insomma. Il warm up quest’anno l’abbiamo saltato, e non era mai successo da quando frequentiamo questo festival tanto stimato. Eccoci già al primo giorno vero e proprio e alle undici sul palco ci sono già dei vecchi habitué del festival, gli Stormwarrior. Incredibile come passa il tempo. Gli Stormawrrior quest’anno festeggiano ben 21 anni di attività. Quando comparvero sulla scena con il debutto erano dei veri pivelli del power metal, ma fede e testardaggine fanno il loro lavoro e Lars Ramcke, il grande capo, chitarrista e cantante della band, oggi può vantarsi di avere in tasca sei album in studio, l’ultimo dei quali, «Norsemen», uscirà il prossimo novembre. Lars Ramcke ha messo su qualche capello grigio e qualche ruga, ma sul palco resta lo stesso. Quello che vedi è quello che ottieni. Non è mai stato famoso come cantante dalla tecnica rifinita, ma neanche lo stile coltivato dagli Stormwarrior lo richiede per forza. I testi vichinghi sugli eroi ci sono e la band funziona senza problemi. Le nuvole si erano unite, sopra di noi si stendeva il grigio e si facevano sempre più pesanti. Il cielo faceva il muso. In cinquanta minuti la band ha suonato ben cinque pezzi dal debutto in studio «Stormwarrior» (2002), tre dei quali (Signe of the Warlorde, Sons of Steele, The Axewielder) già in apertura. Non sono mancate né Defenders of Metal né Iron Prayers, con cui la band ha chiuso il concerto. Non poco a sorpresa hanno tirato fuori Heavy Metal Fire, un brano antichissimo dell’EP/demo «Possessed by Metal», mentre il resto del repertorio è arrivato dagli album «Heading Northe»  (title track) e «Northern Rage» (Odinn’s Warrior e Lindisfarne). Il quartetto ha sfruttato bene il ruolo di band d’apertura, suona maturo e rodato, Ramcke ha accanto compagni affidabili, ovvero Yens Leonhartz (basso), il batterista Björn Daigger e il chitarrista Jörg Uken, e gli Stormwarrior hanno tra l’altro risvegliato bei ricordi anche del loro lontano show al festival Metal Mania Open Air nella slovena Komen nel 2008.

Alle mezza e mezza il palco è passato agli svedesi Sorcerer, che l’anno scorso hanno visitato il Metaldays in Slovenia. Sono quasi una leggenda del metal svedese: hanno iniziato la carriera nel 1988, ma a causa dello scioglimento precoce non sono riusciti a pubblicare nemmeno un album, solo qualche registrazione finita su varie compilation. Poi nel 2010 si sono rimessi insieme e nel 2015 e nel 2017 sono usciti finalmente due album in studio, «In The Shadow of the Inverted Cross» e «The Crowning Of the Fire King». La band è metal vecchia scuola dalla testa ai piedi, anche l’outfit sul palco è in tema, ma nelle sue composizioni infila riff funerei che sembrano risorgere dalla tomba, così l’elemento doom si sente chiaro per tutto il tempo. Mah.. restano comunque ben lontani dai connazionali Candlemass, che si sono esibiti qui due giorni dopo, ma insomma. Quindi niente «nanetti» da power metal! Solo vecchia scuola. Ossificata. Il cantante Anders Engberg resta originale. Di voce e di formazione! Ottima esibizione dei veterani, che hanno portato sei marce epiche doom heavy metal davvero lunghe: Ship of Doom, Sirens, The Crowning of the Fire King, Exorcise the Demon, The Dark Tower of the Sorcerer e, in particolare, la «perduta» (e ritrovata) The Sorcerer, con cui, come un anno fa a Tolmin, hanno chiuso anche il loro show di grande successo a Balingen.

Poi si è messo a piovere. Ma piovere sul serio. Già durante i Sorcerer. La pioggia si è fatta ancora più forte e sul palco sono saliti gli Audrey Horne. L’indirizzo giusto per staccare la spina e divertirsi. Gli Audrey Horne sono una formazione norvegese di Bergen, di sicuro una band con un pizzico di parodia, che unisce elementi del metal vecchia scuola e perfino dell’hard rock melodico. Il quintetto è composto dall’incredibilmente divertente cantante Toschie, dai chitarristi Ice Dale e Thomas Tofthagen, dal batterista Kjetil Greve e dal bassista Espen Lien. I membri hanno suonato prima degli Audrey Horne in gruppi come Gorgoroth ed Enslaved. Ti fa pensare al black metal? Solo un’ottima esecuzione. Musicisti davvero eccellenti. Precisi al millimetro e incredibilmente affiatati. Pioveva sempre di più, ma Toschie e compagni non se ne sono preoccupati per niente. Il cantante è salito sul palco vestito da arbitro di calcio, con una giacchetta antivento, e ha tenuto per tutto il tempo un’atmosfera straordinariamente positiva e solare. Durante il penultimo pezzo, Waiting For The Night, è addirittura saltato giù dal palco, ha scavalcato la transenna ed è andato in mezzo alla gente, che insieme a lui «belava» il ritornello melodico del brano. La band ha aperto il concerto con stile. In sintonia con l’album attuale «Blackout», da cui ha piazzato di fila This Is War, Audrevolution e Blackout. Per il resto, ha fatto un giro nella sua discografia solo due album all’indietro, fino a «Youngblood», da cui abbiamo sentito Pretty Little Sunshine, Straight Into Your Grave, Youngblood e Redemption Blues, a cui hanno fatto compagnia altri due pezzi di «Pure Heavy», cioè Out Of The City e la già citata Waiting Fot the Night. Un festone, che non è riuscita a rovinare nemmeno la pioggia.

Ha continuato a piovere. Fino in fondo al concerto dei nostri amici Brainstorm, che ci siamo visti a fine gennaio all’Orto Bar di Lubiana. Con i Brainstorm è difficile che qualcosa vada storto. Il cantante Andy B. Franck a Lubiana aveva problemi con un’infiammazione alla gola, che nello show non si notava poi così tanto, mentre stavolta è salito sul palco in piena forma e in salute, e ha dato tutto. E i Brainstorm? Si sono presentati con camicie bianche. Dal palco gelati non ne hanno distribuiti, ma di sicuro schiaffoni di riff power/thrash metal imbottiti della bombasticità epica di ritornelli cantabili. Come previsto, la parte del leone l’ha fatta l’album attuale, l’ottimo «Midnight Ghost». La band ha aperto il concerto con la nuova Devil’s Ghost, poi ha bussato al cuore dei nostalgici con Words Are Comin’ Through, presa dall’album «Liquid Monster» di 13 anni prima, uno dei lavori più apprezzati del gruppo. Da «Midnight Ghost» sono risuonate anche Jeanne Boulet (1764), Revealing the Darkness, The Pyre e Ravenous Minds, con cui i ragazzi hanno chiuso il concerto. Poi c’è Shiva’s Tears, il classico d’obbligo da «Soul Temptation», e la band ha condito lo show con un altro classico di «Liquid Monster», All Those Words, e ha aggiunto anche la title track Firesoul. I Brainstorm sono come sempre una macchina ben oliata e velenosa, che convince sempre al cento per cento. Suono ottimo, ottima percezione. Compagnia super. Il duo Ihlenfeld/Loncaric come sempre al posto giusto in ogni istante. Ottimo l’incastro degli assoli dei due chitarristi, e non va certo trascurata la sezione ritmica, dinamica e infuocata per tutto il tempo, curata dall’ottimo batterista Dieter Bernert e dal bassista non meno ottimo Antonio Ieva. Insomma. I Brainstorm hanno evocato quello in cui sono più bravi e unici. Una vera tempesta cerebrale, che ha scompigliato per bene le teste fradice del festival e rispetto alla quale la pioggia in corso è diventata un vero folletto minuscolo, appena percettibile. Come previsto, un’altra esibizione eccellente della band.

I The Night Flight Orchetra sono una specie di parodia dei tempi dell’AOR. Oggi il gruppo non sarebbe niente di speciale e si dimenticherebbe in fretta, se non fosse composto da nomi interessanti che evidentemente si erano stufati di anni passati a insistere nelle sfere del metal estremo. Sul palco la squadra è numerosissima! Il cantante Björn Strid, che poco dopo questo show è andato a Tolmin in Slovenia con i suoi Soilwork, è vestito sul modello del cantante dei Survivor Dave Bickler. Occhialini Ray Ban, basco, completo bianco., Appoggiato all’asta del microfono, è entrato così, molto rilassato, nell’apertura del concerto. C’è anche l’altro membro dei Soilwork, il chitarrista David Anderson. Al basso, a Strid e Andersson fa compagnia Sharlee D’Angelo, esperto ex bassista di Mercyful Fate e King Diamond, che come Strid e Andersson, dopo qualche giorno è partito per Tolmin, dove ha suonato con la sua band Arch Enemy. La formazione è completata dal batterista Jonas Källsbäck, dal tastierista Richard Larsson, dal percussionista Sebastian Forslund e da due corpose coriste   che nel gruppo chiamano Airline Annas, più precisamente Anna Brygård e Anna-Mia Bonde, che durante il concerto, vestite da hostess, «giocavano» con dei telefoni viola. La band ha presentato l’album in studio appena uscito «Sometimes The World Ain’t Enough», ha aperto il concerto con la title track, subito raggiunta da Turn To Miami. Andersson si è calato nel ruolo del monello, si è acceso una sigaretta durante la terza, Midnight Flyer, e ha curato degli ottimi assoli, assumendo pose di ogni tipo, fino alle più divertenti, senza sbagliare una nota, il che conferma solo quanto sia bravo questo chitarrista. Una parodia davvero divertente. I The Night Flight Orchestra ricordano per tutto il tempo i tempi in cui l’AOR dominava le classifiche, dove non è difficile sentire l’ispirazione presa da figure e opere di Journey, Survivor, Boston e Night Ranger. Da «Amber Galactic» hanno suonato anche Gemini e Something Mysterious, mentre il concerto l’ha chiuso la coppia dall’album «Internal Affairs», cioè 1998 e West Ruth Avenue. Poche chiacchiere, tanto divertimento. Anche se il bello è proprio che sembrano infantili nell’imitare una certa era del rock, dall’altra parte suonano benissimo e alla squadra non c’è niente da rimproverare, e Strid in un contesto musicale così può mostrare anche la sua voce normale, ovvero il suo canto naturale.

Poi è successa la particolarità del primo giorno del festival. Non solo ha smesso di piovere per un po’, ma alle cinque e venti del pomeriggio sul palco non sono saliti i rivitalizzatori svedesi del sleaze rock Hardcore Superstar, bensì dei power metaller altrettanto svedesi, connazionali di Göteborg, i Dream Evil. Possiamo dire i Primal Fear svedesi? Più o meno. L’organizzatore ha fatto questo cambio all’ultimo momento perché agli Hardocre Superstar, durante il viaggio, cioè al cambio di aereo, hanno rubato tutta l’attrezzatura. Per questo la band è arrivata in ritardo a Balingen. Così hanno scambiato l’orario di esibizione con i Dream Evil, che avrebbero dovuto suonare nella sala alle otto meno dieci. I Dream Evil sono ottimi power metaller. Fondati poco prima della fine del millennio, guidati dal noto produttore Fredrik Nordström, tra i membri fondatori oggi in formazione restano l’ottimo cantante Niklas Ilsfeldt e il bassista Peter Stålfors, mentre la formazione è completata dal batterista Pat Power (più precisamente Patrik Jerksten), che nel 2006 ha sostituito il famigerato Snowy Shaw, e dal chitarrista Markus Fristedt, tornato di recente. In questo gruppo ha suonato per esempio anche il celebre Gus G, che per dieci anni ha suonato con Ozzy Osbourne e che abbiamo visto di recente a Lubiana con i Firewind. I Dream Evil hanno comunque messo insieme un’ottima setlist, composta quasi interamente da materiale dei primi due album, «Dragonslayer» (2002) e «Evilized» (2003). In effetti i fan di questa band non potevano immaginare un repertorio più bello. L’esecuzione è filata liscia, senza intoppi, durante lo show è uscito il sole, Niklas, che per timbro ricorda vagamente Ralf Scheppers (Primal Fear), ha cantato in modo fenomenale e il concerto si è sviluppato in modo molto dinamico. La band ha suonato questa setlist: Immortal, In Flames You Burn, Crusaders’ Anthem, Save Us, The Prophecy, Heavy Metal in the Night, Fight You ‘Till the End, Made of Metal, Children of the Night, The Chosen Ones, Chasing the Dragon e, in chiusura, The Book of Heavy Metal.

Durante lo show dei Dream Evil si è svegliata anche la sala accanto, la Volksbankmesse. Lì, alle cinque e mezza, i rocker danesi I’ll Be Damned hanno aperto i festeggiamenti al coperto. Sono arrivati a Balingen con una formazione un po’ modificata. Alla batteria li ha aiutati Matthias Smidt, che ha sostituito temporaneamente il membro a pieno titolo Adners Gyldenøhr, mentre la band si è presentata per la primissima volta sul palco nella nuova formazione, cioè con il nuovo cantante Stig Gamborg, che, buffo a dirsi, alla fine di questo luglio ha già lasciato il gruppo, quindi gli I’ll Be Damned cercano di nuovo un cantante (potete farvi avanti). Il concerto però sono riusciti a portarlo a casa. La band ricorda non di rado i connazionali D-A-D (Disneyland Afterr Dark), anche se non bussa così decisa alla porta della parodia come quelle «canaglie». Nella musica senti influenze southern rock, riff sostenuti da un velo di blues, ma allo stesso tempo gli I’ll Be Danmend suonano molto affilati, appuntiti e vivaci. In più curano l’incisività melodica e la contagiosità dei ritornelli, una vera party band. Quando ti trascinano pezzi come Fuck The World (Be Happy), Drainage, Fever o You Are Young, sai che con questo gruppo c’è poco da scherzare. Non un concerto ottimale a causa dell’adattamento necessario e temporaneo della formazione, ma di sicuro una band che promette molto per il futuro.

Il concerto successivo l’abbiamo aspettato di nuovo in sala. Il trio norvegese Keep Of Kalessin, formazione metal estrema con radici nel black metal norvegese. La band opera con Arnt “Obsidian C.” Grønbech (chitarra, voce), poi Robin “Wizziac” Isaksen (basso, voci pulite) e il nuovo arrivato Wanja “Nechtan” Gröger (batteria). Una band con una bella anzianità di servizio, ma anche con pause nell’attività. I Keep Of Kalessin si sono concentrati sul materiale più recente, puntando sugli ultimi due album in studio «Epistemology» e «Reptilian». La band si è allontanata parecchio dal purismo black metal degli inizi, tipico della prima fase della sua attività. Obsidian C ha svolto bene i compiti vocali di ringhio, che non raggiungono il livello del predecessore Thebon, ma considerato che fa anche il chitarrista principale suona comunque del tutto sicuro. C’è poi un quarto membro aggiuntivo, alla chitarra supplementare, che alleggerisce anch’esso Obsidian. Ogni tanto il bassista Wizziac affianca Obsidian con la voce pulita, e la band si è fatta perdonare la mancanza di materiale delle origini nella seconda metà del concerto, quando ha eseguito due pezzi dell’ottimo album «Armada», cioè Crown of the Kings e The Wealth of Darkness. Gran parte del concerto l’abbiamo saltata, perché si sovrapponeva ai Soulfly sul palco principale.

Soulfly! Dopo l’anno scorso, il celebre Massimiliano A. Cavalera, abbreviato Max Cavalera, è di nuovo in Europa con la sua squadra. L’esibizione non è stata molto diversa da quella dell’anno scorso a Tolmin, con la differenza che la band ha infilato nel repertorio pezzi del nuovo album «Ritual» (in apertura The Summoning e Under Rapture, e nella parte finale Ritual e Dead Behind the Eyes). Negli ultimi due anni la band si attiene anche a una specie di celebrazione dei trent’anni dall’uscita del debutto «Soulfly», che ha anche ricevuto più attenzione. Così la band ne ha suonato Primitive, Bleed (combinata nella seconda parte con Plata O Plomo – album «Enslaved», 2012), poi Tribe e No Hope = No Fear e, immancabile, Eye For An Eye, dove l’istigazione a saltare ha ovviamente raggiunto il culmine (Jumpthefuckup). Non è mancata nemmeno Fire, a cui la band ha agganciato il pezzo Porrada («Prophecy», 2004). In chiusura ha trovato posto ancora Back to the Primitivre («Primitive», 2000), mentre da «Dark Ages» la band ha suonato I And I e Babylon. Insomma. Bello che la band non si leghi alle radici di Max nei Sepultura, cosa che potrebbe fare con facilità e che ha fatto per anni. Max Cavalera sul palco sembra un po’ stanco, anche la sua chitarra a tratti non tira fuori quello che dovrebbe, e viene da chiedersi se dal mixer non riceva un po’ di supporto in più, se non addirittura qualche linea preregistrata. A livello vocale sicuramente riceve un bell’aiuto dai fonici, ma non stupisce, visto che da qualche anno la sua voce non è più a un livello soddisfacente. Eppure Max è circondato da una squadra di musicisti eccezionali, tra cui suo figlio Zion Cavalera, il bassista Mike Leon e l’incredibile Mark Rizzo, che è in formazione con Max dal 2003 e che è di fatto diventato la prima calamita degli attuali show dei Soulfly. Suono curato, accordature basse, un tuono possente e travolgente, un rombo, precisione brillante ed energia eccezionale. Rizzo è il fattore di esplosività e azione continua richiesto, davanti al quale Cavalera oggi può solo inchinarsi e che con la sua eccellenza tiene in piedi la band. L’approccio di Max resta quello di sempre. Un sacco di incitamenti a mosh pit, circle pit, wall of death e ovviamente al salto continuo (Jump, jump, jump….). Stavolta un po’ meno parolacce, ma è il suo stile. Anche se la band si è concessa un po’ di svago, quando nel jam ha fatto un salutino agli Slayer e ha sollevato il pubblico con Black Magic, il concerto lascia l’impressione che avrebbe potuto essere ancora più devastante, che si può suonare e affrontare tutto a un livello ancora più alto e con ancora più forza. Come detto. Marc Rizzo! Il grande salvatore! Ancora una volta.

Alle otto meno dieci di sera in sala abbiamo finalmente avuto lo show dei rivitalizzatori svedesi del sleaze rock, amanti del tatuaggio che si rispetti, cioè gli Hardcore Superstar, che, come già detto, avevano un grosso problema. All’aeroporto qualcuno gli ha rubato l’attrezzatura, quindi hanno suonato alla bell’e meglio con roba presa in prestito. Fin dall’inizio del concerto si è sentita una grande confusione che ha accompagnato l’esibizione del gruppo. Semplicemente, non erano i veri Hardcore Superstar e la band era visibilmente irritata e tesa. Il pazzo e sempre fuori di testa cantante Joakim “Jocke” Berg ha tirato fuori ogni trucco possibile per cercare di sottrarre, o meglio deviare, l’attenzione del pubblico dai continui problemi di suono del gruppo sul palco, e quello che ci ha rimesso di più è stato di gran lunga il chitarrista Vic Zino, che non riusciva in nessun modo ad accordare la chitarra al livello sonoro richiesto. Jocke è perfino saltato in mezzo al pubblico, che l’ha sollevato di peso, cercando così di tenere viva la dinamica stessa del concerto. La band, passando per Moonshine, Electric Rider e We Don’t Celebrate Sundays, è arrivata a Liberation, poi tutti insieme hanno deciso di interrompere il concerto. Semplice. L’attrezzatura in prestito con cui la band cercava di salvare lo show non ha retto, e il quartetto comunque non aveva la testa lì, il che è del tutto logico. Gli Hardcore Superstar godono di grande popolarità in Germania e quel giorno, a causa dell’interruzione del concerto, tante teste sono rimaste davvero scottate. Però l’organizzatore, ancora prima della fine del festival, cioè al terzo giorno, ha confermato il primo pacchetto di artisti per il 2020, tra cui ci sono anche gli Hardcore Superstar, che l’anno prossimo potranno quindi rifarsi per bene di uno scivolone di cui non hanno molta colpa.

Sono le otto e mezza di sera ed è tutto pronto perché sul palco principale salga il main act del primo giorno del festival. L’onore quest’anno è toccato all’unico Michael Schenker e alla sua nuova formazione Michael Schenker Fest. Schenker è considerato un chitarrista iconico e uno dei più grandi e importanti, se non addirittura il più meritevole, perché il suo approccio alla composizione e in particolare alla formattazione degli assoli nei passaggi mid eight è diventato ispirazione e modello per generazioni. È un uomo che con la sua attività ha spostato l’heavy metal, e anche l’hard rock, di qualche gradino più in alto e ha contribuito in modo concreto al loro ulteriore sviluppo e diffusione. Con la sua formazione Schenker in qualche modo torna dritto all’inizio del suo percorso creativo con gli MSG e oltre. Il concerto al Bang Your Head è una vera piccola festa della sua carriera, in cui l’eccezionale musicista ci ha portati in tutte le ere della sua attività, con in testa i tempi di Scorpions e UFO. Per il suo Fest Schenker ha invitato tre cantanti originali degli MSG, cioè Gary Barden, Robin McAuley e Graham Bonnet, e a questi tre ne ha aggiunto un quarto, che ha collaborato con Michael Schenker nel periodo di Mcihael Schenker’s Temple Of Rock, cioè l’ex cantante di Rainbow e Yngwie J. Malmsteen’s Rising Force Doogie White. Quattro cantanti, poi il bassista originale degli MSG Chris Glen, il tastierista e chitarrista  Steve Mann del periodo McAuley Schenker Group e alla batteria? Al posto del defunto Ted McKenna è subentrato Bodo Schopf, che tra il 1986 e il 1990 ha suonato nei McAuley Schenker Group. McKenna, morto a metà gennaio di quest’anno, è stato molto rimpianto da Schenker durante il concerto e il chitarrista ha dedicato la sua esibizione al Bang Your Head!!! alla sua memoria.

All’inizio Michael Schenker è arrivato trotterellando, umile come un topolino, al suo asta del microfono a sinistra e ha preso la sua posizione sul palco. Il pubblico si è acceso, e lui, dopo un saluto iniziale, ha aperto da solo il concerto con l’esecuzione del brano degli Scorpions Holiday (album «Lovedrive»). Si è messo a cantare lui stesso e ha precisato subito che gli Scorpions fino a quel giorno non avevano saputo ringraziarlo come si deve per averla scritta per loro. Alla versione accorciata è seguito qualcosa di più serio. Sul palco sono saltati gli altri musicisti e Schenker si è lanciato nella celebre Doctor Doctor (UFO). Ci si è rizzato il pelo e la pelle al suono famoso di questo grande unico, che all’inizio usciva dalla sua Gibson Flyin’ V e si è riversato gradualmente in uno dei riff più marcanti dell’era del rock, mentre sul palco sono comparsi piano piano Bonnet, Barden e McAuley. Ognuno di loro ha cantato una strofa del brano. Si preannunciava un concerto maratona. Michael Schenker aveva a disposizione ben due ore e mezza e ha consegnato davvero un vero e proprio spettacolo. Nella prima parte è seguita una vera carovana di pezzi degli MSG, con in testa Into the Arena, Ready to Rock, Attack of the Mad Axeman, Rock My Nights Away, dove soprattutto all’inizio si prendeva un po’ più attenzione Gary Barden, mentre ogni tanto si univano a lui McAuley e Bonnet. Anche dopo la squadra ha proseguito il suo rondò concertistico con una serie di pezzi degli MSG: Armed and Ready, Dancer, Searching for a Reason, Desert Song, Night Moods, Assault Attack e Captain Nemo, dove le cose si sono equilibrate e al centro è salito più volte anche Bonnet. La cremazione del pubblico a suon di MSG è stata interrotta da due esecuzioni: la più recente Messin’ Around e un altro classico degli Scorpions del periodo dell’album «Lovedrive», Coast To Coast. Nella terza parte dell’odissea concertistica con Schenker sono seguiti i pezzi del periodo McAuley Schenker Group (Bad Boys, Save Yourself, l’eccezionale Anytime, Love Is Not A Game), interrotti dalla più recente Heart and Soul. Il concerto di dimensioni maratoneti si è spinto in profondità nel terzo terzo, sul palco è saltato Doogie White, la band è passata all’esecuzione di alcuni pezzi dei Temple Of Rock: Lord of the Lost and Lonely, Vigilante Man, Before The Devil Knows You Are Dead, Live And Let Live, e intanto la band ha salato il repertorio con la nuovissima The Girls With The Stars In Her Eyes e con la contagiosissima Take Me To The Church di «Resurrection», seguita da uno dei pezzi migliori in assoluto dell’album «Ressurection», l’epica Warrior, dove sono venuti fuori di nuovo tutti i cantanti (a Bonnet toccava il ritornello). Nella parte conclusiva la band ha suonato Rock Bottom. Cioè un classico degli UFO, dove i cantanti si sono di nuovo spartiti i ruoli, e McAuley e White hanno dimostrato di aver portato con largo vantaggio la forma vocale a un livello nettamente più alto nelle battute finali dello show, rispetto ai compagni Gary Barden e Graham Bonnet. Anzi. Barden si è concesso un errore ingenuo quando ha preso la seconda strofa del classico degli UFO Rock Bottom, l’ha dimenticata a metà ed è rimasto muto, per fortuna il pubblico è entrato subito nel ritornello.

Nel bis la band ha suonato ben cinque classici degli UFO, tenuti in vita di nuovo in buona parte da White e McAuley. Schenker ha sorpreso parecchio inserendo Only You Can Rock Me e Too Hot To Handle, e sono seguiti altri tre classici degli UFO, cioè Shoot Shoot, Natural Thing e Lights Out! L’incredibile concerto di due ore e mezza è finito. Senza teatrini particolari, senza pompa, senza ulteriori orpelli scenici o chiasso. Schenker si è semplicemente congedato. Senza teatrini particolari e se n’è andato, ultimo di tutti, dal palco.

Pazzesco sotto ogni punto di vista. L’idea dei quattro cantanti funziona alla grande. Sia nel continuo spartirsi le strofe tra i cantanti, sia nel coinvolgere tutte e quattro le voci nell’esecuzione dei singoli pezzi. Di sicuro i meglio conservati vocalmente sono McAuley e White, seguiti da Bonnet, mentre Barden soprattutto sulle note alte ha tirato il freno a mano e qualche volta è rimasto indietro anche di mezzo tono. Schenker ha ovviamente mandato qualche volta anche Mann al centro . Durante Anytime i due hanno suonato insieme un ottimo mid eight e raddoppiato le armonie in terze, eccetera… Suono ottimo, il mago eccezionale e unico Michael  Schenker e la sua squadra. Esibizione brillante e tanti momenti indimenticabili di grande nostalgia, quella sera, per l’età d’oro del rock.

In sala hanno avuto a disposizione un’ora e venti i Venom Inc., il cui show si è sovrapposto completamente al Michael Schenker Fest. Anzi. È cominciato mezz’ora dopo ed è finito quaranta minuti prima della chiusura del concerto del main act del festival. Peccato grosso. Un pizzico dei tempi classici del pionierismo NWOBHM era così a rischio, almeno per quanto riguarda il consumo. Però insomma. Dovevamo vederli. Mantas, Demolition Man e Jeramie Kling (quest’ultimo dei death metaller melodici The Absence dagli USA), che lo scorso autunno ha sostituito Abadon. Il trio è come sempre ottimo! Portano sempre un concerto fantastico. Così è stato anche nel 2017 a Tolmin e l’anno scorso a Graz, quando hanno suonato con i Suffoction, e stavolta a Balingen non è stato niente di diverso. Si sente che Tony Dolan e Mantas vengono da «un altro mondo» e appartengono alla generazione che ha battuto il sentiero per il metal venuto dopo. Hanno un’attitudine cruda, che per questa vibrazione ricorda non di rado i Motorhead, anche se musicalmente non gli somigliano per niente. Forse per le pose sul palco di Dolan, che per giunta tiene il microfono girato verso il basso, come Lemmy. La band non ha lesinato energia. Quella sera ha preso a schiaffi il pubblico con i classici dei Venom. Di sicuro era difficile seguire il concerto da vicinissimo a causa delle teste in ebollizione alcolica, che creavano una vera pista di pattinaggio da birra a furia di scontrarsi l’una con l’altra. La band, a parte quattro pezzi di «Ave Satanas», cioè l’iniziale Metal We Bleed,  War, Time To Die e Forged In Hell, ha frustato la gente con una falange di classici dei Venom: Rip Ride, Live Like An Angel (Die Like A Devil), The Seven Gates Of Hell, don’t Burn The Witch, Warhead, Lady Lust, Witching Hour e quando è risuonata la attesissima Black Metal, si è capito che il concerto stava andando verso il suo apice finale, coronato una dopo l’altra da Bloodlust, In League With Satan e dall’unica mancante fino a quel momento, Countless Bathory ovviamente. Sotto ogni aspetto un altro show pazzesco. Mantas ottimo alla chitarra, negli anni è diventato un chitarrista eccellente e non solo un tipo muscoloso, Dolan, come sempre ottimo alla voce e incisivo al basso, e il nuovo batterista Kling si è inserito alla grande. Il trio resta affilatissimo e pericolosamente seghettato. E tale è stato lo show. In linea con l’immagine e la formazione del gruppo, che però non va confuso con la versione di Cronos.

Alla fine del concerto del Michael Schenker Fest l’azione si è spostata in sala. Lì ha chiuso la giornata Vision Of Atlantis, power metaller sinfonici austriaci, che solo per questo evento speciale a Balingen si sono portati dietro un’orchestra di più elementi, hanno trascinato sul palco un mucchio di effetti pirotecnici e hanno messo in piedi una vera cerimonia concertistica. Lo scopo? Registrare un DVD. È quello che succede quando unisci i Nightwish ai miti su Atlantide. Oggi in squadra è rimasto un solo membro originale, cioè il batterista Thomas Caser, ma la band è decollata definitivamente nel 2013, con l’arrivo della carismatica cantante francese, ovvero mezzosoprano, Clémentine Delauney, a cui dall’anno scorso fa compagnia in squadra anche la voce maschile Michele Guaitolija. Il quintetto è completato dal bassista Herbert Glos e dal chitarrista Christian Douscha, entrati nella squadra due anni fa. I rinnovati Vision Of Atlantis hanno così messo in piedi a Balingen uno spettacolo davvero eccellente, in cui hanno pensato a ogni dettaglio. Un’esibizione studiatissima, senza spazio per gli errori, e gli arrangiamenti, già di per sé affini agli elementi orchestrali, hanno avuto dal vivo la ciliegina sulla torta, con l’orchestra a fianco della band. La band ha presentato anche due pezzi inediti dal prossimo album «Wanderers», cioè A Journey to Remember e Heroes of the Dawn, a cui hanno fatto compagnia, tra gli altri, i più vecchi Return, The Deep & the Dark, New Dawn, Book of Nature, The Last Home, Memento e Return to Lemuria. Sotto ogni aspetto l’arrivo del gruppo a Balingen con un’orchestra è uno dei punti più alti della sua carriera. Ha coronato lo show con grande pedanteria e un’esecuzione appassionata.

Il primo giorno era dunque chiuso. È seguito il secondo, che annunciava come main act gli Steel Panther!  Ma ne parliamo nella prossima recensione!

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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