DIO – Il piccolo stregone che domò i draghi e resuscitò i classici dei Rainbow e dei Black Sabbath (2002)
Luogo: Graz / Orpheum Teater / Austria
Data: giovedì, 19.09.2002
Ad aprire le danze gli austriaci Firestorm. Hmmmm, avevo in corpo due o tre birre (non ricordo più con precisione), e l’imitazione austriaca dello shock rock glam, con riff aperti e semplici, mi stava andando giù alla grande. In realtà la band, vestita in tenuta sadomaso e con lenti a contatto azzurro chiaro negli occhi, a prima vista sembrava davvero cattivissima. Con la musica mi hanno proprio sorpreso. Mi aspettavo un qualche “vomito” al posto del canto e insomma un disastro completo. Invece tutto il contrario. Una cover perfetta di “Wild Boys” dei ormai leggendari Duran Duran, i cui membri nella prima metà degli anni Ottanta erano per le adolescenti la vera incarnazione del principe azzurro sul cavallo bianco, è stata purtroppo l’unica canzone del loro repertorio che conoscessi. Il leader della band aveva ovviamente la parola principale. Cantava come voce solista e suonava la chitarra solista. Gli assoli arrivavano di solito nelle uscite classiche dai pezzi, ma due li ha sparati anche dentro i brani. Il tipo, con la sua chitarra modello Gibson Explorer, non si è mai complicato la vita con parti soliste (leggi: assoli a tre dita da rocker anni Sessanta) e così ha mantenuto alta la botta. Cantava alto e a tratti gemeva davvero come un Simon Le Bon (Duran Duran). Era un piacere guardare le ragazze della band. La prima, la chitarrista ritmica con una Gibson SG, era particolarmente vivace, sembrava proprio indomabile e spronava di continuo il pubblico passivo a “scuotersi” almeno un po’. La seconda, la tastierista, aveva un’aria un filo più misteriosa. E probabilmente per questo faceva venire ancora più l’acquolina. Eh sì, pervertito, quante cose mi frullano per la testa. Tutti i membri hanno mostrato un’ottima intesa anche nei cori. Insomma, che i Firestorm non siano uno scherzo l’hanno dimostrato con un’esibizione estremamente corretta e appassionata, il che mi ha scioccato, perché dalle band austriache di casa non ci sono proprio abituato. Le persone fisiche più anziane – mi riferisco ai maschi nella fase “più vitale” (dai 40 in su) – brontolavano ovviamente sui Firestorm e si lamentavano di continuo. Con una sola eccezione. Quello era ubriaco come una “scimmia” e quando ha visto che io e Dejan eravamo gli unici a “scuoterci” in prima fila al ritmo della “musica da ballo”, ha cominciato a rompere in modo estremo e ad appiccicarsi a noi. Non so, devo avere proprio sfortuna, ma se in una sala a un concerto c’è un solo rompiscatole, si ritroverà sempre accanto a me. Ai Motorhead tre mesi fa nella stessa sala un tizio così, ovviamente “duro come una nocciola” per le sostanze alcoliche, mi ha afferrato per i genitali mentre spingeva per arrivare in prima fila. Mezz’oretta, i Firestorm l’hanno sfruttata fino in fondo. Provocanti, non c’è che dire. Però c’è ancora da limare e “sputarsi nelle mani” per far ruggire il palco come si deve. Auguriamogli buona fortuna.
DIO:
Poi i roadie hanno avuto un bel po’ di lavoro da fare. Ovviamente temono e rispettano in pieno l’autorità di Sua Eccellenza Ronnie James Dio, che va fuori di testa se per caso uno degli altoparlanti scoreggia anche solo un po’ e senza volerlo, come non dovrebbe. Be’, attraverso una fitta nebbia e sulle note dell’intro i membri della band sono saliti arrancando sul palco. “Killing The Dragon”, subito i brividi. Uf, quel riff!!! Dio, davanti a me c’è Dio! Un tipo di 60 anni, un ometto di un metro scarso, che urla da toglierci la pelle di dosso. E anche stavolta Dio era Dio com’era trent’anni fa. Ho sentito subito la magia tra la leggenda Jimmy Bain (ex – Rainbow) e Ronnie sul palco. Due vecchi compagni tra cui non ci sono segreti.
E c’è di più. Doug Aldritch (ex-Bad Moon Rising, Burning Rain), appunto. Quando sono passati direttamente, senza pausa, a “Egypt (the chains are on)”, celebre classico dal debutto di Dio, con una Fender Stratocaster consumata in mano, un ragazzo in cui è scritta l’eternità delle creazioni di R. Blackmore, J. Page, T. Iommi e compagnia… Non riuscivo a crederci. Come ha ripreso l’assolo di Iommi in “Children Of The Sea”. Suonando dal fondo della schiena (os sacrum). Si è trasformato in un medium pazzesco. Insomma, puro “feeling” grezzo. Il massimo che un musicista sul palco possa offrirti (oltre a una buona scaletta, e la scaletta di Dio può essere brutta in un caso solo. Se la componesse con due dischi: “Strange Highways” e “Angry Machines”, ma non c’è da temere, perché i brani di quei due li ignora con ostinazione).
Era il turno di Simon Wright (ex-AC/DC) col suo assolo di batteria. Presto al suo martellare si è unito il noto accompagnamento di sottofondo dall’opera “Carmina Burana” e Simon non ha girato troppo intorno, ma ha mitragliato sulla batteria INSERT dall’opera. Eccone un’altra, qualcosa di diverso. Bravo!
Per non lasciarci sbadigliare, finito l’assolo di Simon, Dio ha infiammato il pubblico con “Ustaj i zavrišti!!!!” (“Stand Up And Shout”). La gente è impazzita. Dio con i suoi gesti inconfondibili. Unico, irripetibile. Quando sai che Ronnie è quello che è. Il vecchio era nel suo elemento e trasmetteva vibrazioni pazzesche. Stringeva di continuo la mano ai fan in prima fila, a ognuno ha dedicato uno sguardo e un sorriso. Senza un briciolo di arroganza. Non come la maggior parte dei cantanti, che in un secondo sfiorano la prima fila col trucchetto del “gimme five” senza nemmeno guardare la folla. Mi veniva la pelle d’oca, e Dio è andato avanti con “Don’t Talk To Strangers”, seguita dal classico dei Rainbow “Man On The Silver Mountain”.
Eppure, nonostante shock dopo shock che ci siamo sorbiti con una scaletta eccezionale (madonna, ci ho appena pensato e mi è già venuta la pelle d’oca)… l’assolo di Doug, appunto. La Strato turchese, sverniciata, consumata, scrostata era già con la sola presenza sul palco una creatura che offriva più di un pezzo di legno con sei corde e dei magneti montati. E quando Doug ha cominciato… Ecco. Dentro, completamente dentro. Quando uomo e strumento si fondono in uno. Un assolo così non lo ricordo. Né Steve Vai, né Victor Smolski, né Y.J. Malmsteen… altro che pippe da scuola di musica, quelle non c’entrano. Qui non c’è posto per la freddezza. Solo sensazioni semplici e primordiali. Come impastava i pull off, come bombardava di hammering dentro le quinte, come passeggiava con gli arpeggi su e giù per il manico e decorava il tutto con brevi raffiche di riff inventati sul momento, licks eccezionali e un’appendersi alla leva del tremolo. Intanto faceva smorfie catartiche, metteva il broncio, e alla fine si è steso a terra con la chitarra e ha praticamente inscenato del vero sesso con lei mentre le tirava fuori la melodia. Doug era così carico che ha scagliato la chitarra con tutta la forza contro il suo impianto, ai piedi della batteria di Simon. “Tieni, ti sei beccata il tuo, avanti la prossima!?!?” Toooo, devastazione fino in fondo!!!!
Dopo questa stregoneria, Dio e compagnia sono passati a far rivivere i Rainbow (“Long Live Rock’n Roll”). Durante l’assolo Doug si è ferito, gli usciva sangue da dietro l’orecchio sinistro, e in più si è scorticato la pelle del medio della mano sinistra. Ma non gli è fregato niente. Indomito e scatenato fino in fondo.
Va bene, va bene. Fermatevi un attimo, ragazzi, che qui salto per aria. E infatti si sono fermati. Sono seguiti due pezzi dall’album “Magica”, dove anche Doug ha potuto finalmente riprendere un po’ fiato. Poi il gran finale. La follia definitiva è partita con la corsa d’acciaio dell’eredità dei Black Sabbath “Mob Rules”. Dopo, un silenzio totale, rotto da quel celebre, splendido intro di tastiere che annunciava che il concerto si avviava piano piano verso la fine. “Holy Diver”. Evidentemente qualcosa non andava. Dio si batteva la mano sinistra sulla coscia e ha fatto qualche cenno verso Simon nel senso che accelerasse il ritmo, ma Simon non si è lasciato “disturbare”, e così sul volto di Ronnie si leggeva parecchio malumore. Simon è calato verso la fine dell’esibizione? Ne dubito fortemente. In quel caso a Simon un po’ di allenamento fisico non avrebbe fatto male, oppure semplicemente non faceva caso ai gesti di Dio che chiedevano di dare più brio alla velocità del ritmo.
Indovina cosa si è tenuto Dio per la fine? Sono arrivati il paradiso e… l’inferno. Sì!!! “Heaven And Hell”, col palco avvolto nel nero e un riflettore con un fascio di luce rossa che dal basso illuminava la faccia di Dio, facendo sembrare Ronnie un vero diavolo. Ahh, quel grandioso riff eterno e la magia dell’invenzione di Iommi, Doug di nuovo totalmente dentro il pezzo sulle orme di Tony, Dio che con tutta la forza ruggisce ancora una volta nel microfono con Jimmy alla sua destra (guardando il palco), che guida il pre-ritornello col basso. No, no… non finire! Sì, era solo un’illusione. La parte principale del concerto era finita.
I ragazzi sono tornati e hanno aperto il bis con “Last In Line”. Dio era di nuovo di cattivo umore, e lo mostrava chiaramente coi gesti. Il suono dei monitor non era quello giusto. Sono andati avanti con “Rainbow In The Dark”, dove Scott alle tastiere ha finalmente avuto un ruolo più visibile. E poi è finita. Hanno saltato il classico “We Rock”. Perché, non serviva indovinarlo due volte. Per colpa del suono. Dio era furioso. A dirla tutta, il suono non era perfetto, la voce di Dio si sentiva male per la cattiva “messa a punto” e Ronnie è stato purtroppo coperto più volte dalla chitarra di Doug durante l’esibizione.
Ma comunque la rigiri, solo le leggende riescono a creare un’atmosfera così, e perché non sono potuto andare (voluto, per la precisione) a Huhghes/Turner due giorni fa, madonna, ce l’ho con me stesso. Questa è gente come il buon vecchio vino. Esperienza, sicurezza, è semplicemente la sensazione di essere imbattibili ed eterni. Sono persone che hanno creato tutto e anche oggi sul palco letteralmente ammazzano con le loro esibizioni, sono capaci di evocare un’atmosfera così elevata. Oggi ce n’è sempre meno. Originalità, primordialità, un darsi con sentimenti crudi.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Versione inglese(intervista con Jimmy Bain inclusa – scorri in basso fino alla barra)
Questo è un report molto lungo, quindi ho deciso di dividerlo in qualche capitolo. Spero che riuscirai a trovare senza problemi i fatti che ti interessano di più.
1. PRIMA DEL CONCERTO:
Quel giorno mi sono sentito particolarmente onorato di avere accanto a me, sul sedile posteriore della nostra macchina, una vista perfetta. È davvero raro che la mia ragazza decida di andare a un concerto. E Dio era quello che proprio non poteva perdersi. Ci siamo divertiti un sacco durante il viaggio in macchina fino a Graz, parlando di tutto, ma soprattutto di donne. Così il tempo è volato e all’improvviso eravamo davanti all’Orpheum. Abbiamo avuto qualche problema a parcheggiare, abbiamo fatto qualche giro e alla fine abbiamo trovato un posto niente male. Alle 18:30 siamo entrati dai cancelli principali dell’Orpheum e siamo andati dritti a ritirare i biglietti (35 euro a testa) e poi a spendere il “resto” in magliette. Il merchandise costava una follia. La mossa logica successiva è stata aspettare davanti alla porta della sala, ancora chiusa. Alle 19:30 siamo esplosi dall’ingresso principale e abbiamo preso posto in prima fila, come al solito.
2. CONCERTO
2.1. Gruppo spalla
Il gruppo spalla, gli austriaci Firestorm, è salito sul palco alle 20:00. Con la loro immagine sadomaso e le lenti a contatto azzurro chiaro sembravano davvero cattivissimi. Mi aspettavo latrati al posto del canto, insomma un disastro totale. Ma stavolta mi sbagliavo. I Firestorm sono una buona imitazione della scena glam shock rock. Be’, a quel punto avevo in corpo due o tre birre e mi sentivo bene. Mi è piaciuta un sacco l’esibizione del gruppo. Purtroppo l’unica cosa che mi suonava familiare era una cover dei Duran Duran (“Wild Boys”). Era resa alla perfezione. I Firestorm hanno preso le cose molto sul serio. L’hanno fatto con entusiasmo e con grande precisione. Il leader della band suonava la chitarra solista (modello Gibson Explorer). I suoi assoli erano aggiunti soprattutto nelle code dei pezzi, ma due di loro hanno trovato posto anche nelle parti centrali delle canzoni. In più cantava la voce solista pulita e alta. Ma ha ancora parecchio da esercitarsi, sentivo ancora un po’ di mancanza di potenza lì. Gli assoli erano semplici nella struttura e si incastravano alla perfezione nel suono della band nel suo insieme. Il gruppo, formato da cinque membri, comprendeva due ragazze. La prima era una chitarrista ritmica con la sua Gibson SG. Era molto vivace e indomabile sul palco, e si dava un gran daffare per scaldare un pubblico molto passivo. L’altra ragazza si occupava delle tastiere. La band nel suo insieme se la cavava molto bene anche con i cori. Quella mezz’ora è stata la prova che i Firestorm non sono uno scherzo e che sono sicuro che sentiremo parlare parecchio di questa band in futuro. Gli auguro buona fortuna.
2.2. DIO
I roadie hanno occupato il palco per parecchio tempo, facendoci penare per l’attesa che Dio si facesse vedere. Capisco la loro situazione. Ronnie è un professionista. Se uno dei monitor scoreggia in un modo che non dovrebbe, Ronnie può andare fuori di testa. Quindi i tecnici del suono qui hanno sempre un sacco da fare. Dopo che ero quasi morto d’attesa, abbiamo visto delle sagome sul palco avvolto dalla nebbia. “Killing The Dragon”, sì, quel riff. È cominciata! Dio davanti a me. Dio con 60 anni in tasca. Un ometto di un metro scarso che ancora uccide con le sue urla. Le stesse urla di 30 anni fa. Ho sentito la magia tra due vecchi amici, Jimmy Bain (ex-Rainbow) e Ronnie (anche lui ex-Rainbow). Tra quei due non ci sono segreti. Che scarica di tensione, ma il meglio doveva ancora venire.
Il responsabile era Doug Aldritch (Burning Rain, ex-Bad Moon Rising). Dopo la coda di “Killing The Dragon”, la band ha continuato lo show senza pause con un classico dal debutto di Dio (“Holy Diver”), “Egypt (the chains are on)”. Doug, con la Fender Stratocaster, un ragazzo che porta addosso tutta l’eredità di maestri come R. Blackmoore, J. Page o T. Iommi. Non potevo credere alle mie orecchie quando ho sentito come ha fatto l’assolo di “Children Of The Sea”. Se avessi chiuso gli occhi per un momento, avrei pensato che sul palco ci fosse T. Iommi. Parlo di puro feeling. Lasciamo da parte le nozioni da scuola. Qui non trovi freddezza razionale, ma olocausti puramente emotivi. Doug si è trasformato in un medium e ha lasciato che i suoi sentimenti si esprimessero attraverso un’esibizione piena di anima.
Presto è arrivato il turno di Simon. Simon Wright (ex-AC/DC) ha eseguito il suo assolo di batteria sul motivo principale di Carmina Burana in sottofondo. Ha perforato quel motivo con grandi rullate durante la sua jam session. Era un approccio nuovo, diverso, che non sono abituato ad aspettarmi. Un’idea interessante. Come far suonare Carmina Burana ancora più ambientale e potente, tutte e due le cose insieme. Ora, riesci a immaginarti il motivo principale di Carmina Burana portato in un riffing heavy metal?
Finito l’assolo di batteria di Simon, la band è partita a tutta con “Stand Up And Shout”. La folla è impazzita. Dio con la sua gesticolazione unica, la sua recitazione… Lui è lui. Solo un uomo che si esprime come dovremmo fare tutti, senza paura di nessuna autorità. Vive la sua vita. Così le sue vibrazioni erano davvero qualcosa di speciale. Ho sentito pace e amore. Ringraziava la folla in prima fila stringendo le mani. Ogni volta che dava la mano a qualcuno, lo guardava negli occhi e sorrideva. Per questo gente come Dio la chiamo irripetibile. Pura magia. La band è andata avanti con “Don’t Talk To Strangers” e il classico dei Rainbow “Man On The Silver Mountain”.
Finora di shock ne avevamo presi parecchi, ma il meglio doveva ancora venire. Il successivo è stato l’assolo di chitarra di Doug. Ancora pieno di anima. Quando chitarra e uomo si scontrano. Fantastico. Era pura spinta di riff veloci creati “al volo” mescolati alla perfezione con arpeggi di prima classe che infiammavano tutto il manico. Oouuuch, che hammering veloce con dei pull-off pazzeschi. Tutto condito in modo brillante con bei licks, uso del tremolo e ponti in tapping. Il miglior puzzle possibile. Ancora una volta Doug si è trasformato in un medium, regalandoci la possibilità di goderci e vedere un fenomeno in cui i sentimenti puri sovrastano la conoscenza musicale. Non ricordo un assolo di chitarra suonato con tanti attributi. Con l’anima. Doug era così ispirato e pieno di entusiasmo che si è ferito. Sanguinava da un dito della mano sinistra e anche da sotto l’orecchio sinistro. Ma non gli è fregato niente. Alla fine del suo assolo ha posato la sua arma, si è steso accanto a lei, continuando a trarne fuori melodie. Quando ha finito il suo numero, ha lanciato la chitarra davanti alla batteria di Simon, tutto sudato. Devastazione fino in fondo!
Dopo quella magia, la band ha continuato a riportare in vita lo spirito dei Rainbow suonando “Long Live Rock’n’Roll”. Okay ragazzi, calmatevi un attimo, che sto per esplodere. E l’hanno fatto. Hanno rallentato un po’. Sono seguiti due pezzi dall’album “Magica”, così Doug ha potuto rilassarsi un attimo. Ma non per molto. È arrivato il crollo definitivo. Un pezzo di ferro, parte del Dio dei Black Sabbath: “Mob Rules”. Dopo, un grande silenzio ha inghiottito la sala per un momento. Poi l’ha rotto un suono molto familiare. L’intro di “Holy Diver”. Quando sono arrivati al riff principale, il ritmo era troppo lento. Dio l’ha sentito subito e ha fatto cenno a Simon di spingere un po’ di più. Ma Simon non si è lasciato disturbare e ha continuato a suonare il pezzo con la stessa marcia bassa. Dio era molto arrabbiato per questo. Ho visto quella faccia. Ma lasciamo stare. Siamo arrivati all’ultimo pezzo. È stato il ritorno del paradiso… e dell’inferno. La faccia di Dio, chiazzata di luce rossa, sembrava quella di Lucifero. Secondo me è stato il momento clou del concerto. Uf, quel grandioso riff eterno inventato da Iommi. Non fate finire tutto. Ah, purtroppo solo una grande illusione. Era la fine.
I ragazzi sono tornati per il bis. Hanno cominciato con “Last In Line”. Durante “Last In Line” Dio ha mostrato di nuovo un po’ di frustrazione. Il suono non era giusto. E dopo “Rainbow In The Dark” la band ha chiuso il concerto. Hanno tolto “We Rock” dalla scaletta per via dei problemi di suono. Per tutto lo show la voce di Ronnie è stata a tratti coperta dalle chitarre. Il suono, per quanto riguarda la voce, era quindi tutt’altro che perfetto.
Ma comunque, queste sono leggende che portano magia, un’esperienza d’atmosfera che oggi è molto raro trovare su un palco. Si portano dietro tutta la loro sicurezza, la loro esperienza e la sensazione di essere imbattibili. Ed è questo che li rende eterni. Sono come il buon vecchio vino. Questi tizi, ancora oggi, con tutti i loro anni, sono dei veri killer sul palco. Rivelano il potere delle idee, che deriva da sentimenti puri e primordiali.
3. DOPO IL CONCERTO:
Alla fine ci siamo divertiti ancora un po’. Volevamo gli autografi. Sia i roadie che le guardie di sicurezza ci hanno mentito. Hanno cercato di convincerci che la band non si sarebbe fatta vedere e che era meglio per noi tornare a casa. Se avessimo creduto anche solo a uno di loro, sarebbe stato un vero disastro. Il primo della band a raggiungerci davanti al backstage è stato Doug. Era felicissimo di ricevere dei bei complimenti per la sua prestazione. “Dio può portarti in paradiso o schiacciarti dritto all’inferno! Dipende da come collabori con lui. Sono molto onorato di lavorare con lui e mi sto divertendo da matti!” Doug non si è scomposto per il commento davvero di cattivo gusto di qualcuno: “Ma i Rainbow e Ritchie Blackmore sono ancora i migliori!” Poi dal backstage è uscito Jimmy. Un tipo totalmente alla mano, sempre pronto a chiacchierare. Quando gli hanno chiesto di portare dei plettri, ha risposto: “Certo amico, torno tra un minuto!” A Jimmy ci è voluto più di un minuto per tornare, ma quando l’ha fatto ha portato con sé una dozzina di plettri.
Poi è arrivato il momento più grande. Ronnie in persona è uscito dal backstage. Con la sua giacca di pelle marrone scuro. Come nelle sue foto dei primi anni Ottanta della collaborazione coi Black Sabbath. Il mio amico si era giurato prima del concerto che si sarebbe messo in ginocchio se fossimo riusciti ad avere l’autografo di Dio. E l’ha fatto davvero. Si è buttato in ginocchio davanti a Dio dicendo: “Dio, per me sei un Dio!” Dio era un po’ imbarazzato mentre ringraziava il mio amico. Il roadie che si occupava della sicurezza personale di Dio, lo stesso bugiardo che aveva cercato di convincerci ad andarcene perché la band non era in vena, ha detto al mio amico: “Calmati, per favore!” Magari pensava che avremmo mangiato Dio vivo? Stupido. Dio ringraziava ognuno di noi. Parlava con tutti, chiedeva i nomi, da dove venivamo e cose simili. Come un buon vecchio amico. Non sentivo nessuna distanza tra lui e noi. Ancora adesso tremo a ripensarci.
Ma che diavolo? Lo stesso tizio, l’ammiratore di Blackmore, ha pure fatto a Ronnie la solita vecchia domanda stupida: “C’è la possibilità di una reunion dei Rainbow?” Dio ha risposto semplicemente: “Sì, c’è sempre una possibilità!” Quindi gli ha risposto qualcosa o niente, da buon politico di grande esperienza. Risposta stupida a una domanda stupida. Se vuoi il mio parere, sarebbe un vero peccato se una cosa del genere succedesse. L’ego ristretto di Ritchie non vale tutto il talento di Ronnie. Basta confrontare i testi che scrive Dio. Per non parlare di come la testa di Ritchie sia peggiorata con le sue strane avventure musicali con la sua Candice. Dio comanda e basta! Reunion dei Rainbow, che idea folle anche solo pensarci. Fanno parte della storia della musica. Solo Dio merita di tenere vivo lo spirito di band come Elf, Rainbow o Black Sabbath (nei primi anni Ottanta). He, he, he. Abbiamo ottenuto gli autografi di tutti i membri della band. Abbiamo riso in faccia alle guardie di sicurezza, che cercavano di toglierci di torno il prima possibile per andarsene a casa a letto.
4. DUE CHIACCHIERE CON JIMMY BAIN:
Questo non è ancora la fine del report. Nel frattempo, mentre aspettavamo che Ronnie uscisse dal backstage, Anja ha fatto due chiacchiere con Jimmy Bain. Era buffo perché lei non l’aveva riconosciuto, e quando ci ha raggiunti ha semplicemente spiegato di aver parlato con “un tizio là”. Dopo il concerto Jimmy indossava un k-way e dei vecchi jeans. Un’immagine completamente diversa da quella vista un’ora prima sul palco.
Jimmy: “Di dove siete?”
Anja: “Dalla Slovenia, ex Jugoslavia.” Jimmy: “Al confine con l’Ungheria?”
Anja: “Sì, e anche con Austria, Italia e Croazia.”
Jimmy: “Girava voce che avremmo suonato in Croazia, ma poi qualcosa è andato storto e quella data del tour è stata cancellata.”
Anja: “Che peccato. I croati sono molto più calorosi di questi austriaci.”
Jimmy: “Sì. Oggi, mentre giravo per Graz, la gente mi fissava come se fossi atterrato da Marte! Uf, sguardi molto sgradevoli, ne ho avuto una pessima impressione.” (Jimmy mostrava un po’ di frustrazione.)
Anja: “Sì, mi suona familiare.”
Jimmy: “Quindi adesso tornate in Slovenia?”
Anja: “Sì, sono solo due ore da qui in macchina. Sono venuta con quelli là.” (indica noi col dito)
Jimmy: “Capisco, sono una famiglia?”
Anja: “Eh già!”
Jimmy: “Sono ancora affascinato. Quel ragazzino (indica il figlio del mio amico) ha cantato tutte le canzoni che abbiamo suonato oggi. Incredibile. E anche la mamma!”
Jimmy: “In Slovenia sono tutte belle come te?”
Anja (campionessa mondiale di senso dell’ironia): “Non ne conosco nessuna.”
Jimmy: “Non ti credo… scommetto di sì!” (Jimmy le mostra un braccialetto fatto di cordicelle e le chiede di legarglielo al polso)
Anja: “Dove l’hai preso?”
Jimmy: “Oggi qui a Graz, un tizio indiano mi ha venduto questa roba. Ma non stringerlo troppo, per favore.”
Jimmy: “Oggi la sensazione non era buona come al solito. Il palco era troppo alto, non riuscivamo a comunicare col pubblico come siamo abituati. Ieri a Vienna abbiamo suonato davanti a 2000 persone.” (nel frattempo un tizio si era avvicinato e li osservava entrambi)
Jimmy: “È il tuo ragazzo?”
Anja: “Oh, no. Lui è là. Lo vedi, che salta pieno di entusiasmo intorno a Ronnie con quella cartellina verde, in attesa degli autografi?”
Poi si è avvicinato a Jimmy un tipo evidentemente disabile. Era cieco e aveva anche problemi psicomotori. Era anche chiaro che aveva bevuto troppo. Quindi era una vera rottura per tutti noi. Troppo aggressivo. Jimmy ha avuto un bel problema a levarselo di torno dopo avergli fatto l’autografo.
Jimmy: “Ho fatto una cosa davvero stupida. Ho fatto un autografo a un cieco!”
Anja: “Che importa. Per lui significa molto. Ti sente, sente le vibrazioni, sa che non stai bluffando e che sei sincero. E che suoni con l’ombelico.
Jimmy: “Sì, suoniamo con il cuore, con quel… qualunque cosa tu abbia detto. È tutto quello che so. Suonare bene.”
Jimmy (cercando un argomento più rilassato): “Da quanto stai con lui?” (pensava a me, che per caso fossi io la rottura di Jimmy?)
Anja: “Da tanto tempo.”
Jimmy: “Ah, capisco. Io sono sposato per la seconda volta. Ho alle spalle sei anni di matrimonio, ma sono di fronte a un nuovo divorzio.”
Jimmy ha dato ad Anja due pass permanenti “Aftershow Party – Dio Tour 2002” e le ha chiesto di unirsi alla band quella sera. Be’, alla fine Jimmy non è riuscito a convincere la mia ragazza e per fortuna è ancora qui in Slovenia con me..
Insomma, non ricordo che durante un concerto succedessero cose così varie. Un’altra esperienza fantastica. Puro divertimento. Dio evidentemente non molla. Ha in programma di registrare un nuovo album intitolato “Magica II”, seguito da un altro tour. Vedremo cosa porterà il futuro. La vita è così bella.
foto di: Aleš Podbrežnik
Setlist:
DIO:
01. Killing The Dragon
02. Egypt
03. Children Of The Sea
04. Push
05. Drum Solo (S. Wright)
06. Stand Up And Shout
07. Rock’n’Roll
08. Don’t Talk To Strangers
09. Man On The Silver Mountain
10. Guitar Solo (D. Aldritch)
11. Long Live Rock’n’Roll
12. Lord Of The Last Day
13. Fever Dreams
14. Mob Rules
15. Holy Diver
16. Heaven And Hell
—bis—
17. Last In Line
18. Rainbow In The Dark
19. We Rock (non suonata)















