Marilyn Manson a Zagabria: tra preghiere, polemiche e – ironia della sorte – sempre meno media (2026)

foto: Dora Šarić 2026
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Marilyn Manson
giovedì, 16. 7. 2026
Zagabria / Arena Zagreb / Croazia


Se c’è un artista capace di finire in prima pagina prima ancora di suonare una nota, è senza dubbio Marilyn Manson. Il suo ritorno in Croazia dopo oltre vent’anni non è stato solo un concerto, ma un evento che già da settimane aveva spaccato l’opinione pubblica. Alcuni lo aspettavano con ansia come il ritorno di una delle più grandi icone dell’industrial rock, altri vedevano nella sua esibizione quasi un evento apocalittico.

Davanti all’Arena di Zagabria ad accogliere il pubblico c’erano oranti e singoli individui che distribuivano volantini con l’invito a rivolgersi “a Dio” piuttosto che andare a un “concerto satanista”. Sui volantini c’era scritto “Molitvom i postom za duhovni preporod hrvatskog naroda”, mentre all’ingresso risuonavano preghiere per le “anime perdute”. La polizia ha dovuto addirittura intervenire a causa di un predicatore particolarmente rumoroso.

Insomma, un normalissimo giovedì sera prima di un concerto rock.

A giudicare solo da quello che succedeva fuori dall’Arena, ti saresti aspettato come minimo un sacrificio rituale, portali aperti verso gli inferi e qualche decina di Bibbie in fiamme. Invece ad accogliere il pubblico c’era una folla di buon umore, di tutte le generazioni: da quelli che seguono Manson fin dagli anni Novanta ai fan più giovani che lo vedevano dal vivo per la prima volta.

Quando dalle casse è partita la cult “Bela Lugosi’s Dead” dei Bauhaus e il sipario ha iniziato a calare, è stato chiaro che tutte le polemiche, per un po’, restavano fuori dall’Arena. Dentro è rimasta solo la musica.

Manson resta Manson

La serata è stata aperta dagli australo-americani VOWWS, che con il loro mix cupo e minimalista di gothic, industrial e synth rock hanno creato l’atmosfera giusta, anche se l’Arena era ancora piuttosto vuota. Purtroppo è una costante dei concerti da noi: le band di spalla spesso suonano praticamente per se stesse, mentre il pubblico è ancora in fila per la birra o cerca il proprio posto.

Alle 21 in punto Marilyn Manson è salito sul palco e ha aperto il concerto con “Nod If You Understand”. Già i primi pezzi hanno mostrato che è tornato in una forma molto migliore di quanto molti si aspettassero.

La produzione è stata sorprendentemente minimalista. Niente maxischermi LED giganti, niente pirotecnica a mettere in ombra la musica, niente trucchi visivi superflui. In primo piano c’erano potenti giochi di luce, fumo, le silhouette dei membri della band e soprattutto la presenza scenica di Manson. Anche se visivamente è molto più sobrio rispetto al periodo di massima gloria, il carisma, evidentemente, non gli manca ancora.

Anche vocalmente ha sorpreso. Tra le parti profonde, quasi sussurrate, e i tipici urli acuti ha suonato decisamente meglio che in molte esibizioni di dieci o quindici anni fa. La band è sembrata straordinariamente affiatata e il suono è stato potente, pulito ed equilibrato per tutto il concerto.

La scaletta ha offerto un bell’equilibrio tra materiale nuovo e classici. Sono arrivate “Disposable Teens”, “This Is the New Shit”, “Dried Up, Tied and Dead to the World”, “The Nobodies”, “mOBSCENE”, “The Dope Show”, “Sweet Dreams (Are Made of This)”, “Tourniquet”, con il culmine della serata affidato, come da copione, a “The Beautiful People” e alla cover finale di “Personal Jesus” dei Depeche Mode.

Il pubblico ha cantato praticamente tutti i ritornelli, e Manson ha urlato più volte il suo ormai quasi tradizionale “Zagreb!” aggiungendo qualche sincero “I fucking love you Zagreb!”, premiato ogni volta dall’Arena con un boato.

Uno dei momenti più inattesi della serata è arrivato durante “Great Big White World”, quando Manson ha invitato il pubblico ad accendere le torce dei cellulari e a trasformare l’Arena in un cielo stellato.

Ammettiamolo: se vent’anni fa qualcuno ci avesse detto che al concerto dell’uomo che ancora oggi alcuni dipingono come l’incarnazione dell’Anticristo avremmo creato un’atmosfera romantica con i telefoni in alto, probabilmente gli avremmo chiesto che marca di funghi usasse.

Il concerto è durato circa ottanta minuti. Poteva essere un po’ più lungo, ma il pubblico ha lasciato l’Arena soddisfatto. Musicalmente Manson ha dimostrato di essere ancora tra quegli artisti i cui più grandi successi, anche dopo tre decenni, fanno saltare senza problemi una folla di migliaia di persone.

Autore: Denis Paradiž
Foto: Dora Šarić

Scaletta:

1. Nod If You Understand
2. Disposable Teens
3. Angel With the Scabbed Wings
4. Great Big White World
5. This Is the New Shit
6. Dried Up, Tied and Dead to the World
7. Exit Wound
8. The Nobodies
9. Diary of a Dope Fiend
10. The Dope Show (con intro “I don’t like the drugs (but the drugs like me)”)
11. Sweet Dreams (Are Made of This) (cover degli Eurythmics)
12. mOBSCENE
13. (s)AINT
14. The Beautiful People

Encore:
15. Tourniquet

Encore 2:
16. Personal Jesus (cover dei Depeche Mode)

Ma c’è anche un’altra storia…

Purtroppo il tour One Assassination Under God ha lasciato un retrogusto amaro anche su un altro fronte. Marilyn Manson si è infatti aggiunto alla lista sempre più lunga di artisti che aboliscono quasi del tutto gli accrediti fotografici e media. Anche a Zagabria la maggior parte dei fotografi non ha avuto accesso al photo pit, e una pratica simile si era già vista in precedenza in Italia e in altre date europee del tour.

Ed eccoci a un paradosso piuttosto bizzarro. Proprio gli artisti della vecchia guardia oggi chiudono la porta ai media che decenni fa li hanno aiutati a costruirsi una carriera. L’immagine di Manson è sempre stata parte della sua arte. I suoi concerti non vivevano solo sul palco, ma anche sulle copertine delle riviste musicali, nei resoconti dal vivo e nelle fotografie che giravano per il mondo costruendo il mito attorno al suo nome.

Oggi, però, sembra che il controllo totale sull’immagine conti più delle persone che quell’immagine la documentano. I giornalisti scrivono sempre più spesso i resoconti partendo da foto ufficiali, i fotografi restano fuori dalle sale e i management, intanto, si chiedono perché i media dedichino sempre meno spazio ai concerti.

Viene difficile non chiedersi come sarebbe stata la storia di Marilyn Manson negli anni Novanta senza Kerrang, Metal Hammer, MTV e centinaia di fotografi di concerti che portavano le sue esibizioni in giro per il mondo. L’era di Antichrist Superstar sarebbe mai diventata un fenomeno culturale senza il sostegno dei media, o sarebbe rimasta una curiosità per una cerchia ristretta di seguaci? Ironia della sorte, oggi proprio quella parte dell’industria che una volta ha contribuito a creare le star è sempre meno gradita.

Negli ultimi anni sono state scritte diverse analisi d’allarme sulla lenta scomparsa della fotografia dal vivo. La tendenza è partita dagli USA, ma ora la sentiamo sempre più anche in Europa. I fotografi diventano un costo inutile, mentre ai media spesso arriva un pacchetto di foto promozionali ufficiali con la aspettativa che basti per raccontare l’evento.

Detto con sarcasmo, la soluzione è in fondo perfetta: tutti i media pubblichiamo le stesse tre foto, tutti scriviamo riassunti simili e nessuno rischia più che venga fuori un’immagine live imperfetta ma autentica. L’originalità, a quanto pare, è diventata un valore un po’ démodé.

Il dispiacere è soprattutto perché la fotografia dal vivo non è solo premere il pulsante di scatto. È documentare la storia della musica. Il concerto finisce, le sensazioni col tempo sfumano, ma le foto restano. È grazie a loro che oggi ricordiamo tour leggendari, palchi e momenti che hanno segnato la cultura rock.

Detto questo, resta il fatto che il concerto di Zagabria è stato ottimo. Le polemiche sono rimaste fuori dall’Arena, mentre dentro Marilyn Manson ha dimostrato di essere ancora un performer live estremamente convincente. Forse il più grande paradosso della serata è proprio questo: un uomo che da trent’anni costruisce la propria carriera sulla provocazione e su immagini indimenticabili, oggi impedisce sempre più che quelle immagini nascano.

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