Caligula’s Horse danno una lezione di progressive australiano al KSET di Zagabria

Caligula's Horse, Circles in I Built The Sky predstavili progresivo po avstralsko

ALEŠ PODBREŽNIK
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data: 22.10.2018
luogo: Zagabria, KSET, Croazia

Ogni paese può vantarsi di qualche particolarità sulla scena musicale. Con gli australiani non serve nemmeno insistere troppo: in passato ci hanno regalato parecchi nomi importanti. Può trattarsi di un nome noto del rock, ma anche di metallari estremi. E anche oggi, in un progressive metal dove ormai c’è ogni combinazione possibile, le band australiane si sono ritagliate il loro spazio. Uno dei nomi più apprezzati della scena progressive metal australiana è Caligula’s Horse, che si è fatta notare con l’album ben accolto In Contact (2017), quello che ha portato in giro anche in questo tour.

Caligula’s Horse si sono portati dietro in tour Circles e I Built The Sky, anche loro australiani. Al concerto era quindi possibile farsi conquistare dalle innovazioni musicali australiane e, già che c’eri, capire in cosa si distinguono dagli altri. Il tour ha fatto tappa nel piccolo club zagabrese KSET, che si è rivelato una sala più che adatta per band che si stanno costruendo una carriera.

Per primi si sono presentati gli I Built The Sky, un trio strumentale che ha dato soprattutto una bella lezione concreta di assoli virtuosi. La band, guidata dal chitarrista e produttore Rohan Stevenson, ha proposto brani di entrambi i dischi, ma soprattutto ha puntato per tutto il tempo su un’esibizione energica. Il bassista era sempre in movimento sul palco, il batterista non si è certo risparmiato, e Stevenson è sceso più di una volta tra il pubblico, sotto il palco, a sfoggiare le sue doti. Durante un pezzo si è addirittura infilato sul balcone della sala. Gli I Built The Sky possono vantare un grande affiatamento e, con un po’ di olio di gomito, potrebbero presto giocarsela alla pari con Scale The Summit, Intervals, Polyphia e, naturalmente, con gli australiani Plini.

Con i Circles le cose sono girate un po’ diversamente. La band non punta sugli assoli virtuosi, ma piuttosto su groove e ritmica. A spiccare, soprattutto, è la voce potente, piuttosto alta, a cui serve un bel po’ di tempo per abituarsi. Allo stesso tempo, il cantante principale riceve un ulteriore sostegno dal secondo chitarrista, che porta le voci ancora più in primo piano. La band ha presentato l’album attuale »The Last One«, uscito quest’anno. Con la loro esibizione i Circles hanno mostrato di non voler essere l’ennesima band nel diluvio del genere djent. Usano chitarre accordate molto basse, ma senza esagerare come le formazioni americane e inglesi. Senza dubbio è una band che lavora a qualcosa di suo, ma per fare un salto di qualità serviranno ancora un paio di dischi.

I Caligula’s Horse hanno al momento quattro album alle spalle. Hanno fatto notare il loro potenziale qualche anno fa, quando promuovevano il terzo disco Bloom. Con il successore In Contact la band ha alzato il livello della sua musica ed è diventata ancora più riconoscibile. Nell’ambito di quell’album ha fatto parecchi tour, e il ciclo si è prolungato anche all’anno successivo. Quest’autunno, per chiudere il ciclo, è partita per un tour nei club europei e, più vicino alla Slovenia, si è fermata a Zagabria.

Logicamente, dopo le tante recensioni positive, i Caligula’s Horse hanno messo in vetrina soprattutto l’album In Contact. Con due pezzi hanno toccato il predecessore Bloom, mentre dal secondo album è stata suonata solo Dark Hair Down. Una delle sorprese principali è stata Graves, dall’album attuale. Si tratta infatti di un tentativo piuttosto audace: il pezzo dura quindici minuti e chiede molto all’ascoltatore. È però senza dubbio abbastanza vario e strutturato con fantasia da poter essere considerato il brano più progressive della band.

Per quanto riguarda l’affiatamento in sé, non c’è niente da ridire. A livello ritmico i Caligula’s Horse non calano mai. Non manca la virtuosità chitarristica, e lo stesso vale per la botta. La band offre dolcezza, ma anche aggressività con parti fortemente distorte. Il membro che spicca di più è però Jim Grey, che di professione è insegnante di canto. Grey ha incantato per tutto il concerto con un canto eccezionale e linee estremamente curate. Ti puoi aspettare qualche acuto, ma Grey preferisce linee fluide e precise, senza esagerare. Nei passaggi più tranquilli sembrava ispirarsi a Enya. Insomma, un cantante che nel diluvio di band medie di oggi viene semplicemente ignorato e sottovalutato. Grey è la peculiarità della band, ma anche gli altri membri non vanno trascurati. Con quanto suonato i Caligula’s Horse hanno dimostrato di funzionare alla grande come un tutt’uno, il che promette bene anche per il futuro.

Il club KSET di Zagabria, grazie al concerto di Caligula’s Horse, Circles e I Built The Sky, ha potuto assaggiare la promettente scena progressive australiana. Per tutte le band c’è ancora molto da fare per farsi conoscere di più, ma il potenziale c’è: bisogna solo sfruttarlo.


 

autore: Primož Novak
foto: Aleš Podbrežnik

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