I Machine Head festeggiano i 25 anni di Burn My Eyes al Gasometer di Vienna

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Location: Gasometer, Vienna, Austria
Quando: mercoledì, 16/10/2019

Per i Machine Head, band metal di grande nome, il 2018 è stato un anno decisamente storto. Robb Flynn è infatti rimasto praticamente da solo dopo l’addio dei membri storici Phil Demmel e Dave McClain. Anche se non erano membri originali, era difficile immaginare i Machine Head senza di loro, visto quanto avevano contribuito al volto stesso del gruppo. Il motivo della loro uscita è stata anche la reazione all’ultimo album Catharsis (2018), che aveva preso critiche pessime. Ma Flynn si è comunque rimesso in piedi. Ha contattato i membri originali Logan Mader e Chris Kontos, che hanno accettato di tornare a lavorare insieme.

Per i concerti Flynn ha tenuto il concept «An Evening With …», in cui suonano solo i Machine Head con una scaletta chilometrica. Stavolta c’è però una novità: per il primo set ha ingaggiato un nuovo chitarrista e un nuovo batterista, mentre il secondo set è riservato all’intero album Burn My Eyes, con Mader alla chitarra e Kontos alla batteria. Insomma, un sogno bagnato per i fan del primo album della band. I Machine Head hanno annunciato un tour in grande stile che, come sempre, fa tappa anche nella capitale austriaca, dove la risposta al gruppo è sempre stata ottima.

Per la parte “regolare” a Flynn e Jared MacEachern si sono affiancati Matt Alston e il chitarrista Vogg dei death metaller polacchi Decapitated. Quest’ultimo è senza dubbio una sorpresa. Entrambi hanno dovuto infilarsi scarpe belle grosse, quindi le polemiche erano più che giustificate.

Il concerto si è tenuto di nuovo nella sala del Gasometer. I Machine Head sono saliti sul palco verso le otto e mezza. Come pezzo d’apertura hanno scelto Imperium da Through the Ashes of Empires. Probabilmente la migliore opener possibile, quella in cui il pubblico può scaldare per bene i muscoli del collo e partire subito col moshpit. Il proseguimento è stato decisamente vario, con il ritorno in scaletta di Take My Scars dal secondo album. Con la scaletta della prima parte, Flynn e soci hanno cercato in qualche modo di riassumere i pezzi più noti della band. Per lo più ci sono riusciti, ma qualche cambio non avrebbe guastato.

Ovviamente sono arrivate Now We Die, Aesthetics of Hate, Locust, Beautiful Morning, Bulldozer, The Blood, The Sweat The Tears ecc. Flynn non ha parlato troppo, cosa piuttosto tipica per lui. Ha dato la precedenza alla musica, ma ha comunque spronato di continuo il pubblico a scatenarsi, a suon di parolacce a raffica. E visto che si parla di parolacce, si è toccato il top addirittura con il nuovo brano Do Or Die. Il pezzo ha sì un impianto thrash metal strumentalmente aggressivo, ma con quel testo sembra che il pubblico stia ascoltando un adolescente incazzato che ha appena scoperto i Limp Bizkit.

Sull’affiatamento dei Machine Head, in realtà, c’è poco da dire. Robb Flynn, che ha già superato i 50, è in ottima forma. In fondo è rimasto sul palco insieme al bassista per circa tre ore e mezza, e per farlo servono un sacco di allenamento e resistenza. Che la sua voce abbia retto così a lungo è altrettanto ammirevole. Il batterista Matt Alston ha svolto il suo compito alla grande. Il suo drumming è preciso, l’assenza di Dave McClain non si è sentita. Sorprendentemente bene se l’è cavata anche Vogg, che si è dimostrato anche un ottimo solista. È vero che qualche assolo suonava un po’ diverso nei dettagli, ma la sostanza c’era. Sul lato ritmico, poi, ovviamente non si può rimproverargli di non saperci fare: già nella sua band madre Vogg dimostra di avere un dottorato in mano destra.

La prima parte della scaletta conteneva tanti pezzi che rendono riconoscibili i Machine Head. Ma si potevano tranquillamente saltare «Is There Anybody Out There?» e Catharsis. In compenso hanno spaccato ancora di più Darkness Within, Ten Ton Hammer e la conclusiva Halo, con cui la band si è congedata per il momento. I Machine Head hanno suonato un set di due ore, ma il meglio era stato tenuto per la seconda parte del concerto.

Dopo una pausa di 15 minuti sullo sfondo è comparsa la copertina di Burn My Eyes, e come intro dagli altoparlanti è partita «Real Eyes Realize Real Lies», che nell’album fa da intermezzo. Poi la band è tornata sul palco. Alla chitarra c’era Logan Mader, dietro la batteria è salito Chris Kontos, che a quanto pare sta vivendo il culmine della sua carriera in questo tour. Logico: Kontos prima non era mai stato la star, figurarsi se aveva mai visto una folla di migliaia di persone venuta a sostenere la band in cui suona. Si vedeva che si stava divertendo un mondo. E nonostante la fatica era di ottimo umore.

L’apertura con la leggendaria Davidian e il proseguimento con Old sono qualcosa per cui il pubblico è già impazzito mille volte, e anche stavolta non è stato diverso. Ma quello che si aspettava davvero è arrivato con i pezzi successivi: A Thousands Lies, None But My Owen e Rage To Overcome. Sono brani che dal vivo mancavano da un sacco di tempo. E qui i vecchi fan hanno avuto pane per i loro denti, e con la scaletta di Burn My Eyes si sono leccati le dita.

Ovviamente è sorta la domanda sull’affiatamento tra Kontos e Logan. Qui non c’è nulla da eccepire. Sono passati 25 anni e Logan è ancora sovrano sul ritmo. Per di più non è affatto statico, salta ancora mentre suona, quindi non ha dato l’impressione di essere lì solo per i soldi. Ma soprattutto Kontos, che per la sua età ha una potenza incredibile. Dopo Rage to Overcome ha fatto un breve assolo di batteria. Con quello che ha suonato ha mostrato tutto il suo carisma, che ha dato al concerto qualcosa di estremamente positivo.

Dopo l’assolo di batteria è arrivata la più lenta Death Church, poi la A Nation On Fire, all’inizio calma, che nella seconda parte è esplosa in una sfuriata thrash/hardcore. Il pubblico stanco è impazzito di nuovo, e con il pezzo successivo i Machine Head gli hanno dato un altro motivo per farlo: Blood for Blood. Un brano breve e veloce, ideale per caos e moshpit. Ci si è calmati un po’ con I’m Your God; a giudicare dall’album restava ormai un solo pezzo. Ma i Machine Head hanno deciso di suonare un medley di cover con cui hanno reso omaggio ad Alice in Chains, Metallica, Slayer, Iron Maiden e Megadeth.

Dopo più di tre ore di musica i Machine Head hanno salutato con Block, il cui ritornello «Fuck it all!» ha rimbombato in tutto il Gasometer. Il cerchio era chiuso, i Machine Head hanno continuato a salutare a lungo, lanciando tra il pubblico una montagna di bacchette e plettri. Sul palco sono tornati anche Matt Alston e Vogg, per l’inchino finale tutti insieme davanti al pubblico.

Con l’attuale tour, in cui festeggiano i 25 anni del leggendario album Burn My Eyes, i Machine Head realizzano un sogno per tutti i fan di lunga data. A giudicare dall’energia, si spera che Robb Flynn riesca a trovare l’intesa con la formazione attuale e a registrare un altro album decente.

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