I Deep Purple infiammano Majano a suon di grandi classici (2013)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2013
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Location: Majano / Festival Concert Area / Italia
Data: mercoledì, 24.07.2013


Oggi i Deep Purple sono, insieme ai Black Sabbath, l’unica band hard rock ‘old school’ con radici negli anni Sessanta che riesce a riempire senza fatica locali belli grossi. Lo si è visto ancora una volta durante il loro recente show nella pittoresca cittadina italiana di Majano, dove hanno richiamato grappoli di fan perlopiù attempati, ma anche più giovani, da ogni angolo d’Europa, tanto che non è mancata nemmeno la ‘delegazione’ slovena. La allegra compagnia, che da dieci anni gira con la stessa formazione, in questo tour non voleva solo far impazzire tutti con i cavalli di battaglia di sempre, ma anche presentare i pezzi del suo ultimo lavoro in studio, «Now What?!», che è addirittura uno dei loro dischi migliori dopo la fine dei ‘mitici’ anni Settanta. La scaletta di quella sera è stata di sicuro qualcosa di speciale, perché ci sono finiti dentro anche un paio di evergreen amatissimi che non suonano proprio tutte le sere. Ormai non è un mistero per nessuno che «Fireball» (1971), da sempre un po’ snobbato dalla critica, sia il disco preferito del vecchio gattone Ian Gillan, quindi l’apertura bombastica del concerto con la title track di quel classico non è stata poi chissà quale sorpresa.

Quella sera Gillan era un po’ raffreddato, tanto che ogni tanto si schiariva la gola, ma ha tenuto botta per tutto il tempo e ha cantato con dignità anche i pezzi più impegnativi, come abbiamo potuto constatare con i due mazzate di «Deep Purple In Rock» (1970), «Into the Fire» e «Hard Lovin’ Man», tra le sorprese più belle del nostro incontro con i patriarchi dell’hard rock. Il pubblico è stato rinfrescato sull’ultimo album con un’ottima versione di «Vicent Price», cupo omaggio al leggendario attore dei film horror, uscita da poco come terzo singolo di «Now What?!». Ma il pubblico è davvero ‘impazzito’ per la prima volta con l’esecuzione, inaspettatamente precoce, del leggendario singolo «Strange Kind of Women», dove Gillan garantisce sempre un sacco di divertimento e anche di risate.

Steve Morse era di ottimo umore per tutta la serata e, a quanto pare, si è ripreso del tutto dalla grave malattia: oltre agli attesi assoli durante «Contact« Lost«» e a un momento solista più lungo in «The Well-Dressed Guitar», tra un pezzo e l’altro ha infilato anche vari assoli più brevi con improvvisazioni chitarristiche dilatate. Con le esecuzioni energiche di «All The Time in the World» e «Hell To Pay», entrambi singoli di punta dell’ultimo lavoro in studio, la fedele combriccola Purple ci ha ricordato che anche le loro creazioni più recenti possono giocarsela con i classici più amati. Il vecchio lupo del basso Roger Glover si divertiva visibilmente anche lui e, come al solito, tra tutti i membri della band è stato quello che più si è dato da fare, incitando la folla, per far stare bene il pubblico. Quella sera i vecchi marpioni dell’hard rock si sono ‘dimenticati’ (probabilmente per via della tosse di Gillan) di «Highway Star», ma la sua assenza è stata scusata alla grande con una versione magnifica di «Lazy», un altro indimenticabile classico di «Machine Head» (1972).

La cosa più affascinante di Ian Paice, l’unico membro originale, è che dopo tutti questi anni è ancora una vera ‘belva della batteria’, anche se pure lui, nonostante l’acconciatura che scatena un sacco di discussioni spassose, non nasconde la sua vera età. Il suo assolo, immagine perfetta della potenza e della perfezione alla batteria, è nato direttamente da «The Mule», classico di «Fireball» da sempre divertentissimo. Il mago delle tastiere Don Airey è sempre una storia a parte e, come l’uomo che ha dovuto accollarsi il compito più ingrato possibile, cioè sostituire l’insostituibile, leggendario tastierista Jon Lord, si merita un plauso tutto speciale. Al compianto tastierista leggendario è stato dedicato il pezzo «Above in the Beyond», con cui hanno chiuso il blocco di brani da «Now What?!».

 Con «No One Came», classico di «Fireball» che rientra tra quei capolavori dei Purple che l’ex chitarrista Ritchie Blackmore ha sempre odiato dal profondo del cuore, hanno regalato un’altra grande sorpresa positiva della serata. Durante l’assolo di Airey la maggior parte dei presenti è rimasta di nuovo senza fiato, mentre il navigato mago delle tastiere, in mezzo alle sue orge di tasti, sogghignava furbescamente per tutto il tempo. «Perfect Strangers», a quasi trent’anni dall’uscita di quel classico, fa sempre un figurone.

L’incarnazione moderna dei Purple non si fa minimamente pregare per suonarla, anche se lo spirito di Blackmore e l’influenza della sua ex band Rainbow aleggiano sempre su di lei. «Space Truckin’», che immancabilmente allungano con una jam lunga quanto serve, è un altro dei cavalli di battaglia più attesi dal vivo, quando il pubblico ‘mangia dalla mano’ alla leggendaria band. La chiusura della parte regolare dello show è stata, come da copione, del tutto prevedibile, visto che hanno suonato il loro più grande successo, «Smoke On The Water», dove il pubblico ha ovviamente cantato con molta più foga rispetto agli altri pezzi.

Il bis ha portato una sorpresa con «Green Onions», cover di Booker T. e dei MG, da cui sono passati rapidamente all’indimenticabile «Hush», l’unico classico dei Deep Purple, peraltro una cover di Billy Joe Royal, che non è stato registrato con Gillan in formazione (c’era ancora il cantante originale Rod Evans), ma che nell’attuale incarnazione suonano comunque sempre con una grinta particolare. Dopo l’assolo di Glover, che ha chiuso il giro di esibizioni individuali di tutti e quattro gli strumentisti dei Purple, è arrivato il finale allegro del concerto con «Black Night», un altro classico imbattibile che fa letteralmente impazzire i fan, anche se l’hanno sentito in versioni diverse ‘mille volte’.

I Deep Purple, in ottima forma, con un impianto audio eccellente in mezzo a Majano hanno dimostrato ancora una volta che tra gli amanti della buona musica si meritano per sempre rispetto e ammirazione universali, perché anche dopo 45 anni di carriera restano una delle più grandi attrazioni dal vivo. Proprio per questo andare a vedere un loro concerto, almeno una volta nella vita, dovrebbe essere scritto nelle linee guida centrali dell’educazione delle scuole superiori e della formazione culturale dei giovani della repubblica di Slovenia.

autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


Setlist:
1. Fireball
2. Into the Fire
3. Hard Lovin’ Man
4. Vincent Price
5. Strange Kind of Woman
6. Contact Lost
7. Solo (chitarra)
8. All the Time in the World
9. The Well-Dressed Guitar
10. The Mule (con assolo di batteria)
11. Hell to Pay
12. Lazy
13. Above and Beyond
14. No One Came
15. Solo (tastiere)
16. Perfect Strangers
17. Space Truckin’
18. Smoke on the Water
—bis—
19. Green Onions (Booker T. & The MG’s cover)
20. Hush (Billy Joe Royal cover)
21. Solo (basso)
22. Black Night

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