Rush: Hold Your Fire

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Etichetta: PoliGram / Mercury Records
Data di uscita: 08.09.1987
Produzione: Peter Collins & Rush
Durata dell’album: 50.21 min
Genere: Art Rock
Voto: 10 / 10


“Hold Your Fire” è il disco in cui i Rush toccano lo zenit del loro sound e del loro modo di scrivere musica nell’era “synth”. Dietro la console i ragazzi hanno tenuto Peter Collins, mantenendo così sul nuovo album il suono del predecessore “Power Windows”. “Hold Your Fire” è il momento della carriera dei Rush in cui si sono avvicinati di più al pop nel loro linguaggio musicale, un linguaggio in cui per tutti gli anni Ottanta, con più o meno fortuna, hanno infilato le mode del momento. “Hold Your Fire” è quindi il disco in cui ai Rush è riuscita meglio, su tutta la linea, l’integrazione degli elementi pop dell’epoca nel cuore del loro modo di intendere la musica. Per questo non è per niente un album per chi ama il sound “pre-Signals” della band, anche perché da “Signals” è già bello lontano.

Probabilmente ti starai chiedendo che differenza ci sia tra “Power Windows” (1985) e “Hold Your Fire” (1987). Quest’ultimo ha spogliato i pezzi fino al punto che possiamo dire che i Rush, nella scrittura, si sono avvicinati il più possibile allo schema pop da manuale: pre-ritornello più ritornello (due volte di fila), più parte strumentale centrale, più ripresa del ritornello. In altre parole, è un disco in cui i brani sono stati sfoltiti ancora di più nei motivi, ma in compenso tutti quei motivi sono molto più chiari e messi in risalto. Se vado avanti a sviscerarlo, è uno dei dischi più ascoltabili della discografia della band, tra i più facili da conquistare e di quelli che ti si infilano sotto la pelle senza che te ne accorga, del tutto spontaneamente, senza nessuno sforzo e senza cercare chissà quale chiave di lettura (che poi è la più grande stupidaggine in assoluto). “Hold Your Fire” è un album incredibilmente dinamico, fluido e mutevole per motivi e atmosfere.

I Rush hanno quindi semplificato ancora un po’ lo stile compositivo, e questi pezzi cesellati con ritornelli che volano altissimo sono cuciti ancora di più addosso a una produzione che in quel periodo ai ragazzi piaceva e che per loro era una formula collaudata. Se “Power Windows” conservava ancora qualche briciola di giocherellare sperimentale nelle parti centrali come in quelle finali dei brani, adesso anche questo non c’è più, o meglio, quell’elemento è diventato ancora più rifinito e sofisticato. Per questo il disco è tanto più dolce per orecchie poco esigenti: è l’album art rock dei Rush più orientato al pop.

“Hold Your Fire” è anche, tra tutti i dischi dei Rush, quello con l’approccio più positivo. I testi sono di nuovo più personali. Nei versi Peart cerca, ed è il filo rosso di tutti i pezzi per quanto riguarda la poesia, la pace con il mondo, l’accettazione del mondo così com’è, il bisogno di crescere spiritualmente e di raggiungere un livello più alto di consapevolezza di sé, di maturità emotiva e spirituale, e di autonomia e indipendenza di questo tipo. I testi di “Hold Your Fire” dimostrano che i Rush hanno raggiunto un nuovo, più alto livello di maturità intellettuale nella propria espressività, che, combinata con l’ulteriore riduzione dell’esibizione di abilità tecnica da parte della band a favore di una melodicità più alta, eccellente e rifinita, funziona sotto ogni aspetto in modo vincente e lascia nettamente alle spalle i tre album in studio precedenti.

Force Ten, come pezzo d’apertura, definisce l’aspetto di tutto il disco. Se questa canzone ti entra in testa, ti entrerà tutto “Hold Your Fire”. È un pezzo un filo più carico di quanto si addica all’inizio di un disco. Ma già con Time Stand Still i Rush tirano fuori un brano che è il momento di carriera in cui la band si avvicina con più successo alla retorica pop anni Ottanta. È un pezzo composto alla perfezione, meglio di così non si può, e come tale merita di finire dritto sulle frequenze delle onde radio. Il tipo di hit di cui non ti stanchi mai mentre lo ascolti. Insomma, il prototipo di brano col potenziale per restare bello per sempre. Il senso della melodia perfetta della composizione qui è sfruttato in modo ancora più ottimale e, grazie all’approccio emotivamente sofisticato di Lee, coronato alla perfezione. A questo brano, nelle loro forme sul disco, si avvicinano di più anche Mission e Prime Mover. Un po’ più di drammaticità se la concede il trio in Lock And Key e Turn The Page, mentre Tai Shan è un tentativo riuscito di mescolare il sound dei Rush con una melodia da cliché sullo spirito della Cina. High Water in chiusura, dopo Tai Shan, conferma la calma totale del disco che, nel mettere in fila un ricco quadro sonoro tra i pilastri del sound dei Rush, funziona in modo particolarmente benefico, nel solco della tradizione, e si potrebbe usare come sottofondo sonoro per diverse tecniche di rilassamento. In questo pezzo, di giro in giro, vengono sempre più in primo piano la batteria di Peart in combinazione con le percussioni elettroniche, che fanno atterrare il momento esoterico della melodia del brano, creata su quella (ormai ben nota) cortina di synthesizer sullo sfondo.

Le parti strumentali centrali dei brani sono sfoltite. Qui si incontrano per lo più solo il fluire di collage di sintetizzatori e tastiere e i toni echo delay estremamente dettagliati e affilati di Lifeson che, con frequente uso della leva del tremolo, costruiscono motivi semplicissimi, tali da non intaccare minimamente la compattezza dei motivi principali. Il modo in cui Lifeson raggiunge i paletti che impone il ruolo subordinato della chitarra, in termini di parità produttiva con gli altri strumenti. Richiede uno sforzo in più. Non è uguale dove, come e quando piazzi ogni singola nota. Soprattutto se con le note sei limitato. Il minimalismo è saggezza e Lifeson, sui dischi dei Rush dell’era synth, tenendo conto di questo elemento, non è affatto uno spettatore muto che i colleghi usano ogni tanto come premio e spezia, ma un mattone importante del sound “eighties” dei Rush. Questi momenti vengono di nuovo setacciati in modo geniale dalle percussioni elettroniche di Neil Peart, che aggiungono quel contrappeso importante, rafforzano l’atmosfera e costruiscono la dinamicità dei brani.

“Hold Your Fire” è il punto più alto dell’era “synth eighties” dei Rush. Dopo questo disco i ragazzi hanno ricominciato a rivitalizzare il peso rock nella produzione dei singoli strumenti. Le tastiere hanno iniziato a farsi da parte, mentre la chitarra è tornata a “strimpellare” riff. “Hold Your Fire” resta l’album più compiuto dell’era “eighties” dei Rush!

autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Force Ten (4:31)
2. Time Stand Still (5:08)
3. Open Secrets (5:37)
4. Second Nature (4:36)
5. Prime Mover (5:18)
6. Lock And Key (5:09)
7. Mission (5:15)
8. Turn The Page (4:55)
9. Tai Shan (4:15)
10. High Water (5:33)

Formazione:
Geddy Lee – voce, basso, pedali del basso, synthesizer
Alex Lifeson – chitarra
Neil Peart – batteria, percussioni acustiche ed elettroniche

MUSICISTI OSPITI:
William Faerey Engineering Brass Band – fiati
Andrew Jackman – arrangiamenti per fiati
Aimee Mann – cori (Prime Mover & Time Stand Still)
Steven Margoshes – arrangiamenti per archi
Andy Richards – tastiere


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