King Crimson: In The Court Of The Crimson King

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Etichetta: Discipline Global Mobile
Data di uscita: 10.10.1969
Produzione: Robert Fripp & Peter Sinfield
Durata dell’album: 43.54 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 10 / 10


“In the Court of the Crimson King”, il primo disco dei King Crimson, è oggi riconosciuto come il disco che ha definito tutto quello che oggi chiamiamo progressive rock, e senza dubbio è uno dei migliori e più importanti dischi rock di tutti i tempi. Sono passati parecchi anni dall’uscita di questo album leggendario, che ha posto le basi del progressive rock, dell’heavy metal ma anche del jazz fusion rock e che segna la nascita di una delle band più grandi della storia del prog, eppure suona ancora fresco. È un onore, quindi, presentarti la vera e propria pietra angolare del genere.

La nascita dei King Crimson ha quindi significato la nascita di un genere che oggi chiamiamo progressive rock e, se vuoi, anche art rock, come lo battezzarono allora certi critici musicali.

Era il lontano 1969 e nel mondo del rock stavano succedendo cambiamenti importanti. Il pubblico era stufo dell’ingenua semplicità del rock and roll e del blues. C’era una totale libertà musicale, che si rifletteva in una notevole indipendenza e in nemmeno un briciolo di pressione sulle band da parte delle etichette, e dall’altra parte c’erano musicisti che, oltre a una professionalità al cento per cento, scrivevano musica con il cuore e con l’anima, creando opere di dimensioni gigantesche.

Il progressive rock era allora ancora una corrente musicale fresca, fondata senza volerlo da band come, in primis, i The Beatles con il loro album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1966) e, poco più tardi, The Nice (The Thoughts of Emerlist Davjack, 1967), Pink Floyd (The Piper At the Gates of Dawn, 1967), Procol Harum (Procol Harum, 1967) e The Moody Blues (Days Of Future Passed, 1967). Tutte queste band oggi leggendarie avevano già iniziato a dare i segnali di una nuova grande epoca di sperimentazioni straordinarie nel rock, allora con una forte enfasi sulla psichedelia, tipica della fine degli anni ’60. Ma all’improvviso, all’orizzonte, come un fulmine, è comparsa un’altra band rock inglese completamente nuova, che con il suo primo disco fece una vera rivoluzione musicale: i King Crimson.

La formazione originale dei King Crimson era un unicum a modo suo, composta da musicisti professionisti i cui stili musicali si basavano per lo più su jazz e musica classica. Vale soprattutto per Robert Fripp, maestro della chitarra e genio musicale, che non ammetteva schemi né limiti nella sua musica e ignorava testardamente le influenze esterne. Con la fondazione di questa band, che in quel periodo funzionava ancora senza il suo predominio, con tutti i membri che collaboravano alla pari alla scrittura della musica, scoprì e superò tutti i confini del conosciuto nel rock, nel jazz e nella classica, tirandone fuori il meglio. Fripp è da sempre un genio della chitarra che si stufa in fretta di qualsiasi cosa ripetitiva in musica, che sia un riff o un ritornello. Oggi è l’unico membro originale della band e, tra gli intenditori, uno dei musicisti più rispettati del rock, nonostante il suo stile chitarristico jazzato. Ascolta il suo assolo su “21 Century Schizoid Man”, con cui si è catapultato tra i chitarristi più apprezzati al mondo, e ti sarà chiaro in un attimo perché la sua chitarra sia diventata l’elemento centrale della band.

All’epoca nella band c’era anche il leggendario Greg Lake, arrivato dai The Gods, che oltre a cantare suonava anche il basso. Forse il suo basso (prima di entrare nella band Lake era chitarrista) non era proprio da togliere il fiato, soprattutto rispetto ai suoi successori, tecnicamente molto più ferrati su questo strumento (ad es. Wetton, Levin, Gunn), ma la sua voce pulita, sincera e melodica è il motivo per cui, secondo me, è stato il miglior cantante nella storia della band. Lake sapeva suonare bene anche la chitarra, ma accanto a Fripp non aveva granché modo di metterla in mostra. Ne ebbe un po’ di più in seguito, quando diventò molto più famoso come membro degli altrettanto inimitabili ELP e, per un breve periodo, ancora più popolari Asia. Ma secondo me nemmeno allora ha più ripetuto la straordinaria energia e la magia che irradia il suo canto in questo disco. Il suo momento migliore è catturato in “Epitaph”.

La vera stella di questa formazione era senza dubbio il geniale polistrumentista Ian McDonald che, oltre a suonare sassofono, flauto, il mellotron (allora rivoluzionario), tastiere e chitarra, scrisse proprio tutti i brani e curò gli straordinari arrangiamenti orchestrali che hanno creato la vera trascendenza di questo album, dandogli luce e calore. Dopo la sua uscita i King Crimson non hanno mai più ritrovato una mistica così perfetta come quella che riflette il suo lavoro in questo album. Più tardi registrò insieme a Michael Giles il disco “McDonald & Giles” (1970) e poi, a metà anni settanta, divenne membro fondatore dei commercialmente molto fortunati Foreigner; oggi è tornato all’eredità dei King Crimson ed è attualmente il leader dei 21 Century Schizoid Band.

Michael Giles, senza dubbio uno dei migliori batteristi dell’epoca, di cui Stewart Copeland (The Police) disse una volta che era stato il suo principale modello, dà ai brani un ritmo infernale. Inserendo elementi jazz nel suo drumming (Giles era un batterista jazz classico, cosa che per molto tempo è stata una delle regole d’oro per tutti i batteristi del gruppo) e con un lavoro brillante sui piatti, fece allora fare un altro salto di stile alle tecniche di batteria. Da membro più anziano della band diede loro anche quella maturità musicale che manca alla maggior parte dei musicisti all’inizio del loro percorso. Fripp e Giles avevano già collaborato prima nella band “di gestazione” dei King Crimson: Giles, Giles & Fripp. Nel 1968 pubblicarono il loro unico disco, “The Cheerful Insanity Of Giles, Giles & Fripp”, che era sì un capolavoro psichedelico condito da uno straordinario umorismo alla Monty Python, ma anche un completo disastro commerciale.

Peter Sinfield, il quinto membro della band, era l’autore dei testi dei primi album del gruppo e si occupava anche delle luci di scena e dell’attrezzatura musicale. Senza dubbio è lui quello che ha infuso un’anima al gruppo e gli ha dato un volto. Il tizio non era solo un genio musicale e un visionario. Era anche completamente scollegato da questo mondo e ossessionato dalla filosofia neoromantica e dalla mitologia celtica. I suoi testi romantici, fantasy, mistici e pseudoapocalittici, che per spirito ricordano più che altro gli incontri ravvicinati con J.R.R. Tolkien, Shakespeare, William Blake, E.A. Poe e S.T. Coleridge, erano una parte indispensabile del primo periodo della band. E fu proprio lui a inventarsi anche il loro nome. Il capolavoro di Sinfield in questo album è senza dubbio il testo della title track.

Per tornare al disco: la complessità stessa della musica è straordinaria, perché offre una fusione perfetta dei migliori elementi musicali, dal rock al jazz fino alla classica. Per l’epoca il disco ha un suono solido, ma con il recente remaster uscito per l’attuale etichetta del gruppo è diventato ancora migliore, più fresco e quasi identico alla registrazione originale (la lunga improvvisazione su Moonchild, per esempio, adesso si sente distintamente).

Come stile erano allora anni luce avanti rispetto alle altre band affini. Persino i loro coetanei commercialmente molto più fortunati in seguito, Yes e Gensis, hanno avuto bisogno di un bel po’ di tempo per trovare la giusta armonia creativa e affermarsi. In ogni caso, all’epoca non c’era nessun’altra band che riuscisse a unire in modo così perfetto tanti elementi musicali diversi, che vanno dall’hard rock al jazz fino alla classica. Qualcuno ha detto una volta che se Wagner fosse stato ancora vivo avrebbe collaborato con i King Crimson. I testi erano complessi almeno quanto la musica stessa, soprattutto grazie a Peter Sinfield, paroliere e roadie allora fin troppo trascurato e oggi estremamente apprezzato, che sul palco era il membro invisibile ma sempre alla pari della band.

La rivoluzione l’ha completata un altro strumento nuovo, il mellotron, che è diventato il marchio di fabbrica della band e che amavano usare soprattutto nei loro numerosi epici romantici e nelle ballate.

Se hai voglia di una pausa breve ma totale dalle catene di un mondo neomaterialista moderno, completamente svuotato spiritualmente, che si ostina a impedirti di conoscere la verità fondamentale sulla vita e si nutre della tua energia vitale e creativa, ti innamorerai di questo album già al primo ascolto.

Una vera bomba è già il brano d’apertura, ancora oggi incredibilmente d’impatto e nichilista, “21 Century Shizoid Man”, che serve subito un’intera tavolozza di dimensioni musicali allora del tutto nuove e, per la struttura dei riff di chitarra, ricorda più di tutto un heavy metal embrionale, quello che poco dopo i Black Sabbath avrebbero cominciato a sviluppare fin nei minimi dettagli. Ma nella struttura di base il brano è una fusione di rock e jazz. Dopo il fruscio iniziale di mezzo minuto, come uscito da una tazza del water (suoni notturni?), all’improvviso esplode il riff principale incandescente, di cui non si vergognerebbe nessuna metal band che si rispetti. Subito dopo si unisce la voce traumatica e digitalizzata di Lake, che canta apposta attraverso un effetto per creare ancora di più l’atmosfera di un uomo del XXI secolo orrendamente sfigurato, spiritualmente svuotato e schizofrenico, prigioniero della propria matrice mentale. Ascolta per esempio il verso “nothing he has got he realy needs”, che significa che è saturo di materiale aziendale di ogni tipo mentre dall’altra parte è completamente privato di ciò di cui ha più bisogno (amore, rapporti umani di base e spiritualità). Un mondo decadente, schizofrenico, svuotato di valore, in cui rimbomba lo strillo nevrotico di un uomo dell’era postapocalittica, è la miglior descrizione della visualizzazione di questo brano, che combacia perfettamente con la copertina stessa dell’album. Fripp entra con il suo assolo complesso, a cui quasi nello stesso momento si unisce il sassofono di McDonald, e insieme portano il brano fino a una complessa parte centrale, dove soprattutto Mike Giles mostra alcuni dei suoi momenti migliori del disco. Questa parte centrale, chiamata “Mirrors”, è la più complessa e mostra Fripp nella sua luce migliore. In questo brano mi sorprendono ogni volta le loro visioni avanzate del futuro, che in seguito sono diventate una specie di marchio di fabbrica della band. Il brano è ancora oggi il più amato dai fan e peccato davvero che Fripp ai giorni nostri, dal vivo, se ne sia praticamente dimenticato. Resta senza dubbio il simbolo del fenomeno chiamato King Crimson.

Salto immediato dal mondo freddo, razionalista e apocalittico alla luce e al mondo della fantasia. La ballata romantica “I Talk To The Wind” è un brano meraviglioso, che offre un contrasto notevole rispetto al predecessore e mi porta più in fretta di qualsiasi altra cosa in un sonno profondo, cioè nel mondo dei sogni. I motivi di flauto, a tratti psichedelici, non fanno che aumentare la magia e il misticismo del brano. Ricorda più che altro un coro di celti a mezzanotte a Stonehenge o un corteo di elfi uscito dai racconti di Tolkien. A creare questa atmosfera pensa soprattutto il flauto di McDonald, che nel modo più bello possibile costruisce questa esperienza indescrivibile. Anche la voce esoterica di Lake emana un calore straordinario, in sintonia con la struttura di questa splendida ballata. Il brano è allo stesso tempo un documento eccezionale dell’epoca e la prova di quanto belle siano le ballate che questa band è in grado di creare. I suoni delicati di flauto e mellotron fanno sì, ogni volta, che la chitarra di Fripp nei passaggi non suoni troppo cupa. I due strumenti funzionano come una specie di luce contro i riff pesanti della chitarra e portano nella loro musica una bellezza indescrivibile. Il brano è una delle ballate più belle che io abbia mai sentito e per me anche la migliore ballata nella storia della band.

La profezia psichedelica, pseudoapocalittica ed epica “Epitaph” è il brano centrale dell’album e allo stesso tempo il punto più alto del disco. La voce malinconica di Lake, cantata in maniera superba, che riflette la rassegnazione di fronte a ciò che fa l’uomo moderno, che spinge se stesso verso la distruzione, è senza dubbio l’elemento che spicca di questo brano. Lo si percepisce soprattutto nella parte “March For No Reason”, che ogni volta mi fa venire i brividi lungo la schiena. Lake, con la sua voce drammatica e a tratti misteriosa, dimostra quindi ancora una volta di essere già allora uno dei cantanti più raffinati dell’epoca. “Tomorrow and Tomorrow” è il ritornello principale, che si ripete più volte, il che rende il brano abbastanza melodico anche per gli ascoltatori meno esigenti.

Segue un’altra bellissima ballata mistica. “Moonchild”, con la sua lunga improvvisazione nella seconda parte del brano, indicava già stilisticamente dove si sarebbe diretta la band negli anni successivi, ed è allo stesso tempo l’unico brano dell’album che suscitò una buona dose di incomprensione tra i critici dell’epoca. Gli ultimi otto minuti sono infatti uno stacco da studio completamente trascendentale (una lunga improvvisazione) con il mellotron di McDonald e la batteria e le percussioni di Giles in primo piano, che a detta loro hanno lasciato apposta (non l’hanno tagliato) per mostrare a tutte le etichette e ai critici cos’è la libertà creativa.

Il brano è diviso in tre parti. La parte melodica d’apertura è un’altra bellissima ballata romantica con la voce sentita di Lake, che dopo il drammatico “Epitaph” porta di nuovo calore. Col tempo vira sullo strumentale “The Dream” e infine sull’esoterico, un po’ orientaleggiante “The Illusion”. Questi otto minuti possono quindi essere dedicati a un’improvvisazione più lunga, perché ogni musicista si è dedicato al proprio strumento, soprattutto al mellotron, allora ancora fresco, alla chitarra e alla batteria. Dopo suoni di ogni tipo l’atmosfera si calma di nuovo, soprattutto verso la fine, quando entra l’ultima parte orientaleggiante del brano chiamata “The Illusion”, dove domina il mellotron. Il brano può portare le anime sensibili in un lungo viaggio spirituale in un attimo, mentre chi ha i piedi ben piantati per terra cercherà invano di scavare nella struttura delle singole parti della canzone, perché qui ogni razionalismo va in tilt. Chi si fa disturbare dalle lunghe improvvisazioni strumentali, o non le capisce, non può contare sul fatto che questo brano nel suo insieme gli piaccia mai.

L’epico di chiusura, retro-romantico e medievale, “Court of the Crimson King” si apre con l’introduzione pomposa “Return of the Fire Witch”. Fu il primo loro brano che io abbia mai sentito, quindi ancora oggi ha un posto speciale nel mio cuore. È un altro dei loro inni e la prova di quale straordinaria energia irradiasse allora questa band.

Oggi il brano è un classico immortale, in cui il flauto di McDonald raggiunge la piena espressione e ti trasporta in un attimo nel mondo delle fiabe, dritto nel cortile del re cremisi, che si diverte senza fine guardando trovatori, fate, streghe e altri buffoni e saltimbanchi esibirsi. A corte, infatti, tutto ruota attorno a lui.

Il motivo melodico principale si ripete più volte, mentre il messaggio lirico è ogni volta diverso. La band, con i suoni di un flauto che ricorda davvero il fischiettare di qualche folletto di bosco nascosto, torna ancora una volta con “Dance Of The Puppets”, dove il ritornello melodico principale si ripete ancora un paio di volte finché, in modo romantico, non chiude il disco, che per tutto il tempo irradia un concept, anche se ufficialmente non c’era (un’altra caratteristica del primo periodo del gruppo). Il brano è uscito anche come loro primo singolo e, insieme all'”uomo schizoide del nostro secolo”, è la loro opera più conosciuta anche tra i profani.

La copertina urlata dell'”uomo schizoide del nostro secolo” e del suo antipode, il “re cremisi”, sul retro, è una delle migliori copertine che io abbia mai visto e unisce alla perfezione arte musicale e arte figurativa con le visioni avanzate della band, il che ha di conseguenza portato anche all’affermazione di un nuovo genere musicale chiamato art rock.

“In The Court Of The Crimson King” è dunque un disco leggendario e oggi di culto per tutti gli amanti del progressive rock, proprio quello che ha posato le fondamenta di questo genere. Anche dopo questo disco i King Crimson si sono avventurati in territori musicali che per molti sono ancora oggi del tutto incomprensibili, ma questo è l’unico loro disco che può ascoltare con la coscienza a posto quasi ogni amante del rock classico e anche del jazz fusion, perché è senza dubbio il loro album più melodico. È anche il miglior inizio possibile per tutti voi che ancora vi state avvicinando alla loro musica.

La formazione leggendaria e romantica di Fripp, Lake, McDonald, Giles e Sinfield irradiava un’energia creativa straordinaria e un’armonia musicale perfetta ed è stata davvero l’unica formazione nella storia della band ad avere la possibilità di far avere successo alla band, anche in senso commerciale, dopo il primo disco. Purtroppo quella formazione finì già nello stesso anno, quando Giles e McDonald andarono per la loro strada. Chissà come sarebbe stato il futuro di questa band se fosse rimasta, perché i King Crimson per molto tempo dopo la loro uscita non riuscirono a stabilire una formazione stabile, a prescindere dai tanti nomi musicali di spicco che si sono poi alternati nel gruppo. Anche se ogni disco successivo è stato a modo suo un capitolo a sé, i loro dischi seguenti non sono mai riusciti del tutto a catturare questa magia iniziale.

Con la combinazione di misticismo (“I Talk To The Wind”, “Moonchild”, la title track) e un tocco pacifista da “flower power”, allora attualissimo (“21 Century Schizoid Man” e “Epitaph”), i King Crimson hanno unito l’eterna nostalgia dell’uomo moderno per la libertà, l’amore e la realizzazione di sé. Ed è stata proprio questa, oltre alla professionalità tecnica dei singoli, la combinazione vincente che ha conquistato il cuore di un pubblico da sempre esigente, perché per ogni buongustaio della musica c’era qualcosa. Il che è solo un’altra prova che i King Crimson erano (e sono ancora) una band che nella sua musica offre il massimo e al tempo stesso non si aggrappa a schemi o mode musicali di ogni tipo, seguendo sempre e solo il proprio progresso. Nella loro musica prendono vita sia i mondi paralleli sia tutta la filosofia musicale e artistica del XX secolo. Questo album leggendario è la testimonianza vivente di cosa fosse un tempo la libertà creativa e al tempo stesso il monumento eterno alla sua bellezza.

autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. 21st Century Schizoid Man (including Mirrors) (7:20)
2. I Talk to the Wind (6:05)
3. Epitaph (8:47)
a) March for No Reason
b) Tomorrow and Tomorrow
4. Moonchild (12:11)
a) The Dream
b) The Illusion
5. The Court of the Crimson King (9:22), including
a) The return of the fire witch
b) The dance of the puppets

Formazione:
Greg Lake – voce e basso
Robert Fripp – chitarra
Ian McDonald – ance, fiati, vibrafono, tastiere, mellotron, cori
Michael Giles – batteria, percussioni, cori
Peter Sinfield – testi e luci


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