Blue Öyster Cult: Curse of the Hidden Mirror
Etichetta: Frontiers Music Srl.
Data di uscita: 12. 6. 2020 (ristampa) / 5. 6. 2001 (uscita originale)
Produzione: Buck Dharma & Eric Bloom
Durata dell’album: 50.54 min.
Genere: Heavy Metal / Hard Rock
Voto: 8.5/10
«Curse of the Hidden Mirror» è stato il quattordicesimo (e per ora ultimo) album in studio dei leggendari hard rocker americani Blue Öyster Cult. Il successore di «Heaven Forbid» (1998) è nato in un periodo in cui gli agenti in nero della musica avevano appena firmato con la celebre Sanctuary Records e per un attimo sembrava che, dopo un (fin troppo) lungo periodo di stasi all’inizio degli anni Novanta (la colonna sonora del film accolto malissimo «Bad Channels» del 1992 la maggior parte dei membri preferirebbe probabilmente dimenticarla, mentre «Cult Classic» del 1994 conteneva classici dei BÖC suonati di nuovo da capo), stessero tornando con decisione sulla scena anche come band da studio.
Il chitarrista/cantante Eric Bloom, il chitarrista/cantante Donald ‘Buck Dharma’ Roeser, il tastierista/chitarrista Allen Lanier e i due membri ‘freschi’, il batterista Bobby Rondinelli (ex Rainbow, Quiet Riot, Black Sabbath, Riot) e il bassista Danny Miranda, avevano grandi piani per «Curse of the Hidden Mirror», che doveva diventare quel disco dei Blue Öyster Cult capace di rifare il successo commerciale dei ‘bei vecchi tempi’. Contro ogni grande aspettativa, all’uscita si sono beccati una doccia fredda, e questo nonostante si tratti di un album più che dignitoso, che spesso ricorda proprio i ‘bei vecchi tempi’. Le speranze dei membri della band, che volevano riconquistare il loro vecchio status (da star) degli anni Settanta e Ottanta, erano un po’ irrealistiche all’inizio del nuovo secolo, quando dal punto di vista commerciale erano tempi piuttosto duri per il rock classico e pesante: la situazione sulla scena musicale era cambiata parecchio da allora (purtroppo per lo più in peggio).
«Curse of the Hidden Mirror» non rientra di certo nell’élite dei loro lavori, ma sotto ogni aspetto è comunque un disco dei Blue Öyster Cult riuscito, se non proprio ottimo, con una produzione eccellente e tante qualità caratteristiche che fanno felici i fan di lunga data. Bloom e Buck Dharma, con le loro chitarre e i loro inconfondibili approcci vocali, hanno avuto un ruolo chiave nel far suonare l’album come si deve, mentre per i testi ha dato una mano John Shirley, noto scrittore di fantascienza (cyberpunk), per cui i temi dei singoli brani sono per lo più quelli tipici degli indistruttibili agenti in nero della musica.
«Dance On Stilts» si apre con un riff robusto e un tocco leggermente bluesy, poi, grazie all’approccio vocale sottile di Buck e a raffinati intervalli ritmici, naviga in acque tranquillissime. Il risultato finale, soprattutto il finale intessuto di armonie vocali, è entusiasmante, anche se nel suo insieme «Dance On Stilts» non raggiunge il livello di alcune splendide opener del glorioso passato. «Showtime» mette in mostra una delle armi più potenti dei BÖC: le armonie vocali. Queste aprono con eleganza la strada alla voce tradizionalmente ruvida di Eric e regalano un ritornello classico e contagioso. «The Old Gods Return» è un pezzo più duro, con passaggi chitarristici incisivi, stacchi di batteria devastanti e un Eric ruvido come sempre nel ruolo di voce principale, che crea un contrasto più che gradito. Il brano successivo, «Pocket», è stato l’unico singolo estratto dall’album. È stato concepito con l’intento preciso di diventare un hit, ma purtroppo non ci è riuscito. Se fosse uscito una quindicina d’anni prima, avrebbe sicuramente avuto un’eco molto più grande, perché è un classico incrocio BÖC tra hard rock e rock melodico, con Buck alla voce solista e un culmine in un ritornello che ti si attacca subito.
Lo sporco e un po’ cliché hard rocker «One Step Ahead Of The Devil» è senza dubbio il pezzo più debole del disco: si regge soprattutto sulla grinta di passaggi chitarristici rabbiosi e sull’abbaiare di Eric, e allo stesso tempo gli manca la profondità emotiva che ti aspetteresti, cosa che non rimedia nemmeno un ritornello totalmente nella media, anche per gli standard dei BÖC. Anche «I Just Like To Be Bad» è uno dei momenti meno ispirati dell’album, anche se ha una struttura un po’ più movimentata del brano precedente, discreti passaggi di pianoforte e discreti scarti ritmici. «Here Comes The Feeling», che ovviamente non ha niente a che fare con l’omonimo classico degli Asia, è invece uno dei vertici di «Curse of the Hidden Mirror», di quelli che faranno leccare i baffi a tutti gli estimatori dei classici BÖC del passato con Buck alla voce principale, come «Dancin’ In The Ruins» e «Perfect Water». Il ritornello, sottile e nostalgico allo stesso tempo, è una vittoria pura sul piano dell’atmosfera e degli arrangiamenti.
Il brano «Out Of The Darkness» ricorda che anche un eterno ‘burbero’ della voce come Eric sa creare un’atmosfera eccezionalmente delicata. Nonostante il ritmo lento, è un altro pezzo piacevolissimo, con il culmine in un ritornello maestoso a più voci, e vanno sottolineati anche i raffinati arrangiamenti di pianoforte e l’ottimo assolo di chitarra. Il leggermente funky «Stone Of Love», con il testo scritto dal vecchio collaboratore Richard Meltzer, è un’altra creazione eccezionale, nel cui mezzo torna a brillare lo straordinario carisma vocale di Buck, mentre soprattutto nel ritornello fanno colpo le splendide armonie vocali.
Tra i pezzi più d’impatto spicca «Eye Of The Hurricane», dove comanda la voce nervosa di Eric con un climax in un ritornello maestoso. Insieme agli stacchi di batteria devastanti e a un arrangiamento centrale sinistro, rientra senza dubbio tra i vertici di «Curse of the Hidden Mirror». «Good To Feel Hungry» è un finale d’album inaspettatamente complesso e al tempo stesso divertente, con linee di basso varie e funkeggianti e arrangiamenti un po’ jazzati, mentre la voce di Eric costruisce piano piano un’atmosfera sempre più drammatica e allo stesso tempo misteriosa. Una sorpresa speciale è anche il succoso assolo di Lanier all’organo Hammond, a cui più avanti si aggiunge pure l’improvvisazione chitarristica scatenata di Buck.
«Curse of the Hidden Mirror» aveva sì qualche alto e basso di qualità, ma nel complesso restava un lavoro entusiasmante, capace di regalare una dose abbondante di piacere d’ascolto alla maggior parte dei fan di lunga data dei Blue Öyster Cult. Dopo il solido «Heaven Forbid» si sono avvicinati ancora di più ai vecchi standard, dimostrando di nuovo di essere rimasti fedeli al loro inconfondibile approccio compositivo e che quella magia ambientale specifica, ‘cospirativa’, è ancora ben presente nel loro sound. Ma la delusione dei membri della band per il flop commerciale dell’album è stata così grande che i fan dei Blue Oyster Cult aspettano invano dal 2001 un nuovo lavoro in studio, mentre i loro beniamini si concentrano ormai solo sui concerti, e per di più quasi solo in patria, cioè sul suolo americano. Da quando nel 2002 hanno smesso di collaborare con la Sanctuary Records, sono passati ben 16 anni prima che la band firmasse finalmente un nuovo contratto. Con l’etichetta italiana Frontiers Music Srl., che a giugno di quest’anno si è occupata della ristampa dell’album, sia in formato CD standard sia in vinile. E la notizia che fa piacere è che nella seconda metà di quest’anno il gruppo pubblicherà finalmente con Frontiers Music Srl. anche il suo nuovo album in studio.
Autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Dance On Stilts
2. Showtime
3. The Old Gods Return
4. Pocket
5. One Step Ahead Of The Devil
6. I Just Like To Be Bad
7. Here Comes That Feeling
8. Out Of The Darkness
9. Stone Of Love
10. Eye Of The Hurricane
11. Good To Feel Hungry
Formazione:
Eric Bloom – voce principale, chitarra, tastiere
Donald ‘Buck Dharma’ Roeser – voce principale, chitarra, tastiere
Allen Lanier – tastiere, chitarra
Danny Miranda – basso, tastiere, cori
Bobby Rondinelli – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Norman DelTufo – percussioni
George Cintron – cori
