Gentle Giant: Free Hand
Etichetta: Chrysalis Records
Data di uscita: luglio 1975
Produzione: Gentle Giant
Durata dell’album: 36.50 min
Genere: Progressive Rock/Experimental Rock
Voto: 10/10
“Free Hand” è stato il settimo album in studio dei leggendari veterani del prog rock eclettico. In quel periodo i Gentle Giant avevano chiuso con la World Wide Artists, che aveva iniziato a spingerli a sfornare singoli da classifica, e avevano firmato con la Chrysalis Records. A pesare parecchio su questa decisione drastica è stato il successo del tour europeo con i compagni di merende del prog Jethro Tull, band di punta della Chrysalis. A differenza dei tour precedenti, in cui per le loro caratteristiche “particolari” i Gentle Giant si erano di solito scontrati con l’incomprensione degli altri gruppi, o addirittura con le prese in giro, con i Jethro Tull riuscirono a fare amicizia in fretta e a costruire un rispetto reciproco. Nel mondo crudele del music business diventarono i loro unici veri amici.
Aver stretto legami così stretti con i campioni del progressive folk rock ha influenzato anche la direzione sonora di “Free Hand”. L’album contiene una dose abbondante di spezie folk rock e la maggior quantità di arrangiamenti di musica trovadorica medievale di tutta la loro storia. Rispetto alla maggior parte dei dischi precedenti dei Gentle Giant, dentro le strutture dei singoli brani hanno infilato un po’ più di sensibilità melodica, mantenendo comunque un alto livello di complessità e imprevedibilità. Con la loro combinazione unica di polifonie sparpagliate, schemi polimetrici, cambi di tempo imprevedibili e una montagna di improvvisazioni restavano comunque tra i gruppi più eclettici della loro epoca. Oltre agli elementi folk rock e ai motivi della musica medievale britannica, non hanno risparmiato nemmeno spunti di jazz fusion e hard rock, che hanno portato nei vari pezzi con straordinaria raffinatezza e giocosità.
I temi dei testi, dove non mancano autoironia e satira corrosiva contro l’industria musicale, toccano stavolta, come già qualche volta in passato, vari aspetti legati alla vita della band. King Crimson e Pink Floyd non erano quindi affatto gli unici adavere cupe visioni del futuro già nel momento di massimo splendore commerciale del progressive rock e a fiutare che nell’industria musicale si fosse annidato qualcosa di marcio.
L’incredibile ampiezza del loro linguaggio compositivo e strumentale, unico nel suo genere, si sente dall’inizio alla fine dell’album. Tra sezioni strumentali virtuosistiche, motivi arguti, armonie vocali non convenzionali e stratificazioni ritmiche, il cuore anche del buongustaio prog più esigente parte a mille. “Just The Same” è un ottimo antipasto d’apertura, pieno dei loro tipici polimeri ritmici, di svolte inattese verso motivi sinfonici e di una bella dose di succose improvvisazioni jazz fusion. Non manca il solito giocare di spirito alla Gentle Giant, stavolta con battimani e schiocchi di dita nel mezzo. L’interpretazione teatrale di Derek contiene una satira pungente sulla decadenza dell’industria musicale e sull’atteggiamento sbrigativo verso le band che non rientrano in certi criteri aziendali.
L’eccellente “On Reflection”, che nel testo non nasconde un umorismo nero su una relazione finita male, è intriso di una sensibilità celtica tutta sua e di un’atmosfera sacrale. Questa magia pastorale nasce da polifonie corali sparpagliate e dall’uso irrinunciabile del vibrafono. Nel ruolo di voce solista stavolta si fa notare il tastierista Kerry Minnear, con una prova vocale altissima davanti alla quale arrossirebbe perfino Jon Anderson (Yes). Anche stavolta non mancano inserti di armonie dispettose e combinazioni ritmiche scatenate, in stile filastrocca per bambini, che ricordano il dondolare del gigante gentile. La title track, in cui esprimono le sensazioni legate al cambio di etichetta, è uno dei loro classici. All’inquietante arrangiamento d’apertura seguono numerosi cambi drammatici in cui si sente una buona dose di maniere hard rock, soprattutto grazie ai riff di chitarra incisivi firmati dal signor Green. La raffinata transizione tra elementi di sinfonica, jazz e hard rock è di nuovo da leccarsi i baffi. A tenere insieme il tutto in modo straordinario è la voce carismatico-paranoica di Derek.
“Time to Kill”, che si apre con un campione elettronico rivoluzionario per l’epoca, si distingue per raffinati arrangiamenti celtici e una insolita finezza melodica. Anche stavolta di cambi di tempo inattesi e improvvisazioni ce n’è in abbondanza, ma il canto di Derek, sostenuto da eteree armonie vocali di accompagnamento e da decise frasi di chitarra, dà la precedenza agli arrangiamenti melodici. Il magnifico “His Last Voyage”, il pezzo più complesso dell’album, è un brano dai molti umori contrastanti. Si apre come una ballata celtica con un pizzico di acustica e armonie vocali angeliche, ma i giocosi ornamenti ritmici sullo sfondo, soprattutto al vibrafono, fanno capire subito che anche stavolta non mancheranno meravigliose avventure strumentali da pazzi. Tra le polifonie angeliche cominciano a infilare arguti spunti jazz, dove non manca lo strepitoso assolo di wah-wah di Green. Il finale riporta le polifonie solenni e l’accompagnamento acustico nel miglior stile celtico.
Il loro flirt con i Jethro Tull è illustrato al meglio dal magnifico strumentale “Talybont”, che grazie a fiati e violino contiene elementi trovadorici del madrigale rinascimentale dei tempi dei Tudor. Qui l’ascoltatore può tornare ai tempi in cui il gigante gentile sedeva allo stesso tavolo di Enrico VIII. La conclusiva “Mobile” è un mix scalpitante di folk, jazz e hard rock in cui il posto centrale spetta alle trovate spiritose di Ray al violino. Nonostante il dominio degli arrangiamenti folk rock, anche stavolta fanno felici gli ascoltatori con svolte inattese in sezioni fusion piene di spirito. Il testo parla dello stile di vita del girovagare senza sosta da un tour all’altro, visto con gli occhi della band.
Con “Free Hand” i Gentle Giant hanno cucinato un altro sempreverde calderone sonoro di straordinaria varietà stilistica, condito con una bella dose del loro immancabile umorismo da monelli e di autoironia. Ancora oggi l’album resta uno dei migliori risultati della loro storia, capace di far venire l’acquolina in bocca a qualsiasi buongustaio del progressive rock. Oltre alla stupefacente varietà compositiva e strumentale, a lasciare a bocca aperta ogni volta è anche una produzione fenomenale per l’epoca, grazie alla quale sembra che l’album sia stato registrato ieri. “Free Hand” ha ottenuto il miglior piazzamento nella classifica americana degli album più popolari nel 1975, un dato quasi trascurabile per i membri della band, per cui il successo commerciale valeva meno di una goccia nel mare. Molto più interessante è il fatto che un tempo, “tanti anni fa”, gli ascoltatori americani sapessero premiare anche l’originalità artistica e la creatività. Sul suolo britannico di casa, a parte una manciata di fedelissimi, sono rimasti come al solito largamente ignorati. Purtroppo il passaggio alla Crysalis non li ha salvati dal fatto che, negli anni successivi, anche questa etichetta venisse presa dalla voglia di hit radiofonici e di commercializzare la band, cosa che ha portato al loro ritiro prematuro, ma onorevole, dall’industria musicale.
Autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Just The Same
2. On Reflection
3. Free Hand
4. Time To Kill
5. His Last Voyage
6. Talybont
7. Mobile
Formazione:
Derek Shulman – voce, sassofono, registrazione
Gary Green – chitarra elettrica e acustica, voci di accompagnamento
Ray Shulman – basso, violino, voci di accompagnamento, registrazione
Kerry Minear – tastiere, voce, voci di accompagnamento
John Weathers – batteria, percussioni
