Grega Habič: Kill The Engine

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Etichetta: Nostromo Records
Data di uscita: 2014
Produzione: Grega Habič
Durata dell’album: 38.14 min
Genere: Art Rock
Voto: 9.0/10


Se c’è qualcuno, sotto il sole splendente della valle di San Floriano, che ha tutte le carte in regola per appiccicare al proprio artismo l’etichetta «D.I.Y.» (fai da te) e «indie» (indipendente), quello è di sicuro l’indomabile guru della chitarra e grande visionario musicale di Jesenice Grega Habič. Sono passati tre anni da «Open Heart Surgery». Un battito di ciglia. Ed ecco il nuovo album. Ancora una volta plasmato dal carattere musicale inconfondibile di Grega. E uguali a lui non ce ne sono. Per questo «Kill the Engine» è il titolo giusto per tutti i palati musicali più esigenti e attenti, quelli che si concedono solo il meglio dell’esperimento sonoro e non sopportano di guardarsi indietro tra cliché e contenuti generici, già collaudati. All’imitazione, anche stavolta, l’ingresso è severamente vietato!

Nella prima parte «Kill the Engine» è marcatamente cupo (l’opener A World) e ossessionato da un metal robusto, rinato dalle ceneri. Insomma, estremamente rumoroso. Ma stiamo parlando solo dell’inizio. Qui si sputa fuoco e non ci si risparmia nello scaricare decibel. Il thrash incrociato con una vena progressive di stranezza sperimentale suona di nuovo fresco, avventizio, selvatico. Se l’autenticità selvatica è da sempre il biglietto da visita di tutta l’opera di questo grande maestro, anche sul nuovo «Kill the Engine» la mantiene intatta, con tutta la sua freschezza. Il picchiatore sbandato e arruffato «A World» srotola tutto il disgusto dell’artista per la disumanizzazione di una società «civilizzata» che barcolla nell’abisso di un’orfanezza emotiva e spirituale, derubata di tutto, senza un briciolo di spina dorsale né di rispetto per i valori morali e per la compassione verso il prossimo. Dopo che in questa fantastica apertura metallizzata Grega ha vomitato tutta la sua bile e la sua rabbia contro il quasi-moralismo dei pastori d’anime, l’album prende quota con due pezzi di altissimo livello. Il primo, Diluted, è un ottimo mix di abilità jazz-fusion condita di frasi metal, dove linee di basso melodiche e mobilissime espandono magistralmente i fraseggi di chitarra e, come spezia speciale nei passaggi più quieti, arriva la dolcezza del pianoforte. In questo brano Grega collabora ancora una volta con lo scafato musicista americano e suo grande compagno Jesse Adams. L’innesto hip-hop di Adams non poteva incastrarsi meglio nella composizione. Una predicazione feroce e senza compromessi! La terza traccia, Cerberus, è un pezzo sotto il quale hanno unito le forze esecutive tre maestri della chitarra. Il primo è ovviamente Grega, che ha portato la composizione con la sua idea per l’album, mentre una manciata di virtuosismo ciascuno l’hanno aggiunta il rodato Mark Lemer e il giovane Tim Draksler (Cordura). Un brano strumentale fatto di svolte imprevedibili negli stati d’animo e di una splendida simbiosi di tre chitarre, dove non è difficile riconoscere gli approcci espressivi di tutti e tre i maestri: un tocco di interesse in più (l’ingrediente «art-stravaganza» tanto gradito) che ne alza ulteriormente la qualità.

La rabbia iniziale è passata. Più avanti l’album si fa più pacato, e Grega nella seconda metà prova a fondere alcune idee che sui dischi precedenti non aveva ancora sperimentato. La prima è Under A Big Black Cloud, dove lega le sue linee jazz sperimentali a un pattern di gocce d’acqua (il «nuvolone nero»), che almeno a sentirlo sembra il gocciolio del soffione della doccia nella vasca di casa (ma è solo una delle associazioni possibili). Un pezzo calmo e malinconico, dove Grega mette in campo il suo talento innato e il suo senso per l’imprevedibile, con una cinetica flessibile di frasi guida pure estremamente compatibili, da cui esplode la grande forza espressiva delle caratteristiche jazz portate dalla mente del genio Grega Habič. Tired Of Everything è un tipico brano di art guitar rock, che ancora una volta incarna l’unicità espressiva della musica di Grega. A modo suo è paragonabile ai pezzi di maghi stranieri della chitarra dai nomi altisonanti, come Paul Gilbert o Tony MacAlpine.

Con Grega Habič bisogna tenere ben presente che l’elemento neoclassico  passa in secondo piano, quando c’è (la title track). Grega mette sempre in primo piano l’elemento jazz e spesso lo fonde con intelligenza al suo senso musicale (Turn the Knife). E ci arriva, naturalmente, da vero virtuoso autodidatta, che segue solo il proprio cuore e se ne frega di qualsiasi tendenza. E questo conta. L’album «Kill the Engine» è un nuovo pezzo assolutamente unico e un nuovo punto di svolta nella ormai tangibile eredità discografica di questo maestro, spinto a creare dal richiamo interiore e genuino dell’esperimento libero. Grega sa quindi «staccare» il piede dall’acceleratore sperimentale e far spazio alla melodia, ogni volta che serve a tenere compatte le canzoni (il finale della bellissima Never There), e questo elemento brilla magistralmente anche nella conclusiva Goodbyes, dolcemente blues e perfino «piegata» in chiave country.

Il nuovo album porta ancora una volta una dose estremamente variegata di idee musicali. Lo caratterizzano soprattutto un’apertura rumorosissima con tre brani e poi un «rilassamento sonoro», dove gli elementi della sperimentazione jazz prendono il sopravvento sugli altri generi. Sul nuovo disco Grega ha spinto ancora oltre l’organicità del suono in produzione, con alcune mosse davvero audaci nell’uso di tecniche sonore moderne (Diluted). A tratti un album cupissimo e malinconico, che esprime in modo molto autentico i sentimenti, le emozioni e le passioni di Grega Habič, come individuo e come artista. È un nuovo, genuino documento di atteggiamento ribelle e intellettuale, quello che può strappare qualsiasi individuo sul terreno dell’arte musicale. Un album che conserva e approfondisce l’espressione musicale unica con cui ci vizia e arricchisce la scena musicale slovena il grande guru e maestro Grega Habič. Nel nuovo millennio le creazioni musicali restano spesso nascoste alle orecchie. E i tempi nuovi non promettono niente di buono, quindi anche in futuro dovrete affidarvi solo alla vostra percezione musicale, che vi porterà all’essenza che cercate nella musica. Se volete camminare sulla via della purificazione musicale, il nuovo album di Grega Habič dovete assolutamente «sbranarvelo».

«Kill the Engine» è dunque il nuovo capolavoro di un’art-freschezza fuori dall’ordinario, incarnata dal carisma travolgente e visionario di questo generoso artista sloveno. Anche con il nuovo album Grega Habič resta fedele alla sua qualità unica, fatta di mille idee che si fondono, e ci regala un altro gioiello da studio.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. A World
2. Diluted
3. Cerberus
4. Under the Big Black Cloud
5. Tired of Everything
6. No Lie Can Live Forever
7. Kill the Engine
8. Turn the Knife
9. Never There
10. Goodbyes

Formazione:
Grega Habič – chitarra, basso, programmazione

MUSICISTI OSPITI:
Robert Humar – tastiere nei brani n. 3, 6, 9 e 10
Jesse Adams – voce & tastiere nel brano n. 2
Mark Lemer – chitarra nel brano n. 3
Manfred Dikkers – percussioni nel brano n. 9
Marko Volk – tastiere nel brano n. 2
Tim Draksler – chitarra nel brano n. 3
Jovan Jovanovič – basso nel brano n. 2
Maks Habič – voce nei brani n. 6 e 9


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