Touch: Tomorrow Never Comes

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Etichetta: Escape Music
Data di uscita: 30.4.2021
Produzione: Touch
Durata dell’album: 60.58 min
Genere: AOR
Voto: 9.0/10


Touch. Incredibile. Una band nata sulla scena alla fine degli anni Settanta come reazione alla nascente musicalità radiofonica dell’arena rock, resa popolare a livello globale da Boston, Foreigner, Styx, Sweet, Uriah Heep, April Wine, Coney Hatch, Angel e, ovviamente, Queen (ne abbiamo buttati lì giusto una manciata). Ebbene, 41 anni dopo l’uscita dell’omonimo debutto, i Touch hanno piazzato una vera sorpresa decidendo di registrare e pubblicare il nuovo album «Tomorrow Never Comes». Il titolo è un’allegoria di un’attesa che non si compie mai. O forse sì. Una volta, dopo 41 anni. In sostanza è il terzo album in studio: nel 1982 i Touch registrarono «II», che non vide mai la luce.

Il debutto oggi è considerato un classico senza tempo della musica AOR e addirittura uno dei dischi in studio più venerati di questo genere arcaico. I Touch hanno ricevuto molto presto un sostegno generoso sulle frequenze delle radio americane e hanno bazzicato regolarmente i vertici della classifica del britannico Melody Maker. Non stupisce quindi che nel 1980 siano stati la prima band in assoluto a esibirsi al celebre Monsters Of Rock di Donington Park, in Inghilterra.

La forza trainante della band, il tastierista e cantante Mark Mangold, si è poi fatto un nome come compositore straordinario ed è coautore di numerosi successi di altri artisti; tra l’altro, ha avuto un ruolo da leone nell’ottimo album di Bolton «Everybody’s Crazy» del 1985. Nella seconda metà degli anni Ottanta ha lanciato gli AOR Drive She Said, con cui nel 2016 ha registrato e pubblicato un album di ritorno, mentre nel 1991 ha cofondato l’ottima formazione AOR The Sign, che ha messo a segno due album super. Negli ultimi anni ha collaborato con regolarità con vari musicisti scandinavi, ed è anche per questo che «Tomorrow Never Comes» suona così aggiornato. Attualizzato. Non va dimenticato che l’anno scorso è uscito anche l’ultimo, e non proprio riuscitissimo, album in studio degli American Tears, la riesumata formazione pre-Touch di Mangold, prodotto dal fonico danese Jacob Hansen.

Quindi, tutti gli appassionati di AOR (‘Adult Oriented Rock’) e in generale i conoscitori del debutto, stavolta dovrete fare un passo indietro rispetto alle aspettative, perché «Tomorrow Never Comes» non è affatto una copia nostalgica del classico, cioè del primo disco. La squadra, ovvero i musicisti che sono rimasti sempre attivi, e Mangold in particolare, hanno tenuto il passo con le novità, e questo vale anche per il suono aggiornato di «Tomorrow Never Comes», che segue le ultime scoperte della logistica da studio.

«Tomorrow Never Comes» ha assolutamente un fascino musicale. Su questo non ci sono dubbi, ma ha anche alcune caratteristiche che non ti saresti proprio aspettato. E non solo. Dimostra un’ambizione enorme, tant’è che la band, detta semplice, ha registrato un album troppo lungo. Il disco sarebbe stato tranquillamente più corto di 20 minuti, anche se resta da capire quanta energia e quante occasioni resteranno per un eventuale successore, ma mai dire mai. La title track ha una frase di chitarra devastante che conferma subito come i Touch siano approdati dritti nel 2021, senza guardarsi troppo indietro verso la fine dei Settanta. L’apertura con la title track  regala uno dei picchi di pomposità che ti aspetti. La combinazione di tastiere e fraseggio con un ritornello musicale-vocale contagioso cattura all’istante l’amante dell’AOR. Swan Song annuncia che Mangold e compagni arrivano davvero dai tempi in cui il rock progressivo era popolarissimo. Il pezzo è arrangiato in modo più complesso e ha una natura marcatamente epica e pomposa. Su questo album stona il ritornello di Try To Let Go, che vuole essere il più moderno possibile, e i «Oh-Oh» aggiuntivi fanno al ritornello, pure promettente, più male che bene. Questo brano è il punto più basso del disco. Quanto alla durata, l’osservazione puntava al fatto che i Touch avrebbero potuto risparmiare almeno 20 minuti di ottima musica per il successore di «Tomorrow Never Comes».  

Anche il valzer bluesy Scream The Sky resta un messaggero definitivo di tempi lontani 40 anni, quando il rock inseguiva i favori delle onde radio. C’è poi la ballata Glass (con arrangiamento rinfrescato), che Mangold aveva già registrato sull’ultimo album degli American Tears, ma che su «Tomorrow Never Comes» s’accende molto meglio e si inserisce in modo più convincente nel resto del disco. Un senso eccezionale per la presa musicale lo conferma anche la splendida ballata, o spezzacuori, Trippin’ Over Shadows.  In generale, l’inizio e la parte finale di «Tomorrow Never Comes» sono i più forti e incisivi. I ritornelli sviluppano una seduzione sottopelle e un fascino immediato. Dominano senza dubbio il disco (Fire And Ice). Di musicalità, insomma, ce n’è a palate. A livello di produzione, i mattoncini sono contrastati con grande abilità e il suono ne esce ottimizzato. La band naviga con estrema destrezza tra le sfumature pastello del suono moderno e quelle tradizionali  – vale soprattutto per le tastiere, dove a ogni passo si sente il fruscio dei sintetizzatori col tipico suono anni Ottanta, però modernizzato in fase di produzione. Anche la chiusura del disco con Wanna Hear You Say e Run For Your Life suona trionfale e pomposa. Quest’ultima, come Lil Bit Of Rock ‘N’ Roll (a metà disco), è un ottimo incrocio tra il rock and roll della vecchia scuola e la musicalità invasiva su cui è cresciuto l’arena rock della fine dei Settanta. La presa dei ritornelli viene intensificata dalle urla armonizzate nelle ripetizioni dei ritornelli, dove ogni tanto si sentiranno molto a casa anche i fan dei classici Def Leppard (ad es. Let It Come).

«Tomorrow Never Comes» è un lavoro di grande raffinatezza produttiva e stilistica. Un album impostato con ambizione, che trasuda la gran voglia della band di dare il meglio. Gli anni Ottanta sono ormai lontanissimi, e oggi l’evoluzione del rock è tutt’altra storia. Ma una cosa resta chiara: un disco come «Tomorrow Never Comes» può farlo solo un quartetto che ha respirato e vissuto i Settanta e ha in tasca il classico «Touch». «Tomorrow Never Comes» è stracolmo di brani, stracolmo di arrangiamenti sontuosi, di entrate e uscite generose da un punto all’altro. Un sacco di ghirigori, lucidature e dettagli. Un lavoro di impegno straordinario, che si è rivelato perfino un po’ eccessivo. Il disco ci mette più tempo a entrare sottopelle di quanto avrebbe fatto altrimenti, soprattutto se fosse stato più corto di 20 minuti. Eppure premia in pieno ogni seguace dell’AOR. Un album che merita sicuramente attenzione e che non va visto come un traguardo con cui i Touch volessero superare l’eterno e sempreverde debutto, ma come un risultato che mostra chiaramente che nel quartetto c’è ancora abbastanza carburante ad alto numero di ottano per creare nuova musica affascinante. In ogni caso dall’aspetto arcaico-rustico, molto unico.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Tomorrow Never Comes
2. Let It Come
3. Swan Song
4. Try To Let Go
5. Fire And Ice
6. Trippin’ Over Shadows
7. Frozen Ground
8. Lil Bit Of Rock N Roll
9. Glass
10. Scream At The Sky
11. Wanna Hear You Say
12. Run For Your Life

Formazione:
Craig Brooks – chitarra, voce, cori
Mark Mangold – tastiere, voce, cori
Doug Howard – basso, cori
Glenn Kithcart – batteria, cori


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