Happy The Man: The Muse Awakens

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Etichetta: Insideout Music
Data di uscita: 2004
Produzione: Happy The Man
Durata dell’album: 55.18 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 9.0/10


I progster americani Happy The Man, che alla fine degli anni Settanta avevano sfornato tre album più o meno decisamente interessanti, sono spariti completamente dalla scena musicale per quasi venticinque anni, e sembrava che fossero destinati ad appartenere per sempre ai ‘bei vecchi tempi’, quando la maggior parte della musica si faceva ancora col cuore e il profitto non era il protagonista assoluto. A differenza dei loro colleghi del prog a stelle e strisce come Kansas, Styx e Dixie Dregs, gli Happy The Man, il cui membro più noto era il tastierista Kit Watkins, poi per un breve periodo nei Camel, non sono mai entrati nella ‘serie A’ dei nomi più venerati, nonostante tutti i loro album fino ad allora fossero di un livello invidiabile. Tra i tanti appassionati di progressive rock oggi sono considerati delle perle trascurate.

Il primo lavoro davvero nuovo degli Happy The Man dopo venticinque anni (il loro terzo album era stato registrato nel 1979 ma uscì solo nel 1983, mentre «Beginnings» del 1990 e «Death’s Crown» del 1999 contenevano materiale inedito del loro primo periodo) si intitolava «The Muse Awakens». Il disco, uscito per la nota etichetta progrock InsideOut Music, era, come la maggior parte dei lavori precedenti degli Happy The Man, quasi interamente strumentale. La classica  formazione degli Happy The Man della fine degli anni Settanta è rimasta in gran parte invariata durante le registrazioni di «The Muse Awakens», con l’eccezione di Watkins, sostituito dall’ex tastierista dei Rainbow David Rosenthal, mentre il nuovo batterista è diventato Joe Joeja Bergamini, che in passato aveva suonato con Bumblefoot e Dennis DeYoung.

Virtuosismo fuori dal comune, senso dell’eclettismo fusion, complessità negli arrangiamenti e raffinatezza compositiva trasudano da ogni brano di «The Muse Awakens», e non sarà una sorpresa nemmeno per chi conosce bene il contributo di Rosenthal come co-autore nei Rainbow, dove firmò insieme a Ritchie Blackmore alcuni dei pezzi migliori del periodo tra il 1981 e il 1984. Su «The Muse Awakens» i nuovi Happy The Man sono diventati sensibilmente più orientati al jazz rock fusion rispetto alla loro incarnazione di fine anni Settanta e ogni tanto ricordano perfino un po’ la scena britannica di Canterbury.

Tutto questo si sente già nel brano d’apertura «Contemporary Insanity», che, tra le acrobazie ritmiche complicate del batterista Bergamini e del bassista storico Rick Kennell e le sfuriate di chitarra affilate come rasoi del chitarrista fondatore Stanley Whitaker, suona un po’ come se UK, Brand X e Soft Machine avessero fatto un figlio insieme. Dopo questo catalizzatore di energia, l’atmosfera si distende con la title track dai toni romantici, durante la quale l’ascoltatore può godersi per la prima volta le sottili parti di sassofono firmate dal membro fondatore Frank Wyatt.

Nonostante la notevole complessità della maggior parte della musica di «The Muse Awakens», tutti i pezzi si distinguono per arrangiamenti melodici e armonie fluide tra chitarra e tastiere, così da non risultare mai pesanti. «Sleeping Through Time» contiene splendide armonie sinfoniche sull’intreccio di flauto e piano elettrico, mentre le sfumature ritmiche nella parte iniziale del brano suonano leggermente beffarde. Nel mezzo Rosenthal serve con nonchalance un assolo complesso di sintetizzatore, a cui segue subito un assolo di chitarra di Whitaker non meno intricato.

«Maui Sunset», che si apre con il suono delle onde del mare e delicate percussioni, finché non irrompono ampie armonie di tastiera e passaggi incantevoli di flauto, è il brano più bello di «The Muse Awakens» dal punto di vista atmosferico. Per l’uso dello xilofono, l’apertura e la chiusura faranno tornare in mente a qualche ‘progofilo’ i Pierre Moerlen’s Gong. «Lunch At the Psychedelicatessen» fa capire già dal titolo che si tratta di un pezzo scherzoso: con la sua miscela di armonica scatenata, sassofono inquieto, campanacci per mucche, frasi di chitarra dal suono quasi beffardo e ritmi frammentati, ricorderà a più di uno certe band più psichedeliche della cosiddetta scena di Canterbury, con in testa i Gong guidati dall’indimenticabile Daevid Allen. «Slipstream», incentrato sul piano, crea in un attimo un’atmosfera piacevole e contiene incantevoli arrangiamenti sinfonici che faranno godere tutti gli amanti del prog sinfonico, mentre le complesse sfumature ritmiche manderanno in estasi tutti i fan del jazz fusion di qualità.

«Barking Spiders», un brano divertentissimo e ritmicamente ricco in modo incredibile, in cui il ruolo da protagonista spetta alle acrobazie chitarristiche di Whitaker, farà pensare a molti ai King Crimson, visto che il riff centrale di chitarra è praticamente rubato dal classico dei King Crimson «Red». Perché i membri degli Happy The Man, per i quali i King Crimson erano uno dei principali modelli, abbiano deciso per questa mossa poco originale resta un bel mistero. Eppure, o forse proprio per questo, potrebbe essere addirittura il pezzo più divertente e interessante di «The Muse Awakens», dove l’unica cosa non originale è soltanto il famoso riff di chitarra appena citato.

«Adrift», tranquillo e totalmente votato al jazz fusion, con in primo piano malinconici passaggi di sassofono e tastiere, rappresenta un contrasto atmosferico perfetto rispetto al brano precedente. «Shadowlites», un altro pezzo marcatamente malinconico, stavolta con Whitaker alla voce solista, che ricorda vagamente una versione più debole di Steve Walsh (ex-Kansas), è l’unico brano cantato di un «The Muse Awakens» per il resto completamente strumentale.

«Kindred Spirits», che a tratti suona quasi come una ninna nanna per bambini o come quella musica serena che nei giochi di Super Mario di solito parte quando l’idraulico coi baffi salva la principessa e la sua avventura è finita, è segnato dai suoni delicati e malinconici del vibrafono e da incantevoli armonie di tastiera. Nella golosa chiusura strumentale «Il Quinto Mare» la band sfodera un’ultima volta tutta la sua abilità virtuosistica e sperimentale, creando una giostra simfprog/jazz fusion straordinariamente divertente  e armoniosa, che farà impazzire tutti i buongustai del progrock. Con pezzi del genere ci si chiede spesso come sia possibile che questa band sia rimasta così ampiamente trascurata.

«The Muse Awakens» è stato l’entusiasmante ritorno degli ‘eroi mancati’, dati ormai per spacciati, della scena progrock americana della fine degli anni Settanta. L’incrocio perfettamente equilibrato tra elementi di prog rock sinfonico e jazz rock fusion che domina gran parte di questo album conferma che gli Happy The Man, anche dopo venticinque anni, sono rimasti maestri del loro mestiere. Dopo che sembrava ormai certo che per gli Happy The Man, dopo venticinque anni di assenza, ci fosse ancora un bel futuro con l’etichetta InsideOut Music, grazie alla quale più di una band di culto ha rilanciato la propria carriera, dall’uscita di «The Muse Awakens» in poi il gruppo è rimasto fermo. Per ora sembra che la situazione non cambierà, anche se nel 2006 Whitaker e Wyatt hanno pubblicato un album insieme intitolato «Pedal Giant Animals», che è stato la cosa più vicina a nuova musica degli Happy The Man.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
1. Contemporary Insanity (3:24)
2. The Muse Awakes (5:36)
3. Stepping Through Time (6:31)
4. Maui Sunset (5:10)
5. Lunch At The Psychedelicatessen (4:59)
6. Slipstream (4:43)
7. Barking Spiders (4:11)
8. Adrift (4:04)
9. Shadowlites (3:52)
10. Kindred Spirits (5:26)
11. Il Quinto Mare (7:22)

Formazione:
Stanley Whitaker – chitarra, voce
Frank Wyatt – tastiere, sassofoni, flauti
David Rosenthal – tastiere
Rick Kennell – basso
Joe Bergamini – batteria, percussioni


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