Bang Your Head!!! festival (primo giorno) – l’atterraggio dell’astronave Journey (2009)
Location: Messegelande / Balingen / Germania
Data: venerdì, 26.06.2009
È arrivato il primo giorno del Bang Your Head!!!, come da tradizione ormai il quindicesimo di fila. Ci stavamo ancora rimettendo insieme dopo l'”assalto” senza freni del giorno prima, segnato soprattutto dalla “battaglia di gola” e dalla “tempesta live” dello show di riscaldamento con Kreator e Jon Oliva’s Pain. Le lancette segnavano le 10.00 del mattino!
| Hatstik: 10.00 – 10.40 |
Una band che esiste da appena due anni ha aperto il festival di quest’anno a Balingen. In realtà Reutlingen, da dove vengono, è a un tiro di schioppo da Balingen, quindi li possiamo considerare dei veri padroni di casa, a cui è toccato l’onore di scaldare il palco. Sul cartellone ci sono finiti grazie a una selezione nell’ambito del concorso per un posto al BYH!!! 2009. Il trio magari un po’ di esperienza ce l’ha, ma per qualità, non per genere, non è all’altezza di festival come il Bang Your Head. Quindi ci si può giustamente chiedere cosa ci facessero lì dei ragazzi dalle “finte” moderne, ficcati a forza nel metal. Un trio statico, la cui dinamica e cinetica sul palco erano pesantemente azzoppate dal chitarrista inchiodato al microfono, che più o meno ha annoiato a morte. Poco importa la presenza scenica, visto che il loro materiale è poco interessante, prevedibile e privo di espressività. Quello che la chitarra non offre, gli HatStik cercano di nasconderlo nel “groove” della sezione ritmica, più attiva. Pure il cappello in testa al chitarrista-cantante faceva pensare che gli HatStik abbiano più in comune con i Beatsteaks che col metal o con quell’hard rock tosto che cerchiamo in un festival come il Bang Your Head!!! di Balingen. Il trio non è abituato ai grandi palchi e dovevi proprio concentrarti per riuscire a trovarli a occhio nudo, lassù. Ognuno era infatti nascosto nel suo angolino e ci stava aggrappato con zelo.
| Alestorm: 10.50-11.30 |
Questi mocciosi scozzesi, che mescolano elementi di power metal e birra inglese, sono la seconda delusione già all’inizio del festival. Non hanno carisma, né una presenza scenica curata, né un’immagine da palco costruita (a meno che non vi piaccia l’esibizione di costole da Dachau, orecchie a sventola ad angolo retto e tastiere a tracolla brandite alla maniera del pop da catena di montaggio a la Modern Talking), per non parlare del fatto che il cantante non sa cantare: storpia apposta la voce in una specie di “rantolo da ubriaco” forzatamente virile, pieno di pasticci, nasalità e oscillazioni nella potenza dell’esecuzione. L’altro punto debole della band è la chitarra. Anche lei, soprattutto nei passaggi melodici di raccordo o negli assoli ultrasemplificati, si è concessa qualche “tiro a vuoto” di semitono. Quello che salva gli Alestorm è l’incredibile popolarità di questa band tra i giovani amanti dei suoni distorti e dell’alcol, che non conoscono ancora la vera musica autentica. Questo fenomeno di miracolosa popolarità degli Alestorm non è del tutto logico e richiederebbe una spiegazione complicata, che forse la troviamo più facilmente nella promozione di intrugli alcolici da parte della band.
Per il resto si tratta di un linguaggio power metal del tutto generico e consumato, a cui innestano assoli di tastiera da pirati, filtrati attraverso un effetto fisarmonica. I brani Over The Seas, Leviathan, Terror On The High Seas, Nancy The Tavern Wench, That Famous Ol’ Spiced, The Huntmaster, Set Sail And Conquer, Keelhauled, Captain Morgan’s Revenge, The Quest, Wolves Of The Sea e Pirate Song non hanno nulla da fare su un festival così forte come il Bang Your Head. Noi che eravamo venuti al festival a cercare qualità, stavolta dagli Alestorm ce ne siamo portata a casa ben poca.
| Kissin’ Dynamite: 11.40 – 12.30 |
Il festival, a dirla tutta, avrebbe dovuto cominciare con questa band. Il quintetto, con anni di nascita tra il 1990 e il 1992, ha mostrato il vero volto del festival. I padroni di casa, che a luglio di quest’anno varano il debutto “Steel Of Swabia”, suonano una specie di collisione tra hard rock melodico e heavy metal. Se l’opener My Religion, con un ritornello semplice ma contagioso e di grande impatto, disegnava la figura di una hard rock band sul palco, brani come Out In The Rain o Steel Of Swabia l’hanno subito dissolta, facendo venire in mente il tipico approccio tedesco all’heavy metal. Più importante dei ragionamenti sui generi è il fatto che questi ragazzi, che stanno appena uscendo dal pulcino per diventare uomini, sparavano sul palco a cannonate piene. Il cantante Hannes è una figura scenica estremamente sicura di sé e scenografica, con una presenza da palco ben costruita. Alla mano destra una replica del pugno d’acciaio, in omaggio al brano Iron Fist, e soprattutto con un vocal eccellente. Scolpito, melodico e pulito, puntato sulle note più alte, espressivo in ogni registro, sfruttato al massimo. I ragazzi corrono di continuo sul palco come se avessero tracannato la pozione magica di Asterix, e intanto suonano compatti, ottimamente affiatati, senza errori evidenti. Hanno coronato un’esibizione riuscitissima e giocata a tutta forza con un’ottima cover finale, Welcome To The Jungle.
Certo, si sente ancora l’ingenuità adolescenziale, l’impetuosità e la foga, soprattutto nei testi come Addicted To Metal, ma è il motore indispensabile che fin dall’inizio spinge i Kissin’ Dynamite decisamente in avanti al 100%. Se i ragazzi manterranno la voglia di fare e la carica che hanno dimostrato in modo convincente sul palco di Balingen, di questa band in futuro sentiremo parlare bene ancora molte volte.
| Ross The Boss: 12.40 – 13.30 |
Il nostro collega dei Manowar Ross “The Boss” Friedman si è preso il tempo di farsi vedere anche al Bang Your Head di quest’anno. Ha lasciato i primi sei album con i Manowar, poi è sparito chissà dove, per tornare sulla scena soprattutto grazie alla grande memoria che il pubblico tedesco conserva del suo lavoro con i Manowar. Così è riuscito a mettere insieme un quartetto di ex membri di Divinus e Ivory Night nella formazione Ross The Boss. Il tipo ha portato al festival un repertorio fatto di brani dei Manowar e del debutto dei Ross The Boss “New Metal Leader” (2008). Il paziente pubblico tedesco, che nel frattempo si stava già cuocendo per bene al sole, ha tenuto duro testardamente sotto lo stesso sole per fedeltà ai Manowar, e di conseguenza è stato ripagato. I brani Death Tone, Gloves Of Metal, Thor (The Powerhead) e Hail And Kill hanno fatto rivivere per un po’ i vecchi, cari Manowar; il pubblico, felice e compatto, cantava i classici sotto il palco e intanto liberava nell’aria un’altra dose di decibel.
Di sicuro non si può ignorare il materiale di “New Metal Leader”, che a grandi linee è la continuazione del percorso di Ross dopo che con il disco “Kings Of Metal” ha mollato i Manowar. Si ricollega benissimo alla storia dei Manowar, e un profano a livello stilistico non saprebbe nemmeno distinguere cosa appartiene ai Manowar e cosa alla formazione Ross The Boss. Sul palco il cantante Patrik Fuchs si è presentato come un eccellente frontman, che regge con successo anche l’esecuzione di tutte le cover dei Manowar. Con un’esibizione sentita e piena di dedizione ha tenuto splendidamente insieme il concerto e, a gesti, ha infiammato il pubblico sotto il palco, visto che Ross sul palco è più o meno solo una statica figura “redneck”, impegnata a sfoggiare i suoi tatuaggi filo-americani.
| Voivod: 13.40 – 14.30 |
Il primo spettacolo davvero interessante del festival è arrivato quando sul palco sono saliti i thrasher canadesi Voivod. Tre giorni prima dell’esibizione i ragazzi avevano pubblicato il nuovo album in studio “Infini”, che hanno dichiarato ufficialmente sarà anche l’ultimo. Per farlo hanno usato vecchie registrazioni del defunto chitarrista Denis D’Amour – Piggy, morto nel 2005 di cancro. Sul palco lo sostituisce Dan Mongrain, mentre il nucleo della formazione è composto da Denis Bélanger – Snake (voce), Jean-Yves Thériault – Blacky (basso) e Michel Langevin – Away (batteria). La band ha messo in piedi uno show eccellente! Nel repertorio ha infilato brani dei suoi primi cinque album e, come ciliegina, alla fine ha suonato anche una versione “strappata” del classico dei Pink Floyd Astronomy Domine. Anche se Piggy non c’è più, Mongrain ha portato con disinvoltura le sue scarpe, e i Voivod, da vecchie volpi navigate, hanno sciorinato un classico dopo l’altro. Denis Bélanger catturava l’attenzione con la sua andatura barcollante da “fatto” totale, che ricordava i movimenti di Joe Cocker svegliatosi nel giorno peggiore della sua vita. Interessante la sua maglia dei Motorhead, con davanti la stampa della copertina dell’album “Rock N’ Roll” e dietro le date del tour “Another Perfect Tour”, che si era svolto quattro anni prima dell’uscita di quell’album. Dal punto di vista tecnico, un vero falso. Estremamente provocatorio, durante il concerto, anche il bassista scatenato Blacky, che ballonzolava apposta con un piede oltre il bordo del palco, sollevato da terra di più di tre metri.
I Voivod si sono fatti notare anche per un altro gesto. Bélanger ha distribuito alla gente un’intera cassa di bicchieri d’acqua fresca, aiutandola a superare i momenti nel pieno della peggior calura pomeridiana, e comprando così a sé e alla band un po’ di tempo per rifiatare. I Voivod sono stati la prima vera attrazione del Bang Your Head di quest’anno, perché sui palchi d’Europa questi ragazzi si incontrano estremamente di rado. Già solo per il lato sperimentale che innestano nel loro linguaggio musicale, sono dei tipi a parte sulla mappa musicale, e sarebbe un vero peccato se la band dopo questi concerti si ritirasse davvero, come forse ha fatto intendere annunciando ufficialmente che “Infini” è l’ultimo album in studio dei Voivod. L’esibizione dei Voivod è stato il momento in cui quello che succedeva al festival nel primo giorno si è alzato a un livello qualitativo superiore!
| Primordial: 14.40 – 15.30 |
I metallari irlandesi, che hanno sviluppato un loro particolare linguaggio espressivo di black metal, sono stati un’enorme sferzata di varietà per il Bang Your Head di quest’anno. Già i Voivod avevano alzato il livello del festival, ma quando sul palco sono saliti i Primordial non si poteva più scacciare la sensazione che ognuno degli artisti in cartellone volesse spostare più in alto l’asticella della convinzione. I Primordial si sono presentati incredibilmente carichi e concentrati su tutto. Oltre all’atmosfera maestosa che hanno creato con un suono possente, un abbraccio ipnotico di chitarre cresciuto su una picchiata infernalmente veloce, tutti gli occhi erano puntati sul cantante Alan A. Nemtheanga, che ha guidato con totale sicurezza l’esibizione della band. Il tipo, truccato a fondo con i suoi “corpse paint”, con la sua interpretazione sentita ha fatto sì per tutto il tempo che brani come Empire Falls, Gods To The Godless, As Rome Burns, Sons Of The Morrigan, The Coffin Ships o Heathen Tribes sembrassero reali. Reali per tutti i 50 minuti che è durato il concerto dei Primordial. Nel linguaggio unico della band, i ragazzi hanno portato i presenti per quasi un’ora nel loro mondo irripetibile di eterna tristezza e perdizione. In buona parte ha contribuito anche un suono davvero ottimo, che ha dato una mano all’impressione straordinaria lasciata da questa band con l’esibizione a Balingen.
| Sacred Reich: 15.45 – 16.40 |
Sacred Reich! Chi l’avrebbe detto? Insieme ai Voivod, gli altri “esotici” del primo giorno di festival. Anche i Sacred Reich sono una di quelle band innovative del metal che hanno sfornato un paio di dischi del loro percorso rendendoli estremamente riconoscibili e unici. Ai primi Slayer e Metallica aggiungi un po’ di rintronamento vecchia scuola alla Sabbath, il tutto rilanciato ogni tanto da frequenti cambi di motivi e di tempo. Mah, insomma… Dipende dai punti di vista. Ogni orecchio coglie le vibrazioni musicali a modo suo. I Sacred Reich si sono presentati nella formazione Phil Rind (voce, basso), Will Arnett (chitarra), Jason Rainey (chitarra) e Greg Hall (batteria). In pratica è la formazione originale del 1985, anno in cui la band è nata. Volevamo forse qualcosa di più? Assolutamente no.
Aggiungici un’ottima scaletta e il successo non può mancare. Che il thrash metal quest’anno a Balingen avesse molti sostenitori, grazie alla scelta interessante di alcune band risvegliate che si sono esibite al festival, lo ha confermato il pubblico, che sotto il caldo per niente simpatico del pomeriggio si è accalcato sotto il palco nel numero di gran lunga più alto fino a quel momento del festival. Vedere i Sacred Reich in Europa nel nuovo millennio non è proprio roba di tutti i giorni. Soprattutto quando la band dichiara di non avere in programma un nuovo album. Ma veniamo finalmente all’esibizione. Phil Rind resta la prima e unica voce della band. La potenza vocale è rimasta intatta, così come l’espressività. Rind negli anni di attività musicale ha messo su un bel gruzzoletto di chili di troppo e sul palco più o meno rotolava come una “polpetta”. Un chilo o due li avrebbe potuti regalare tranquillamente al collega Will Arnett, che è il suo vero opposto, perché all’apparenza sembra un Cristo smagrito tornato dal Sahara dopo 40 giorni di tentazioni col diavolo, oppure una mummia imbalsamata a cui durante una passeggiata pomeridiana sono cadute tutte le bende. Per fortuna si è calcato in testa un cappellino da “redneck” e ha conservato il suo marchio di fabbrica.
Del resto conta solo l’esibizione. E i Sacred Reich macinavano come se avessero vent’anni. Senza errori e con una foga indomabile. Il materiale in scaletta era calibrato alla grande. Su 12 brani in tutto, ben 4 da “The American Way”, poi tre dal debutto “Ignorance”, e hanno chiuso con la popolarissima Surf Nicaragua. Immancabile anche la cover dei Black Sabbath War Pigs, che il pubblico ha chiesto a gran voce durante il concerto. L’ottima forma della band e la convinzione dell’esecuzione sono la prova che i Sacred Reich hanno ancora fame di sangue e che forse in futuro possiamo aspettarci qualche altro tour europeo della band, magari orientato più vicino alla Slovenia.
| Sodom: 16.55-17.55 |
Il nome che forma la sacra trinità tedesca, per non dire la trinità europea del thrash metal Sodom – Destruction – Kreator, sotto il palco ha mantenuto lo stesso profilo di ascoltatori. Solo che il loro numero si è ulteriormente infittito. A quel punto non potevi più passeggiare tranquillo dal lato sinistro dell’area del festival a quello destro (o viceversa) senza fare un largo giro attorno agli stand di fast food, bigiotteria e altra roba interessante e, più o meno, a volte persino utile. In Germania i Sodom rientrano nella categoria delle band molto stimate. Sono padroni di casa, che ci vuoi fare. Lo ha ammesso anche l’indomabile capobanda Tom Angelripper, che ha salutato il pubblico così: “Halo Balingen!!! Wir sind endlich zu Hause!” Questo ha mandato in piedi in un attimo circa 10.000 spettatori e lo show è cominciato!
I Sodom, che dal 1997 suonano in una formazione costantemente solida con Tom Angelripper (voce, basso), Bernd “Bernemann” Kost (chitarra) e Bobby Schottkowski (batteria), come previsto hanno preparato una scaletta equilibrata. Metà dei brani veniva dal periodo di ferro degli inizi di carriera, l’altra metà dagli ultimi tre dischi, con cui i Sodom hanno rilanciato il loro approccio thrash vecchia scuola. Il brano Axis Of Evil dall’ultimo album “The Final Sign Of Evil” (2007) la band l’ha dedicato al defunto re del pop Michael Jackson, morto poco prima di mezzanotte del giorno precedente.
Lo spettacolo di soli tre tizi che sparano thrash e terrorizzano la massa sotto il palco era travolgente. Affascinava rendersi conto di come tre soli membri riempiano e coprano alla grande lo spazio sonoro. Il riffing di Bernemann era eccezionale nel suo suono arroventato e affilato, e il chitarrista non ha perso un briciolo di credibilità nei passaggi in cui doveva buttarsi negli assoli. I Sodom hanno scaricato una dose di rumore che fino ad allora al festival non era riuscita a tirar fuori nessuna delle band in cartellone. Altrettanto magnifico era vedere il fedele pubblico tedesco partecipare con foga al trio sul palco mentre rotolava il suo materiale. I Sodom hanno condito la loro esibizione compatta e affiatatissima, senza un errore, con il brano Bombenhagel dal loro secondo album “Persecution Mania”, che oggi ha più di vent’anni, incenerendo così i corpi sotto il palco. Era più che evidente che i Sodom sul suolo di casa sono davvero imbattibili. La voce di Angelripper funziona in modo letale!
| Lita Ford: 18.10 – 19.20 |
Un cambio totale di atmosfera al festival lo ha portato nel tardo pomeriggio la diva dell’hard rock Lita Ford, tornata sui palchi l’anno scorso dopo 15 anni di silenzio. In studio, pare, starebbe anche nascendo il materiale per un nuovo album. Lita, che l’anno scorso ha incontrato Abramo e che è accompagnata da una formazione interessante, in cui spicca soprattutto il nome del tastierista Michael T. Ross (Angel, Hardline, XYZ), ma anche i nomi di Ron Thal (chitarrista dei nuovi Guns N’ Roses), P.J. Farley (basso, Trixter, Raa) e Denis Leeflang (batteria, Bumblefoot) non sono da buttare, non ha avuto una giornata proprio fortunata. Fin dall’inizio sul palco faceva i capricci il suono. La cantante, già all’inizio con il brano Larger Than Life, ha pestato i piedi furiosa un paio di volte e a gesti cercava di far capire ai tecnici di abbassare il volume della batteria. Visto che la situazione non migliorava per niente, la donna ha iniziato a perdere le staffe. Prima ha scagliato la sua giacca giù dal palco, che è volata dritta in faccia a una fotografa fortunata sotto il palco, poi ha mostrato il suo malcontento soprattutto con un atteggiamento irrispettoso verso il suo strumento (la chitarra), che un paio di volte ha scaraventato a terra sul palco in modo davvero brutale.
Evidentemente quell’energia dalla cantante si è trasmessa a tutta la band, che durante l’esibizione ha commesso qualche errore; Lita non si avvicinava più al microfono a piena voce e si sentiva che sul palco non ci metteva impegno. Un grosso buco nell’esibizione si è spalancato soprattutto quando la band ha iniziato a suonare la cover di Ozzy Osbourne Mr. Crowley, dove soprattutto la chitarra ha mostrato una buona dose di immaturità nel seguire le orme di Randy Rhoads. Perché Lita Ford si sia messa a fare questa cover non mi sarà mai chiaro. Sarebbe stato meglio aggiungere al repertorio qualche caramellina del periodo delle The Runaways.
La cantante ha indirizzato il repertorio soprattutto sugli album “Lita” (1988), Stilleto (1990) e “Dangerous Curves” (1991), con un’enfasi su “Lita”, con cui ha anche chiuso l’esibizione, con i brani Close My Eyes Forever e il superhit Kiss Me Dadly, che alla fine ha portato qualche raggio di sole in questa esibizione piuttosto sfortunata, che dimenticheremo il prima possibile. Aggiungo anche che durante l’esecuzione dei brani del tutto nuovi Piece (Hell Yeah) e Betrayal, con cui la band ha annunciato sul serio l’uscita del nuovo album in autunno, sul palco per i duetti si è unito a Lita suo marito, ex membro dei Nitro, Jim Gilette, che sarà anche il produttore del nuovo disco di Lita.
| U.D.O.: 19.40 – 20.50 |
Il penultimo del primo giorno di festival è salito sul palco, l’ex urlatore degli Accept Udo Dirkschneider con la sua band U.D.O. Sotto il palco regnava una vera euforia all’insegna della grande attesa per l’esibizione della band. È incredibile quanto siano popolari gli U.D.O. in Germania. La band è attiva più che mai nella carriera e pubblica con regolarità album in studio a distanza di due anni, con un’intensa promozione tramite tour. Inoltre sono la logica continuazione dei mitici Accept e nel loro repertorio dal vivo includono regolarmente molti brani della band citata. Le sensazioni durante il concerto degli U.D.O. erano simili a quelle dell’esibizione dei Sodom. Di nuovo sul palco c’erano dei tedeschi e di nuovo i tedeschi hanno mostrato la loro indistruttibilità sul suolo di casa. La differenza era solo che gli U.D.O. hanno portato sotto il palco circa 15.000 persone, se non di più. Insomma, sotto il palco ribolliva!
Il nucleo della band oggi resta invariato. In formazione c’è solo il nuovo batterista (di nuovo italiano) Francesco Jovino, per il resto attorno al vecchietto dai capelli grigi, come sempre sul palco, c’erano Fitty Weihnold (basso), Igor Gianola (chitarra) e il “buddy” di Udo ai tempi degli Accept, Stefan Kaufmann (chitarra). La band, che sa esattamente cosa vuole e cosa pretende da loro il pubblico di casa, non è certo rimasta con le mani in mano e ha attaccato direttamente con i classici degli Accept Metal Heart e Midnight Highway, facendo cadere Balingen, in un lampo, in un vero delirio. Era eccezionale la sensazione di partecipazione appassionata, in particolare nei ritornelli cantati in coro degli inni degli Accept come del materiale degli U.D.O. (Thudnerball, Man And Machine, i più recenti Vendetta o 24/7)., in cui non sono mancati i classici del debutto Animal House e They Want War.
Visto che gli U.D.O. avevano un limite di tempo di 70 minuti a disposizione, hanno infilato un brano dopo l’altro, e Dirkschneider solo nel bis si è preso un po’ di spazio per presentare la sua band sul palco. Vocalmente Dirkschneider è ancora oggi una figura sicura e dominante, adornata dalla forza del carisma e da una presenza scenica sentita. Vestito da veterano di guerra del Vietnam, per scherzo teneva il pubblico sotto scacco, tanto che questo gli mangiava in mano per tutto il tempo. Nell’intenso bis, che gli U.D.O. hanno aperto con la contagiosa Holy, dove si sentiva comunque che anche Dirkschneider deve adattare un po’ la curva della linea vocale, purtroppo il peso degli anni si fa sentire, i ragazzi hanno spedito l’auditorium ancora una volta in estasi con i classici degli Accept Balls To The Wall e I’m A Rebel. L’esibizione degli U.D.O. a Balinigen ha dimostrato che il detto “Le metal band tedesche si guardano in Germania” è più vero che mai. Un ottimo show dalla testa ai piedi!
| Journey: 21.20 – 23.00 |
I Journey sono stati in realtà un capitolo a parte, non solo nel primo giorno del festival, ma in tutta la quindicesima edizione consecutiva del Bang Yor Head!!! di quest’anno. Personalmente mi ritengo molto privilegiato e onorato di aver potuto finalmente condividere la magia di questa formazione anche a un loro concerto. Quello che senti e scopri nei loro album in studio a volte sembra davvero non venire da questo mondo. I Journey sono i perfezionisti della creazione di una cantabilità melodica di altissimo livello nei brani rock. Possiamo dire che hanno sempre brillato nel dono di comporre una compattezza melodicamente impeccabile, e le loro canzoni, anche “al primo colpo”, ti si infilano sotto la pelle all’istante.
La band, sulla quale erano nati seri dubbi che potesse ancora proseguire con sicurezza il suo cammino, soprattutto per quanto riguarda i concerti, una volta chiaro che Steve Perry non sarebbe mai più tornato da loro, ha preso nelle vele un vento fresco. Grazie a YouTube ha scoperto un ragazzo che alle Filippine guidava la sua tribute band ai Journey. La somiglianza del timbro di voce e della presenza scenica era sbalorditiva rispetto all’apparentemente insostituibile carisma di Perry, e i Journey non hanno esitato a mettersi in contatto con lui. Con l’arrivo di Arnel Pineda al ragazzo si sono realizzati i sogni, e i Journey possono proseguire con tutta credibilità il loro cammino di grande perfezionismo musicale. Lo hanno dimostrato anche con la fresca uscita in studio “Revelation” (2008), che ha confermato ancora una volta l’unica, inconfondibile grandezza dei Joruney.
Questi signori sono arrivati finalmente a dare una piccola lezione a tutti quelli, in particolare dalle file dei metallari irrigiditi e testardi, che il loro masturbarsi sulla stonatura di semitono con la raffinatezza melodica se lo possono infilare da qualche parte. Il primo a comparire sul palco è stato il chitarrista Neal Schon. Con lo sguardo di una severa concentrazione ha aspettato tranquillo che finisse la parte introduttiva. Questi signori aprono l’esibizione con Separate Ways (Worlds Apart) ed è lì che capita alla band il primo e, in verità, unico errore. Pineda ha cominciato a cantare il primo verso del brano “un giro” troppo presto. Neil Schon ha girato di scatto la testa verso il cantante e gli ha puntato addosso uno sguardo torvo. A Pineda non sono serviti molti secondi per capire di averla fatta fuori dal vaso, si è finalmente riagganciato all’ossatura del pezzo e intanto si è avvicinato a Schon per dargli una specie di “spiegazione”. Tutto a posto. Da lì in poi il concerto dei Journey è stato una vera avventura nel mondo della perfezione sonora. Un suono come uscito da una scatolina, che avevo avuto la fortuna di sentire finora solo una volta, al festival Gods Of Metal 2006, quando avevo assistito al concerto dei Def Leppard, ha creato un’esperienza che, in termini di qualità esecutiva, si collocava qualche gradino sopra il livello di cui avevamo potuto godere durante le esibizioni delle band precedenti. La risposta al perché fosse così non è nemmeno troppo lunga da cercare. La band esiste dal 1973 e finora ha venduto nel mondo più di 80 milioni di copie dei suoi album.
Pineda ha cantato in modo brillante. Se chiudevi gli occhi, faticavi a capire se sul palco ci fosse davvero Pineda o Perry. Il cantante ha comunicato magistralmente col pubblico per tutto il tempo, durante il concerto stava per lo più su una speciale passerella del palco, da cui, a soli un metro di distanza, accendeva il pubblico sotto il palco. Faceva un gran bene anche la sua acrobatica mobilità, quando ha fatto qualche salto selvaggio dal palco alla passerella citata, eseguendo in aria una spaccata!
I Journey dal vivo davvero non risparmiano né carburante né decibel. La chitarra di Schon è forte e taglia nei riff, tanto che uno ha la sensazione di un volume straordinario della band, anzi di vera e propria dinamite da hard rocker, quando i Journey salgono sul palco. Schon regnava con un controllo straordinario del suo strumento, con la raffinatezza da filigrana di una presa morbida. Con la perfezione solistica, un capolavoro noto, di come offrire con poche note di base una melodia convincente e sottopelle, pungente. Macinava con un’incredibile sicurezza, durante il concerto più volte chiudeva proprio gli occhi, se non alzava la testa in segno di intesa. Raramente durante il concerto ha puntato lo sguardo sul manico della chitarra.
Dopo Stone In Love Jonathan Cain è tornato alle tastiere, sul palco aveva persino un pianoforte (rosso), e la band si è lanciata nella fantastica Rubicon. Il suono pieno e perfettamente bilanciato in ogni componente. Su Deen Castronovo non vale nemmeno la pena sprecare parole. Un fantastico lavoro alla batteria, che alimentava in particolare la vivacità scenica e la realtà della magia dei Journey.
Il concerto è volato via di fretta. I Journey non hanno nemmeno fatto il “teatrino” del bis, così il pubblico ipnotizzato alla fine ha mandato verso il palco non pochi fischi quando sul palco è comparso solo l’organizzatore del festival Horst E. Franz, che ha cercato di calmare il pubblico dicendo che il primo giorno del festival era alle spalle.
Tutto lasciava intendere che il bis non ci sarebbe stato, perché i Journey in chiusura hanno infilato il loro mega hit Any Way You Want It, prima di lei, altrettanto d’obbligo, Don’t Stop Believin’. Di certo il materiale rimasto a disposizione era ancora tanto. Nel dubbio sulle ballad hanno preferito Faithfully a Open Arms, e nella manica restavano ancora assi non sfruttati, come per esempio Send Her My Love, Who’s Crying Now, o Lovin,’ Touchin,’ Squeezin’. Ma il tempo per tutto era semplicemente troppo poco.
Il brano Wheel In The Sky è stato ulteriormente condito da un preludio di Neal Schon e Jonathan Cain, che hanno soffiato nel pezzo un ulteriore profumo di melos del Sud, e poi, soprattutto nel ritornello, il pubblico ha di nuovo sostenuto la band in estasi. Naturalmente il pubblico comprendeva una popolazione di ascoltatori un po’ più anziana. Musica matura, per annate mature, che sanno che i loro organi recettori si meritano molto più del semplice, primitivo grattare di semitoni e ronzio. L’esibizione dei Journey è stata in realtà un breve atterraggio di esseri di un’altra galassia, che per 100 minuti sono scesi sulla Terra con un disco volante per ricordare ancora una volta alle masse cos’è la pura perfezione della compiutezza melodica nella musica rock. I Journey hanno dimostrato a Balingen di essere, da questo punto di vista, maestri del loro mestiere del tutto intoccabili, e che lo restano anche nel nuovo millennio. Grandi guru della musica, davanti ai quali non possiamo che inchinarci. Grazie Journey. Ci vediamo presto!
Il primo giorno del festival è filato secondo il programma orario. Gli organizzatori, esperti e rodati, hanno condotto il festival con sicurezza e le band non sono state costrette ad aspettare di sfogarsi sul palco. La Volksbank Messehalle, appena costruita, a due passi dal palco del festival offriva non solo svago nel mercatino del metal, ma anche tanta ombra, dove durante la giornata abbiamo potuto rinfrescare le zucche ben arroventate. Dopo i Journey ci stava un kebab, e in compagnia bisognava anche tirare le somme per bene delle impressioni e rimacinare chi era stato chi nel primo giorno del festival. I Journey nel primo giorno sono stati davvero un capitolo a parte, di cui anche l’indomani si parlava solo al superlativo!
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik






















































