Gli Alestorm conquistano senza pietà la capitale ungherese con una tempesta pirata! (2022)

Foto: DENIS PARADIŽ 2022
0 308.485

Band: Rumproof, Visions Of Atlantis, Alestorm
Location: Barba Negra / Budapest / Ungheria
Data: domenica 3/7/2022


Giornata di pirate metal a Budapest. Chissà cosa direbbero i Running Wild! Il sole era ancora alto nel cielo e da lassù picchiava senza pietà, provocando scottature, mentre la festa con la “degustazione di rum” era già partita. Con la band locale dal taglio piratesco e un po’ “tracannone”, i Rumproof. I folkmetaller di Pécs, in Ungheria, sono saliti sul palco alle 18:10 in punto. Cioè appena dieci minuti dopo l’apertura dei cancelli del Barba Negra. Per più di 1000 persone che si fiondavano in prima fila, arrivare sotto il palco in tempo è stato un bel boccone da mandare giù. Nonostante la scarsa notorietà internazionale (anche se esistono dal 2014), i Rumproof hanno servito un riscaldamento eccellente. In tasca hanno l’EP “Black Flag in The Sky” (2014) e il debutto in studio “Rogues of the Seven Seas”, uscito nel 2016. Con la title track di quest’album hanno aperto un set rovente e annaffiato di rum. In patria la band è piuttosto conosciuta. Allo stesso tempo ha sfoderato un’interpretazione tutta cuore, riscaldando usi e costumi della pirateria, sotto cui impacchetta un linguaggio musicale già masticato e rimasticato. Per la festa, anche qualche pezzo scritto in ungherese. E i ragazzi ci sono riusciti. Infuocati, appassionati, brevi ed efficaci.

I Rumproof hanno raccontato dal palco che non suonavano dal vivo da più di due anni. Pare che per questo show non si siano nemmeno preparati più di tanto. Evidentemente la chiamata dell’organizzatore gli è arrivata letteralmente alle spalle. All’ultimo secondo. Per prepararsi si sono presi solo qualche ora. Ma non si è sentito. L’esibizione è riuscita alla perfezione.

È seguita l’esibizione della formazione internazionale, franco-italo-austriaca, dei Visions of Atlantis, che da poco hanno scoperto il gusto di flirtare con i temi pirateschi. La band va avanti da una ventina d’anni e ha attraversato e superato una serie di versioni e incarnazioni. Intorno al 2013 ha cominciato a trovare stabilità, soprattutto dopo l’arrivo della graziosa, tosta ed energica francese Clémentine Delauney, che ha preso in mano la voce femminile principale. La band ha quindi trovato da poco ispirazione nelle leggende sui pirati e di conseguenza ha adottato costumi di scena e scenografia a tema, ma la base di tutto è ovviamente l’attuale nuovo e ultimo album in studio, intitolato “Pirates”. Uscito quest’anno. L’ottavo in tutto. Clémentine, insieme al co-cantante Michele Guaitoli, ha curato un ingresso sul palco a dir poco cinematografico. Professionale! In tutto. Con i Visions Of Atlantis non si scherza (più). Mai più. In mezzo al diluvio di gruppi di power metal sinfonico hanno dovuto sperimentare e tastare più nicchie per riuscire in qualche modo a sfuggire alla condanna di vivere per sempre all’ombra di gente come Epica e Nightwish. Tanto di cappello alla band per la testarda perseveranza. Con la sfida nel sangue sono riusciti a conquistarsi una solida base di fan e questo li ha fatti decollare. Semplice. Negli ultimi anni i Visions Of Atlantis sono diventati bollenti. Da gruppo medio, dal vivo quasi dimenticabile, sono cresciuti fino a diventare un’entità musicale in carne e ossa. Oggi la band osa salire senza problemi su palchi dove, tra l’altro, c’è anche un’orchestra sinfonica in formato extralarge. Be’, il concerto di Budapest era “classico”. Un quintetto! Quello che preferiamo. Una scheggia di shrapnel in testa. Senza fronzoli. Molto più diretto. Rovente e incisivo. Melodico e carico di pompa. Da inno. Clémentine e il suo “compagno di sventure vocali” Guaitoli si sono di nuovo intesi alla grande. Ovviamente gli occhi erano tutti puntati sulla cantante, che con una leggerezza da piuma teneva in pugno le teste surriscaldate, ovvero il pubblico, che fino a quel giorno aveva assimilato benissimo, tra l’altro, anche i brani freschi dell’album “Pirates”. Sì. Il cuore del concerto ruotava attorno ai contenuti del nuovo album. Dinamico e vissuto fino in fondo. Sicuro e fiducioso. Con questa esibizione i Visions Of Atlantis hanno dimostrato che la sfida e la perseveranza alla fine hanno pagato. Certo, il livello di Falco è irraggiungibile, ma quel tizio con il metal non c’entrava granché. Visto il trend, con la carriera del gruppo in costante ascesa negli ultimi anni, i Visions Of Atlantis potrebbero diventare una delle band di maggior successo commerciale d’Austria. Nel campo del metal, ovviamente. Su questo noi sloveni ci facciamo beffe degli austriaci, anche se con la promozione non è che ce la caviamo benissimo. Il che non va bene. Ma è così. Insomma, abbiamo detto abbastanza. Ottima performance, senza uno scivolone, né finto né udibile. I Visions Of Atlantis continuano a salire a testa alta! Il pubblico ungherese, che sappiamo non parlare inglese (leggi: “ahhhh che fascino esotico”), ha confermato che i Visions of Atlantis in fondo sono di casa anche in Ungheria, perché durante il concerto ha partecipato a tutta voce cantando.

A fine esibizione la band si è lamentata di aver faticato a sopravvivere tre anni senza i suoi fan ungheresi! Il solo scenario del Covid-19 ha impedito al gruppo per ben tre volte il tour da “headliner” e quindi la visita alla capitale ungherese. Prima di lasciare il palco, i Visions of Atlantis hanno spiegato al pubblico che proprio questo concerto era il ritorno della band e hanno promesso di tornare in Ungheria prima della fine dell’anno.

Finalmente! È l’ora degli Alestorm! Senza ritardi e senza perdere tempo hanno tolto il fiato al pubblico appena arrivati sul palco. Le urla belluine, che ci sono a ogni concerto ungherese, non accennavano a calmarsi, finché il cantante Chris non ha detto le prime parole. A quel punto più di 1000 persone sono ammutolite e, come se a parlare fosse il loro capitano, hanno ascoltato le sue parole. Il fatto che fossero un’esortazione tipo “Are you ready to party” ha infiammato ancora di più la folla, spingendola in un delirio quasi frenetico, con moshpit a non finire già dal primo pezzo, Keelhauled.

Con gli Alestorm si vede che non si tratta di una tipica band folk metal, e nemmeno di una band che si presenterebbe pubblicamente come metal. Cosa evidente anche dalla composizione del pubblico. Che, a giudicare dall’abbigliamento, in gran parte sembrava vestito per un concerto di Vili Resnik. Speriamo che Vili legga RockLine. Ne sarà entusiasta. Il rum se lo scola già! L’altra metà, ovviamente, vestita da pirata. Va sottolineato che questo è stato il più grande “concerto da headliner” degli Alestorm. Da quando esistono. Intanto in testa mi frullava una domanda da profano: “Perché l’Ungheria? Perché per l’uscita del nuovo album intitolato Seventh Rum of a Seventh Rum hanno scritto un pezzo in ungherese? Oltre al lago Balaton il paese non ha granché, figuriamoci i pirati!”

Le risposte si sono dissolte quando, al secondo pezzo in scaletta, il breve MC è stato condotto dal chitarrista Máté Bodor in ungherese fluente. Alla fine è diventato chiaro che il chitarrista solista era tornato a casa. Letteralmente, visto che a quanto pare è cresciuto a meno di un chilometro dal luogo del concerto. L’alcol, ovviamente, scorreva, e non a rivoli, ma a fiumi in piena. Come la Sava durante una piena secolare, dopo una settimana di acquazzone estremo. La band si è di nuovo persa nel canto, o meglio nelle urla del pubblico, con il pezzo Mexico, dove chitarrista e cantante hanno regalato un bel po’ di “fanservice” al gentil sesso, mettendosi a baciarsi con la lingua sul palco a venti centimetri di distanza (e a circa 30 cm dall’autore di questo articolo, che in quell’occasione, a due passi dalle “lingue intrecciate”, ha subito anche la funzione di fotografo ufficiale: “piangente”). Tutto il concerto è stato condito dai commenti comici del cantante Chris, che ha tenuto alto l’umore epico di tutti i presenti. Anche se l’intero concerto è stato un’unica grande festa, la festa non è calata nemmeno nel bis obbligatorio, quando gli Alestorm hanno attaccato con Drink. Per un secondo ho pensato che il pubblico avrebbe buttato giù il palco. Era il pezzo più atteso. Il penultimo brano ha invece riproposto lo speciale legame tra la band e il pubblico ungherese. Si tratta di Nyár van (uscito per la prima volta nel 1985), considerato il pezzo più cult degli anni ’80 per il popolo di lingua ungherese. Il cantante Chris l’ha annunciato a inizio pezzo: “I Don’t speak Hungarian, but I’ll try”, poi, dopo la prima strofa, a dargli una mano sul palco è arrivato il cantante Leander Köteles, che ha raggiunto la notorietà (fuori dalla sfera metal in cui opera per lo più) nel 2019, quando ha partecipato al concorso DAL (la versione ungherese dell’EMA, la preselezione per l’Eurovision).

Per finire, ovviamente Fucked With an Anchor! Quelli al centro erano in aria per tutto il pezzo. In un paio di momenti il cantante ha lasciato la voce direttamente al pubblico, che ovviamente l’ha sovrastato.

Come detto, è stato il concerto più grande e anche più lungo degli Alestorm da quando esistono, nel 2004, e ha regalato una serata unica. Band come gli Alestorm e altre (le cosiddette “band non serie” – Electric Callboy, We Butter Our Bread With Butter, TurboBier e molte altre), che con l’umorismo avvicinano il metal e i suoi sottogeneri a un pubblico più ampio, sono spesso detestate dai fan del cosiddetto “daddy metal” (se non ci sono le borchie non è niente :)), ma gli Alestorm convincerebbero sicuramente e con largo margine anche i metallari vecchio stampo, ben ancorati alle proprie idee, se solo andassero a un loro concerto. Il concetto della pirateria e della sua esaltazione, soprattutto quando si arriva a bere rum e, in questo caso, ale, è un’usanza da tempo nota tra i capi del metal, ma si dice che per band di questo tipo sfondare sia sempre stato difficile. Questo trend è cambiato parecchio ai tempi del COVID e quest’anno, con le sale concerti che finalmente riaprono, dimostra che a battere i record di presenze ai concerti sono proprio queste band. Gli Alestorm li rivedremo di sicuro prima o poi, e fino ad allora vale il motto:
“We live each day like there’s nothing to lose
But a man has needs and the need is booze
They say all the best things in life are free
So give all your beer and your rum to me!
“

Autore: Denis Paradiž
Foto: Denis Paradiž


Scaletta dei Rumproof:
1. Intro
2. Rogues of the seven seas
3. Blood of the kraken
4. Kótyagos Álmok
5. Haunted Tavern
6. Szittyós John
7. Kalózszív
8. Black Out

Scaletta dei Visions of Atlantis:
1. Pirates Will Return
2. A Life of Our Own
3. Heroes of the Dawn
4. Clocks
5. The Silent Mutiny
6. Master the Hurricane
7. Melancholy Angel
8. Legion of the Seas

Scaletta degli Alestorm:
1. Keelhauled
2. Treasure Chest Party Quest
3. Mexico
4. The Sunk’n Norwegian
5. Magellan’s Expedition
6. Shipwrecked
7. Seventh Rum of a Seventh Rum
8. Alestorm
9. Tortuga
10. Hangover (orig. Taio Cruz)
11. Zombies Ate My Pirate Ship
12. Nancy the Tavern Wench
13. Rumpelkombo
14. P.A.R.T.Y.
15. Magyarország (prima volta dal vivo)
16. Captain Morgan’s Revenge
17. Shit Boat (No Fans)
—bis—
18. Drink
19. Pirate Metal Drinking Crew
20. Nyár van (orig. Neoton Família, prima volta dal vivo, più Leander Köteles)
21. Fucked With an Anchor

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie