Jeff Beck e l’ospite speciale Johnny Depp: l’inafferrabile maestro della chitarra e lo sfavillio ‘hollywoodiano’ a Pordenone (2022)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2022
0 16.422

Location: Pordenone / Parco San Valentino / Italia
Data del concerto: mercoledì 20 luglio 2022


Incredibile ma vero. Jeff Beck, l’asso degli assi della chitarra, che in tanti incensano come il chitarrista rock dei chitarristi rock, in combo con un ospite speciale, la star del cinema hollywoodiano Johnny Depp. Sullo stesso palco. Nello stesso momento, ovviamente. Insieme, insomma. Il loro album in coppia, “18”, ha in qualche modo commesso questo crimine ideologico. Ma il mondo dello spettacolo nel rock and roll ha fame e sete di mosse e manovre nuove, fuori dall’ordinario ed eccitanti.

Il concerto di Pordenone è stato interessante sotto molti aspetti e ci si potrebbe filosofare sopra giorno e notte. Concentriamoci solo sul pubblico. Vecchio, vecchio da una parte e giovane, giovane dall’altra. Le prime quindici file erano zeppe di fan di Johnny Depp, e poche di loro, se non nessuna, avevano mai sentito parlare di Jeff Beck. Lontano, lontanissimo in fondo all’area gremita, invece, c’era il pubblico di una certa età, che era venuto a togliersi la curiosità solo e unicamente per una persona. Jeff Beck. Il contrasto tra il pubblico anticipava il contrasto che quella sera ci siamo trovati davanti sul palco di Pordenone. Un contrasto ancora più intenso. Ma andiamo con calma.

Erano le nove e un quarto passate. Sold out. Quindi 5.000 persone in un’area che ne accoglie senza problemi anche 8.000, ma le restrizioni dei ‘nuovi scenari’ non lo permettono. Quella storia degli 8.000. Era una cosa di una volta. Ma neanche tanto tempo fa. Nel pubblico non sono mancate nemmeno alcune ‘mascherine’. Soffocante. Claustrofobico. Commento fuori luogo, ma un fatto che fa male. Poi sul palco sale l’unico e inimitabile. L’illustrissimo Jeff Beck con la sua Fender Stratocaster bianca. Jeff è il re. Il suo tocco, la sua presa. Maestoso. Unico. Quella sensazione di quando Blackmore prende in mano la sua Stratocaster per cinque minuti durante i concerti dei Blackmore’s Night. Certo, l’incontro dal vivo con Beck è tutta un’altra storia, ma altrettanto unica. Solo in un altro modo. Ma quella di Blackmore dura appena cinque minuti. Qui invece la figura irripetibile della fusion jazz-rock, del blues rock, dell’hard rock, del pop rock e di un artista che ha provato e intessuto tante svolte che l’hanno portato a fondere pietre miliari di genere apparentemente inconciliabili, è un unicum a modo suo. Jeff Beck fa tutto a modo suo. È un autodidatta, un self-made man. Per chi prende in mano una chitarra per la prima volta, Jeff è, nonostante tutto il ‘fardello’ scolastico che comunque va assimilato, una valvola di sfogo senza limiti di fascinazioni ispirate, che influisce sul giovane chitarrista facendogli capire quante cose si possano ancora fare suonando la chitarra, cose che una scuola di musica non potrà mai mostrarti. Beck può essere la guida verso i sogni più bagnati di chiunque entri nel mondo dell’apprendimento della chitarra. Quello è l’universo. L’universo del singolo. L’universo di ogni musicista. E Jeff Beck ha portato il suo seguire da autodidatta il ‘feeling’, gli istinti interiori e il senso musicale, al massimo livello di espressione artistica individuale. Si è evoluto in modo naturale. Genuino. Concreto. Potremmo dire in un certo senso persino d’istinto, o meglio: sensuale e appassionato. Per questo Beck è inafferrabile. Unico. Per mezz’ora ci siamo goduti la sua brillantezza. A quel punto eseguiva il materiale ancora senza Depp sul palco. Sostenuto dalla incredibile bassista Rhonda Smith e dalla batterista Aniko Nilles, che gli offrivano a tratti una cinetica funk incondizionata e seducente, ha subito conquistato tutti con una personalissima versione dei Mahavishnu Orchestra, You Know You Know, seguita dalla cover di Stratus di Billy Cobham e così via, fino all’eccezionale pezzo blues Brush With The Blues, che ha confermato in un attimo perché The Yardbirds gli stessero stretti. Indescrivibile. Quante forme, quante emozioni. Quante sensazioni. Sensibilità. Ma per Jeff, nel suo 79° anno di vita, comunque la si giri, routine. Insomma, ipnosi. Il suono che si diffondeva era il suono chiamato Jeff Beck. Tremolo, controllo. Trucchi dei trucchi. Finezze delle finezze. Persino Gilmour ha solo da imparare. Una sola e identica nota, suonata più volte, ma sempre con un accento diverso, un’emozione diversa, un’idea diversa, un’aria diversa. Naturale, del tutto naturale. Magia ed energia dell’universo. Quando le due trovano via libera attraverso il trasformatore giusto, l’obiettivo è raggiunto. Questo è Jeff Beck. Pelle d’oca! Brividi lungo la schiena. Unico. Jeff Beck.

Ovviamente, però, ogni bel gioco dura poco. Ogni bel gioco? Dipende dai punti di vista. Almeno metà del pubblico smaniava che la prima mezz’ora finisse il prima possibile. Noi altri, che nella musica sappiamo trovare anche qualcosa di più, sapevamo che l’arrivo di Johnny Depp sul palco avrebbe significato più o meno puro show teatrale. Beck ha avuto il suo tornaconto, perché in un certo senso ha piazzato un altro dei suoi concerti attuali, mentre il discutibile album “18”, frutto della collaborazione tra i due musicisti, è un disco che ha ricevuto molte più discussioni e articoli di qualsiasi altro album di Beck dopo, diciamo, “Wired” (1976). Non è più una novità, e non serve essere ‘Einstein’ per sapere che questo tizio si mangia Page e Clapton insieme in un boccone, e al tempo stesso resta l’ironia che si tratti di un uomo a cui, nella carriera, non era destinato un exploit commerciale al livello dei due citati.

Ed è qui che entra in scena il nostro Johnny. Depp è Depp. La sua reputazione di star di Hollywood è inafferrabile. Per giunta, di recente ha rifilato l’ultimo schiaffo ad Amber. In tribunale. Uova e altro non le ha lanciate nessuno sul palco, il che significa che tra il pubblico non c’erano sostenitori della sua ex compagna Amber Heard. Il pubblico ribolle. Urla di adolescenti. Né più né meno che ai tempi dei The Beatles. Johnny ha portato sul palco un contrasto eccezionale e, in un certo senso, affascinante sotto ogni aspetto. Di nuovo, ci sono più angolazioni possibili. Ma restiamo positivi. Non è una novità che i palati fini, venuti a Pordenone quella sera in primo luogo solo per Beck, siano stati salvati anche nel prosieguo del concerto proprio da Beck, che riempiva lo spazio disponibile del repertorio con la cultura art autoctona della sua bibbia a sei corde. Anche con una manciata di strutture jazz. Per quella parte di pubblico Johnny era superfluo e dimenticabile. Ma si tratta del pubblico più anziano e incredibilmente accomodante, che ha preso il tutto come intrattenimento e teatro di grande sfarzo. Riservato, ma accomodante. Johnny si è rivelato un cantante non proprio convincente. Non solo spesso non era ‘intonato’, ma anche nella potenza vocale ha traballato parecchio. Con un carattere vocale così, un musicista qualunque sarebbe a miglia di distanza dal successo. Ma per fortuna parliamo di un tizio che si chiama Johnny Depp. E, altrettanto per fortuna, ha ricevuto di tanto in tanto il supporto vocale del tastierista della band di Beck, Robert Adam Stevenson, che però non poteva ‘mascherare’ tutto. Inoltre, durante lo show ha cambiato parecchie chitarre (Beck solo due, e anche quelle solo per via di un’accordatura diversa: in Little Wing di Hendrix suonava come Albert King, su una Stratocaster ‘capovolta’ (manico invertito) con la disposizione speculare delle corde, cioè senza cambiare l’ordine delle corde). Insomma, torniamo a Johnny. Glamour. Sfarzo. Mascara, un mucchio di bigiotteria tintinnante lungo le braccia, un mucchio di tatuaggi. Con diverse chitarre cambiate durante il concerto. Dall’altra parte il ‘modesto’ Jeff Beck, che sul palco con sei corde ‘tese’ ha fatto tutto e di più. Con una chitarra, anzi due. Nel suo outfit di pantaloni militari sdruciti, gilet, pettinatura discutibile (a quasi 79 anni è naturale o no?) e occhiali da sole.

Ha sorpreso però la fine fulminea. Il concerto è durato appena un’ora e un quarto. Bis compreso. Depp e Beck hanno salutato in fretta. Senza particolari cerimonie, anche se urla e strepiti da parte del pubblico surriscaldato sono andati avanti in abbondanza per un bel po’ dopo il concerto e non volevano proprio calare. La leggenda e Johnny Depp non erano più in vista. Per consolarsi, il pubblico si è riversato fino alle recinzioni che separavano la plebe dal Nightliner. Spero che lì abbiano avuto più fortuna. Noi due, nel frattempo, eravamo già lontanissimi, in cammino verso la nostra macchina.

Alla fine ognuno ha avuto quello che voleva. L’ironia è che tutti sarebbero d’accordo nell’ipotizzare che una parte del pubblico avrebbe rinunciato senza problemi a Johnny, e un’altra a Beck. Ma funziona così. Di generazione in generazione. Una cosa però c’è. Entrambe le (affascinanti) metà spaccate del pubblico hanno avuto quello che cercavano. Chi era venuto per assorbire la magia unica che sul palco sa evocare solo Jeff Beck, e gli altri, che seguono il personaggio e l’opera della stella di Hollywood. Questi ultimi non si sono fatti problemi per le ‘sciatterie’ di Depp (alla dodici corde però suona benissimo) e per il suo ogni tanto ‘nascondersi dietro gli effetti’. E non si sono nemmeno accorti con quanta astuzia e furbizia Beck e la band lo coprissero e lo completassero. La reputazione di star di Hollywood di Depp copre tutto. Nasconde tutto. Predomina. Lo sanno tutti. Anche il management di Beck. Ma la leggenda di Beck resta leggenda. E il sodalizio con Depp, che ti piaccia o no, sotto ogni aspetto porta solo profitto. Tra somme e sottrazioni, la conclusione è una. La cosa regge, il carro va avanti, e Jeff Beck, a prescindere da tutto, resta straordinariamente vivace, potente, ispirato e birichino. Ed è questo che vogliamo, no? I suoi anni non lasciano minimamente intendere che lo spirito inquieto di ricerca di Beck si stia fermando o voglia andare in pensione.

Autori: Aleš Podbrežnik & Edita Klemen
Foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta:
1. Star Cycle
2. You Know You Know (orig. Mahavishnu Orchestra)
3. Stratus (orig. Billy Cobham)
4. Midnight Walker (orig. Davy Spillane)
5. Big Block
6. Caroline, No (orig. Brian Wilson)
7. Brush With the Blues
8. Cause We’ve Ended as Lovers (orig. Syreeta)
9. You Never Know
10. Rumble (orig. Link Wray & His Raymen)
—Johnny Depp sale sul palco—
11. This Is a Song for Miss Hedy Lamarr
12. Let It Be Me (orig. Gilbert Bécaud)
13. Isolation (orig. John Lennon)
14. Time (orig. Dennis Wilson)
15. Venus in Furs (orig. The Velvet Underground)
16. Little Wing (orig. The Jimi Hendrix Experience)
17. A Day in the Life (orig. The Beatles)
—bis—
18. Corpus Christi Carol (orig. Benjamin Britten)
19. The Death and Resurrection Show (orig. Killing Joke)


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie