Clutch infiammano Zagabria per la terza volta: sold out e città conquistata (2022)
Artisti: Clutch (special guest: Green Lung, Tigercub)
Luogo: Zagabria / Tvornica kulture / Croazia
Data: venerdì 25.11.2022
È più che evidente che negli ultimi anni i Clutch si sono guadagnati in Croazia la cittadinanza a tutti gli effetti. La nuova tappa, la terza in totale e per la terza volta di fila con la Tvornica kulture sold out, lo ha confermato alla grande. La leggendaria istituzione stoner rock americana del Maryland è tornata in Europa con il tredicesimo album in studio “Sunrise On Slaughter Beach”, che porta una serie di botte riconoscibilissime nei nuovi pezzi Red Alert (Boss Metal Zone), Nosferatu Madre, Skeletons On Mars, Jackhammer Our Names e Mercy Brown, che per natura musicale si piazzano senza problemi accanto ai classici dei Clutch che conosciamo tutti. E il disco, uscito a metà settembre di quest’anno, tra i fan della band ha fatto centro in pieno entro fine novembre.
Ma andiamo con ordine. Come da tradizione nei tour dei Clutch, il quartetto, con un invidiabile curriculum di oltre 30 anni di attività, di solito si porta dietro band di supporto davvero interessanti. Stavolta la scelta è caduta su Tigercub e Green Lung. Due formazioni britanniche.
La Tvornica kulture, che i Clutch hanno visitato per la terza volta a quasi tre anni tondi dall’ultima, aveva appena cominciato a riempirsi piano piano quando sul palco sono saliti per primi i Tigercub. Il trio alternative rock di Brighton ha due album in tasca: “Abstract Figures in the Dark”, uscito nel 2016, e il fresco “As Blue as Indigo” (‘blu come l’indaco’), uscito l’anno scorso. Nel Regno Unito e nei giri del sottobosco alternative rock la band è già molto conosciuta e gode di grande sostegno. Beh, a colpo d’occhio la Tvornica raccontava un’altra storia. Poco dopo le otto di sera erano in pochi a prestare chissà quanta attenzione a quello che il trio stava combinando nei modesti trenta minuti a disposizione per mostrare la propria natura musicale. Ma i Tigercub hanno convinto in fretta che si tratta di una band con uno stile maturo e una visione musicale chiara. Se nell’opener Favourite Song sembravano ancora in riscaldamento, il riff compatto, sfrontato, beffardo e accecante di Sleepwalker ha fatto capire subito che con i Tigercub non si scherza. Jamie Stephen Hall, leader, chitarrista e cantante della band, è carisma e calamita. Il lungagnone allampanato è un vero e proprio ‘grattacielo’ tra i musicisti della sua generazione. Sul piano vocale si getta nella performance con vissuto, rabbia e acidità. Anche alla chitarra ha una variabilità invidiabile e piena di spirito, che si è sentita soprattutto in un pezzo come The Perfume Of Decay. Raffiche di ‘groove’ in cui si coglievano influenze dei primi Queens of the Stone Age con un velo di psichedelia ben visibile, e una cinetica di palco affiatata e compatta, dimostravano che la band ha già una bella scorta di esperienza dal vivo e di chilometri sulle spalle. Minuto dopo minuto la band conquistava sempre di più. Con intensità crescente. Verso la fine, il culmine dell’esibizione in scaletta è stato Stop Beating On My Heart (Like A Bass Drum), che ha creato un forte contrasto tra una dose accecante di note basse e pesanti, un fraseggio rombante e la performance vocale psichedelicamente ‘fatta’ di Hall. Una band che con la sua stazza convince senza discussioni e su cui vale la pena tenere seriamente gli occhi aperti anche in futuro: ha chiuso un set più che convincente con il morso ruggente (ma musicale) di Beauty.
I Green Lung sono una storia fatta di tutta un’altra pasta musicale. I londinesi in cinque anni di attività hanno pubblicato due album, Woodland Rites (2019) e l’attuale “Black Harvest” (2021). I pupilli della Nuclear Blast Records, vista la sostanza di entrambi i dischi, godono di grande attenzione, cosa che si erano già guadagnati con un album d’esordio coperto di lodi. I Green Lung sono una storia interessante. Le influenze dei Black Sabbath non le nascondono affatto. Occult e doom metal e una dose decisamente maggiore di rumore, che ha inondato la Tvornica kulture, hanno dato vita a uno show superbamente rodato, con una serie di pezzi cupi e dal ritmo variegato. Il loro fragore ha tirato fuori dalle viscere del sottosuolo il diavolo in persona, che ha dovuto cedere il trono alla band per almeno altri 40 minuti, la durata dello show. La spinta rock anni Settanta arriva dall’integrazione delle tastiere d’organo, che però quella sera nel mix sonoro sono rimaste un po’ corte. Le frasi ‘pelose’ del chitarrista ‘peloso’ Scott Black occupavano un sacco di spazio nello spettro sonoro, e di teatralità magniloquente in un’esibizione nera e sinistra non ne è mancata affatto. Con i Green Lung funziona tutto. La voce di Tom Templar si incastra alla perfezione nei brani. Suona occulta, malvagia, funesta, e questo dà alle frasi, che avanzano come un martirio, ancora più peso e intensità. Sostenuta dal bombardamento a cannonate della sezione ritmica e cavalcando un’ottima forma sul palco, la band ha fatto capire con lo show di avere una sua storia musicale, che deve attirare l’attenzione, tra gli altri, anche degli amanti di gente come i Cathedral, solo che qui l’approccio al ‘doom-metal’ è un po’ diverso.
Poco prima che i Clutch salissero sul palco, alla Tvornica non si respirava più. Il locale era stipato. Fino all’ultimo angolino. Gente in fila come fiammiferi. A far salire il numero dei presenti stavolta c’erano anche i fan sloveni della band, arrivati di nuovo, e tutti quanti sapevano dirti che i Clutch a Zagabria non li vedevano certo per la prima volta. Energia brillante. E dovunque cadesse l’occhio, tra il pubblico pullulavano le camicie di flanella a quadri (di quelle del marchio sloveno Labod, che chi scrive portava a metà anni Ottanta senza avere la più pallida idea che un giorno sarebbero diventate parte della cultura (prima grunge e poi) stoner rock). Già. E tutte quelle capigliature e quelle barbe rigogliose. Quella sera tutti volevano essere Neil Fallon.
I Clutch sono dei veri tipi strani. Sotto più aspetti. Ed è per questo che sono così attraenti. Perché questo dà loro il marchio di un’unicità scolpita nella pietra. Già solo l’ingresso sul palco è stato smaccatamente poco teatrale, tanto che lì per lì non capivi se fosse l’ultimo controllo dei tecnici o se a salire fosse davvero il quartetto. Luce rossa. Deve essere così. Questo è lo stile Clutch. Una marea di luce rossa. Non solo nell’intro, ma per tutto lo show. Affascinante la staticità di due figure. Il bassista Dan Maines, che con il suo Rickenbacker se ne stava quasi nascosto accanto all’amplificatore per tutto il concerto, e il chitarrista Tim Sult, contrito e immobile, che forse solo un paio di volte ha staccato lo sguardo dal manico della chitarra per vedere cosa succedeva attorno a lui. La maggior parte del palco è quindi toccata alle mosse e alle magie dell’altamente carismatico Neil Fallon. Un ometto scintillante, che ha conquistato il pubblico in un attimo con il suo teatro di smorfie variegate e altri movimenti ‘estremi’, garantendo un ulteriore picco di atmosfera e dinamica allo show. Se voglio essere un filo cattivo, a vederlo Fallon sembra un Robbie Williams peloso e un po’ trascurato, appena finito in pieno nella crisi di mezza età. Il diabolico cantante è l’incredibile motore della band. Quando osservi sul palco tutto questo suo comando, coronato dall’inconfondibile ruvidezza vocale e soprattutto da questa comunicazione intensa e continua con il pubblico, hai la sensazione che a tratti i Clutch funzionino come un ‘Neil Fallon Band’.
Come previsto la band ha scosso il locale fin dall’inizio con i pezzi dell’ultimo album, cominciando ad azzannare con la mordace Red Alert (Boss Metal Zone) e subito dopo Nosferatu Madre. In questo modo ha sviluppato all’istante la sua unica posa scenica e la sua scenografia musicale, che ha mandato al galoppo tutto il locale. Va sottolineata l’eccezionale partecipazione del pubblico. La chimica alla Tvornica era incredibile, difficile da descrivere e un motivo in più per godersi fino in fondo tutto lo show della band. Ciò che contraddistingue i Clutch è un minimalismo stoner rock progettato con estrema oculatezza, che la band cala in frasi velenosamente penetranti e in una ritmica devastante, con cui Fallon si guadagna sempre una combinazione vincente, ottimizzando il suo carisma vocale riconoscibile a un miglio di distanza. Con una nota di cinismo e, fino a un certo punto, perfino di presa in giro (come reazione di critica sociale), l’energia seghettata di questo fenomeno stoner rock non potrebbe dialogare meglio con la figura del cantante. Ed è proprio questo a dare alla band uno dei marchi di fabbrica essenziali di un unicum musicale completo. Sul palco Fallon diventa un vero diavolo, che nel suo teatro (data la figura) è anche molto divertente.
In scaletta, molto rappresentata dai pezzi più recenti e da momenti dei due album precedenti “Book Of Bad Decisions” (2018) e “Psychic Warfare” (2015), i Clutch hanno servito gli immancabili infiammabili, cioè i classici del periodo più vecchio. L’album “Blast Tyrant” era così rappresentato da Subtle Hostle, tornata in scaletta dopo diversi anni, e dagli standard The Mob Goes Wild e The Regulator. Il periodo iniziale della band è stato ‘salvato’ dal sempre lucido esperimento “Clutch” (1995) con il classico Spacegrass, che anche quella sera ha occupato un posto speciale in scaletta. Poi è arrivato il gran finale, in cui la band ha prima scaricato una carica elettrica funesta con la spassosa cover dei CCR Fortunate Son e ha spiccato il volo, passando per il classico The Regulator, di nuovo verso il materiale del nuovo album, incarnato dall’incalzante requiem stoner rock We Strive For Exellence e dalla tribale Jackhammer Our Names, intrisa di southern rock, che con fare cupo ha chiuso la parte regolare del concerto.
Se durante Skeletons On Mars Fallon si è divertito con il theremin, nel gran finale (il bis obbligato) ha tirato fuori dalla manica anche… cosa? L’armonica. Non serve indovinare a lungo. In coda allo show. Il culmine del finale, che la band ha servito con il pezzo dal groove vigoroso di “Earth Rocker” (2013), D.C Sound Attack!, che alla Tvornica aspettavano tutti con frenesia. Una detonazione dopo l’altra hanno accompagnato un’esibizione eccellente e di grande coinvolgimento. Ma come detto all’inizio di questo articolo. La sola esperienza live con i Clutch a Zagabria non sarebbe stata così intensa senza l’eccezionale partecipazione del pubblico. In sala si era infatti radunata in grandissima maggioranza una platea di fan ardenti della band, che ha creato questa atmosfera. Così il pubblico da mille teste respirava all’unisono con ciò che faceva la band. In ogni secondo dello show. Sapendo i versi a memoria, partecipando. Dovunque cadesse lo sguardo. Che fosse in tribuna o in platea. Tutto ondeggiava sulle spalle di un gigantesco terremoto, che ha portato il pubblico ipnotizzato in un vero trance. L’elettricità era incredibile. Anche dopo che i Clutch avevano già lasciato il palco, cosa che hanno fatto senza un briciolo di teatralità, come se non fossero mai saliti, mentre il pubblico ancora non riusciva a credere che il concerto fosse davvero finito.
Eventi così carichi di voltaggio ed energia tanto rapaci, in realtà, mancano. Il concerto dei Clutch alla Tvornica kulture, che hanno così sbancato e conquistato per la terza volta di fila, rientra sicuramente tra le esperienze live più intense e convincenti che la scena dei club della nostra regione ha regalato quest’anno.
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta Tigercub:
1. Favourite Song
2. Sleepwalker
3. Blue Mist in My Head
4. Memory Boy
5. The Perfume of Decay
6. Stop Beating on My Heart (Like a Bass Drum)
7. Beauty
Scaletta Green Lung:
1. Woodland Rites
2. Leaders Of The Blind
3. The Ritual Tree
4. Graveyard Sun
5. The Harrowing
6. Old Gods
7. Reaper’s Scythe
8. Let The Devil In
Scaletta Clutch:
1. We Need Some Money (intro registrata – orig. Chuck Brown & The Soul Searchers)
2. Red Alert (Boss Metal Zone)
3. Nosferatu Madre
4. A Quick Death in Texas
5. Mountain of Bone
6. In Walks Barbarella
7. The Mob Goes Wild
8. Three Golden Horns
9. Hot Bottom Feeder
10. How to Shake Hands
11. Skeletons on Mars
12. Subtle Hustle
13. Spacegrass
14. Fortunate Son (orig. Creedence Clearwater Revival)
15. Slaughter Beach
16. The Regulator
17. We Strive for Excellence
18. Jackhammer Our Names
—bis—
19. Electric Worry
20. X-Ray Visions
21. D.C. Sound Attack!
22. Dirty Old Town (outro registrata – orig. The Pogues)







































