Depeche Mode a Zagabria (2023): nel tour sulla caducità sfoderano una forma scenica da urlo
Depeche Mode (opening act: Hælos)
Zagabria / Arena Zagreb / Croazia
domenica 23/7/2023
Quest’anno i Depeche Mode sono tornati con un nuovo album in studio. Il quindicesimo. Si intitola «Memento Mori». Un colpo potente! Carico di contenuti musicali dall’eclettismo ormai proverbiale. E? Il più dolce. La nuova forza poetica di Martin Gore! Gli anni volano e questo disco ha in qualche modo superato in corsa i leggendari alfieri del synth pop e della synth wave anni Ottanta, che oggi sono spesso una formazione quasi ambient/alternative rock, anche se dal predecessore «Spirit» (2017) sono passati ben sei anni.
Nel 2022 il mondo della musica è rimasto sotto shock, un vero fulmine a ciel sereno, alla notizia che a soli 61 anni era morto Andrew Fletcher, uno dei membri fondatori della band. Un uomo senza il quale è praticamente impossibile immaginare il volto del gruppo. Così, all’improvviso e senza alcun piano, i Depeche Mode si sono ritrovati trasformati nel duo Martin Gore / Dave Gahan. I due non hanno nemmeno lontanamente pensato di fermare la band. Anzi. Si sono messi a lavorare a nuovo materiale ed è nato l’album «Memento Mori». Un album sulla consapevolezza della caducità, sull’ineluttabilità della morte che prima o poi ci viene a trovare. Uno dopo l’altro. Al compagno scomparso non è dedicato solo l’ultimo disco (titolo compreso), ma anche l’intero nuovo tour.
I Depeche Mode hanno cominciato a farlo già a fine marzo di quest’anno, negli USA, in concomitanza con l’uscita ufficiale del nuovo album in studio. Chiusa la breve tappa americana, un mese di pausa e poi, a maggio, il proseguimento in terra europea. Siamo al 23/7/2023. Ecco Zagabria. E l’Arena! Per i Depeche Mode è la quinta visita in tutto nella capitale croata. Di nuovo davanti a un pubblico da tutto esaurito. E di nuovo all’Arena. Per la terza volta di fila. L’ultima volta qui avevano suonato poco più di dieci anni fa. Nell’ambito del tour di «Delta Machine». Sono le 19.45! Euforia. La gente si riversa da ogni direzione verso l’Arena. Chi era già entrato, intanto, è stato scaldato dai trip-hopper britannici Hælos, nel ruolo di opening act. Hanno sfruttato la loro esibizione, tra le altre cose, per presentare il materiale più recente, che troverà posto nel prossimo album in studio, «Where We Bring Our Burdens». Ma noi avevamo altro da fare e così alla band non abbiamo dedicato tempo.
Alle nove di sera sono arrivati i Depeche Mode. Il simbolismo del nome della band iconica ora si completa anche con la combinazione di lettere DM (Dave/Martin). Ma stavolta la precedenza è andata alla lettera M. Il palco, dunque, all’insegna della M. Una doppia «M». La scenografia. Sullo sfondo del nuovo allestimento minimalista, davanti agli schermi di proiezione, svetta la lettera M. Da sempre uno degli elementi più affascinanti della band. Con i trucchi del minimalismo totale ottiene un impatto eccezionale in termini di simbolismo e di messaggio. «Memento Mori», appunto. Un’intro cupa, con luci ridotte al minimo. Su toni da rosso cabaret. La sala impazzisce. Sono sul palco! Martin Gore, lo storico compagno di concerti Peter Gordeno (finché nella band c’era Fletch copriva soprattutto le linee di Alan Wilder, ma imbraccia anche il basso), e il batterista Christian Eigner. Poco dopo sale sul palco anche l’inconfondibile e carismatico frontman Dave Gahan. L’enorme, spaziosissimo catwalk, naturalmente, non è mancato nemmeno stavolta. Il concerto si apre con i due pezzi più recenti dell’album «Memetno Mori», cioè la particolarmente cupa My Cosmos Is Mine e il singolo Wagging Tongue, mentre il pubblico si accende davvero per la prima volta quando Gahan si toglie la giacca e i Depeche Mode attaccano Walking In My Shoes, hit di «Songs of Faith And Devotion» (1993). Il ritornello vorace manda il pubblico in una specie di trance! Proprio sul finale Gahan sfrutta per la prima volta il catwalk e in pochi secondi si fionda fino al bordo. Lì fissa serio il vuoto davanti a sé, chiude gli occhi per un attimo, poi regala alle prime file sotto il catwalk un sorriso fugace, gira su se stesso come un fulmine e schizza via dal catwalk, di nuovo nelle viscere del palco. Segue il quarto pezzo, dove anche il palco si risveglia finalmente con più luci di scena. È il momento dell’amatissimo classico di «Ultra» (1997), la hit It’s No Good, sulla quale i freni nella sala saltano definitivamente. L’energia è pazzesca. Ovunque giri lo sguardo. Un immenso oceano di braccia alzate. A perdita d’occhio. Gahan è il padrone di casa. Una figura incredibile. Ha energia da vendere e sul palco il frontman carismatico ha sfoggiato vere e proprie piroette, sfruttando il ritmo ballabile della musica della sua band iconica e intrattenendo il pubblico col suo approccio unico, tra pose e manovre di danza senza fine. Era dappertutto, ora all’estrema sinistra, ora all’estrema destra del palco. Il pubblico gli mangiava letteralmente in mano. E tutti quei movimenti da dandy e da monello? Non mancano certo nel suo repertorio. Quel carattere da ragazzi discoli con cui i Depeche Mode hanno conquistato soprattutto con l’album «Violator» (1990) resta chiaro e presente. E a incarnarlo è Dave. La band è rimasta ancora un po’ su «Ultra», con la sorprendente inclusione del brano Sister Is Mine.
La scaletta stavolta era particolarmente interessante. La band ha dato più spazio al periodo da «Violator» in poi. In particolare ha ricevuto più attenzione l’ottimo «Songs of Faith And Devotion», che quest’anno festeggia i 30 anni dall’uscita. Con quattro pezzi in tutto tratti da questo disco, il gruppo ha poi sorpreso non poco inserendo un altro classico di quell’album. Era In Your Room. Gli anni Ottanta, insomma, sono stati stavolta spinti leggermente in secondo piano. Da questo punto di vista la band si merita un piccolo rimprovero, perché l’album «Some Great Reward» (1984) è stato completamente ignorato. Non hanno osato nemmeno People Are People, il che è un filo azzardato. Ma questa è libertà artistica, che è tutta tua. I Depeche Mode hanno però risvegliato il ricordo di anni non così lontani, quelli di «Sounds Of The Universe» con la abbagliante hit Wrong e di «Playing The Angel», da cui hanno eseguito ben tre pezzi (Precious, John The Revelator e A Pain That I’m Used To).
Già nella prima parte del concerto la band ha fatto esplodere il pubblico, sparando qualche colpo grosso con Everything Counts, il catalizzatore assoluto di «Construction Time Again» (1983), che ti aspetteresti in coda alla scaletta o nei bis obbligatori, come è abitudine della band fin dai tempi lontani del tour di «101». Ma il tempo è poco e il materiale troppo, per accontentare tutti gli appetiti e i desideri.
Martin Gore, come Dave Gahan, mantiene ottime caratteristiche vocali. Per la sua età. Le due voci sono riconoscibili a un miglio di distanza e sono proprio opposte, cosa che la band ha sfruttato a dovere fin dagli inizi. E così resta. Poi è arrivata la parte in cui Dave si è rinfrescato un po’ le corde vocali ed è sparito dietro le quinte. La voce l’ha presa Gore, che ha attaccato l’intimo classico di «Ultra», Home. Gahan è rimasto fuori dal palco anche dopo. Cosa è seguito? La prima volta nel tour? No, la seconda, a dire il vero. E non proprio una presenza frequente nelle scalette dei concerti della band? L’esecuzione della versione acustica di Strangelove, hit di «Music For The Masses» (1987), cantata da Gore da solo. Sul fronte del catwalk, con una chitarra semiacustica a tracolla, sostenuto da Peter Gordeno alle sue spalle. In questo tour, prima di arrivare a Zagabria, la band aveva suonato questo pezzo solo una volta. Al concerto di Berlino. Se Gore sapesse o no cosa lo aspettava dopo non ha nessuna importanza, ma sembrava parecchio sorpreso. In un certo senso persino un po’ sotto shock. Gahan ed Eigner gli hanno infatti portato sul palco una torta di compleanno, perché proprio a Zagabria, in quel giorno, il nostro ha compiuto tondi tondi 62 anni. Palloncini neri. In sintonia con l’atteggiamento cupo della band.
Si prosegue col momento più saltellante e musicale dell’album «Memento Mori»! Cioè con il primo e principale singolo del disco, il brano Ghosts Again. Un pezzo eccellente con una regia video di prim’ordine di Anton Korbjin e un nuovo candidato a sempreverde. Ma subito dopo c’è già l’ormai difficilmente superabile I Feel You, sulla quale si è scatenato non solo il parterre, ma ancora una volta l’intera tribuna. Insomma una folla di circa 20.000 teste. Dal vivo i Depeche Mode si trasformano in una band più rock. Non solo Gore usa volentieri la sua serie di chitarre vintage – anzi, per essere più precisi, le suona volentieri – ma da un bel pezzo sul palco c’è anche una vera batteria con un vero batterista. E I Feel You è uno di quei momenti in cui i decibel al concerto crescono in modo spiccato.
Un momento particolarmente emozionante l’ha portato sul palco World In My Eyes! Con le foto del giovane Andrew Fletcher sulle ampie proiezioni sullo sfondo. Era chiaro a chi fosse dedicato questo brano di «Violator» e a confermarlo, alla fine dell’esecuzione, con un’esclamazione dedicata al compagno scomparso, è stato lo stesso Dave Gahan! Entrano i tergicristalli, qualcuno gira la chiave nel quadro. Sì. La hit di «Black Celebration» Stripped, con una scenografia marcatamente cupa, in cui l’arena si è tinta di rosso. Un pezzo eccezionale e un classico che ha fatto felice soprattutto la nutrita schiera di cinquantenni che hanno passato l’adolescenza sfogliando la rivista Bravo, nei tempi in cui anche questa hit rimescolava le classifiche musicali degli anni Ottanta. La nota di nostalgia era pazzesca.
Quando verso la fine della parte regolare la band si è lanciata nel momento bello tosto di «Playing the Angel» con il brano John The Revelator, Dave Gahan ha messo in scena ancora una volta tutta la maestria di un frontman eccezionale e, sfruttando con virtuosismo il palco enorme che domina con la sua presenza scenica, ha infiammato a dovere il pubblico, preparandolo al culmine della serata. L’atmosfera si è fatta carica all’inverosimile, crepitante di scintille. Ed eccolo. L’attesissimo Enjoy The Silence. In versione allungata, con una breve parte in cui, nel prolungamento strumentale finale, ha mostrato la sua maestria anche il batterista Christian Eigner. Le linee di forza e le vibrazioni energetiche che in quei momenti si sprigionavano nell’Arena non si possono descrivere in poche parole. Forse questo dice più di tutto. Eccezionale. In momenti così capisci quanto sia davvero gigantesca la canzone Enjoy the Silence. Soprattutto quando ti corre addosso la pelle d’oca.
Segue il finale. E già il pezzo d’apertura ha riservato una sorpresa. L’esecuzione della versione acustica del classico di «Songs Of Faith And Devotion» Condemnation, che nella parte regolare delle scalette mancava dal 2001. L’hanno eseguita insieme, sul fronte del catwalk, Martin Gore e Dave Gahan. Come un vero duo. E Dave, proprio in questa versione intima del brano, caratterizzato (ascolta l’originale) da un furbo ammiccamento agli elementi del gospel, ha dimostrato ancora una volta in modo splendido la sua eccezionalità e unicità vocale. Un raro momento di spensieratezza la band se l’è concesso con l’esecuzione dell’unico brano del debutto «Speak & Spell» (1981). Avete indovinato. Il sagace sinth pop da fisarmonica costruito sullo scheletro rock’n’roll di Just Can’t Get Enough ricorda l’eccezionale talento compositivo della band, già agli albori della sua formazione. Ma questo è ben lungi dall’essere il culmine dei bis. Segue una delle composizioni più forti, se si confronta l’intero opus della band. Con Never Let Me Down Again i Depeche Mode portano di nuovo alla follia la loro massa musicale dell’Arena di Zagabria, mentre la ciliegina sulla torta, il gran finale di quasi due ore di convivio, la mettono con Personal Jesus!
Dopo quello che abbiamo visto e vissuto, resta una cosa. Dave e Martin, ora duo dei Depeche Mode. Sono e restano eccezionali. Per la forma, l’ardore e le passioni mostrate. La band non smette di affascinare. Nella sua natura cupa, che però poggia su un ritmo eccezionale, a cui ci abbandoniamo liberamente ormai da ben 42 anni, da quando è uscito il debutto in studio. E la storia dei Depeche Mode non si ferma. Con una forma e una concentrazione come quelle che Dave e Martin con la squadra hanno mostrato nella nuova visita a Zagabria, non si fermerà tanto presto.
Autori: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik & Edita Klemen (nn. 41-44)
Scaletta:
1. Speak to Me (Outro)
2. My Cosmos Is Mine
3. Wagging Tongue
4. Walking in My Shoes
5. It’s No Good
6. Sister of Night
7. In Your Room (Zephyr Mix)
8. Everything Counts
9. Precious
10. My Favourite Stranger
11. Home
12. Strangelove (versione acustica – Martin Gore alla voce)
13. Ghosts Again
14. I Feel You
15. A Pain That I’m Used To (Jacques Lu Cont Remix)
16. World in My Eyes (dedicata ad Andrew Fletcher)
17. Wrong
18. Stripped
19. John the Revelator
20. Enjoy the Silence
—bis—
21. Condemnation (versione acustica)
22. Just Can’t Get Enough
23. Never Let Me Down Again
24. Personal Jesus











































