Steven Wilson, il mecenate del prog rock, a Trieste: una lezione di perfezione malinconica (2016)
Location: Trieste / Teatro Politeama Rossetti / Italia
Data: 26.04.2016
Sul polistrumentista, cantante, compositore, produttore, mago dei computer e ingegnere del suono inglese Steven Wilson, il mecenate per eccellenza del prog rock contemporaneo, visionario e stakanovista della musica per antonomasia, negli ultimi dieci anni è stato ‘versato così tanto inchiostro’ che non ha senso stare lì a elencare ogni volta tutte le sue virtù e i suoi traguardi straordinari: questo artista è semplicemente in una categoria a parte. Maestro dell’aspetto eternamente giovanile, che sul palco ama passeggiare a piedi nudi mentre difende gelosamente la propria vita privata dagli intrusi, è il genio musicale di cui la scena prog di oggi aveva un disperato bisogno per imboccare la strada giusta ed evitare di impantanarsi nella stagnazione.
Quest’anno Steven prosegue il suo fortunato tour «Hand. Cannot. Erase», partito l’anno scorso, in cui ogni sera, nella prima parte dello show, suona per intero l’omonimo album in studio più recente, più qualche classico amatissimo della sua carriera solista e dei tempi in cui guidava i Porcupine Tree, band di culto al momento inattiva. Dal nostro ultimo incontro con Steven, l’anno scorso a Vienna, la sua band ha subito due cambi importanti. Guthrie Govan nel ruolo di chitarrista principale è stato sostituito da Dave Kilminster (conosciuto soprattutto per le collaborazioni con Roger Waters, Ken Hensley e John Wetton), mentre al posto di Marco Minnemann dietro i tamburi sedeva il meno chiacchierato, ma altrettanto stimato dagli appassionati di musica sperimentale, Craig Blundell (Pendragon).
Kilminster, famoso per una tecnica chitarristica sofisticatissima, è stato la scelta logica al posto del suo amico di lunga data Govan, ed è stato un vero piacere ascoltare i suoi assoli malinconici, innestati con una bella dose di raffinatezza. Le acrobazie al basso e al Chapman Stick le ha sfoderate nientemeno che il polistrumentista (e cantante) di culto Nick Beggs (The Mute Gods, Kajagoogoo), a cui si devono anche le fantastiche armonie vocali di accompagnamento. Alle tastiere è tornato a vegliare Adam Holzman, l’unico americano in mezzo agli inglesi, straordinario musicista da sessione che si è guadagnato un rispetto speciale anche per aver collaborato con Miles Davis.
Il signor Wilson e i suoi splendidi compagni hanno aperto lo show con «First Regret», inaugurando così l’esecuzione di «Hand. Cannot. Erase», accompagnata sullo sfondo da video proiezioni più o meno interessanti. Steven indossava una maglietta nera con la scritta dorata ‘David Bowie’, un bel tributo a uno dei suoi principali modelli musicali, che purtroppo dall’inizio di quest’anno non è più tra noi. Il capo della band, riservato e ascetico, ha tenuto la chitarra a tracolla per quasi tutto il concerto e solo una volta ci ha spiazzati con un basso in mano. Al centro del palco c’era anche un tavolo con un portatile Apple, su cui Steven teneva vari campioni sonori, tra cui la voce di accompagnamento della cantante ‘assente’ Ninet Tayeb, che aveva partecipato alla versione originale di «Routine», uno dei picchi della prima parte dello show. Wilson e Beggs sono stati sempre perfettamente allineati nelle armonie vocali: il bassista di culto resta un cantante eccezionale e gli torna sempre utile il suo trascorso nell’art pop rock. Steven, nonostante il pubblico seduto, ha invitato la platea a farsi sentire il più possibile e ci ha fatto ridere descrivendo la passività del pubblico di un altro paese europeo. La prima parte è volata in un soffio, poi pausa e preparativi per la seconda.
A quel punto è toccato ai pezzi di varie epoche della carriera di Steven, tra cui ovviamente non poteva mancare il suo primo singolo solista «Harmony Korine», uscito originariamente sul debutto «Insurgentes» (2008), così che, grazie alla proiezione di un video surreale sullo sfondo, abbiamo rivisto quei sinistri figuri con la testa di corvo. Uno dei momenti più toccanti è arrivato con l’esecuzione del classico in forma di ballad dei Porcupine Tree «Lazarus», che Steven ha dedicato al suo modello musicale da poco scomparso, David Bowie. Curiosa coincidenza: Bowie sul suo ultimo album in studio «Blackstar» (2016) ha pubblicato un brano con lo stesso titolo e un messaggio simile. Il signor Wilson, che tra i suoi grandi idoli musicali ha citato anche Frank Zappa e Miles Davis, ci ha intrattenuti per tutto il tempo tra un pezzo e l’altro con battute argute dal tipico tocco british. Nonostante la grande serietà che di solito regna sul suo volto durante i concerti, l’eterno malinconico ha sorriso più di una volta e si è preso in giro da solo. I fan di lunga data si sono entusiasmati soprattutto per i pezzi dei Porcupine Tree, stavolta un po’ più numerosi del solito nei concerti solisti di Steven. Oltre a «Lazarus» quella sera abbiamo sentito anche «Dark Matter», «Don’t Hate Me», «Sleep Together» e «Sound of Muzak». Dopo «Don’t Hate Me» il palco è stato improvvisamente coperto per due pezzi da una tenda trasparente, che, nello stile del classico dei Pink Floyd «The Wall», ha creato una barriera simbolica tra la band e il pubblico. Nella seconda parte Steven ha suonato anche «My Book of Regrets» e «Vermillioncore», dall’EP più recente «4 ½» (2016), che fa da ponte tra «Hand. Cannot. Erase» e il prossimo album in studio
Nel bis Steven ci ha spiazzati sul serio con la cover di un classico di Prince, «Sign o’ the Times», dedicata all’artista scomparso da poco, che a quanto pare il signor Wilson ascoltava con enorme piacere negli anni Ottanta. In effetti ci ha davvero sorpresi dichiarando che negli anni Ottanta ascoltava Prince molto più volentieri dei Genesis, per i quali si è scaldato solo negli anni della maturità. La cover, l’unico pezzo della serata in cui Steven non ha usato nessuno strumento ma si è concentrato solo sul microfono, è venuta più che solida. Si vedeva che Steven ha in band un esperto poprocker come Beggs, per il quale il passaggio radicale da un genere all’altro non è mai stato un problema. Il maestro della malinconia ci ha poi mandati definitivamente in delirio con il suo pezzo solista preferito, che a suo parere personale rappresenta il vertice della sua creatività da solista. Il gran finale è arrivato con la confessione cupa e insieme sconvolgente su un vecchio, il fantasma di sua sorella e un corvo, i personaggi centrali del capolavoro «The Raven That Refused To Sing», che la band di Steven ha suonato con un ardore tutto particolare, mentre ha commosso i presenti un’ultima volta con un’esecuzione silenziosa e il messaggio senza tempo di questo classico. Tre ore di rivelazioni più o meno malinconiche e confessioni sconvolgenti sono volate via come tagliate con le forbici, cosa che di solito succede solo quando sul palco tutto è in perfetta armonia.
Il visionario del prog rock ci ha resi felici a Trieste con un concerto fantastico, in cui ci siamo fatti una bella scorpacciata di classici scelti dai vari capitoli della sua splendida carriera musicale. Chi conosce bene l’approccio perfezionista di Steven in qualsiasi cosa intraprenda non si è stupito della splendida resa audio e delle luci. La band è stata per tutto il concerto incredibilmente in forma e al massimo dell’affiatamento, mentre l’approccio sul palco di Steven, coronato da un’energia giovanile fuori dal comune, lo si attribuirebbe piuttosto a un giovane musicista ancora smanioso di dimostrare qualcosa, e non a uno dei musicisti più rodati della scena prog contemporanea, che non ha mai dimenticato i suoi umili inizi. Allo stesso tempo, con grande gioia dei fan di lunga data, pur essendo stato più volte nella sua carriera sull’orlo del grande successo globale, non si è mai ‘venduto’ e ha cambiato rotta proprio quando la maggior parte meno se lo aspettava. Alcuni sono rimasti sì un po’ tristi per le parole di Steven, secondo cui i cambiamenti sono una costante del suo passato musicale in cui non ha senso restare impantanati, e che a questo passato appartiene tra l’altro anche la sua band più amata e influente, ma allo stesso tempo è ben lontano dall’aver dichiarato ‘Porcupine Tree, ieri e mai più’, così che la speranza in un eventuale ritorno resta viva.
autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
Set 1 (Hand. Cannot. Erase.):
1. First Regret
2. 3 Years Older
3. Hand Cannot Erase
4. Perfect Life
5. Routine
6. Home Invasion
7. Regret #9
8. Transience
9. Ancestral
10. Happy Returns
11. Ascendant Here On…
Set 2:
12. Dark Matter
13. Harmony Korine
14. My Book of Regrets
16. Index
17. Lazarus
18. Don’t Hate Me
19. Vermillioncore
20. Sleep Together
—bis—
21. Sign “☮” the Times
22. The Sound of Muzak
23. The Raven That Refused to Sing







































