I Brit Floyd a Lubiana per i 50 anni di “Wish You Were Here”!

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2025
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Brit Floyd
domenica, 26. 10. 2025
Lubiana / Media Center / Slovenia


I Brit Floyd sono una di quelle tribute band che negli anni hanno trovato casa in Slovenia. Dopo aver suonato, poco più di un anno fa, alla Hala Tivoli con una scaletta di due ore e mezza che replicava quella del tour di Division Bell del 1994 dei leggendari Pink Floyd, stavolta sono tornati nella capitale slovena con un programma per celebrare i 50 anni dell’album dei Pink Floyd “Wish You Were Here” (1975). Con la promessa di suonarlo per intero.

I Brit Floyd sono considerati i migliori imitatori degli originali Pink Floyd, quindi vedere un loro show ripaga sempre alla grande. Stavolta sono passati da Lubiana con una produzione decisamente più piccola. Niente Hala Tivoli, ma i circa 2.000 spettatori del Media Center. Palco più piccolo, quindi, e light show adattato di conseguenza. La band, inoltre, non ha messo in vendita nessun merchandising ufficiale. Un anno fa il banchetto del merch alla Hala Tivoli era letteralmente stracarico di ogni ben di Dio.

Comunque sia, a contare più di tutto è sempre l’esecuzione. E per quella quella sera sono arrivati tutti i fan più devoti dei Pink Floyd, per i quali si può dire quasi con certezza che i Pink Floyd non saliranno mai più su un palco in questa vita. La band di nove elementi, guidata dalla direzione musicale di Damian Darlington, chitarrista e una delle tre voci soliste, ha di nuovo regalato un’esperienza vicina alla perfezione assoluta. Nella formazione il nucleo maschile resta lo stesso: accanto a Darlington ci sono ancora Ian Catell (basso, voce solista), Rob Stringer (tastiere, cori), Edo Scordo (chitarra, voce solista) e il batterista Randy Cooke. Poi ci sono le donne: Rhiannon Dewey (sax, percussioni), che ha preso il posto del predecessore Ryan Saranich, e tre coriste: Liza Melfi, Shannon Fayth e Jessie Lee Houllier. Tra loro è stata soprattutto quest’ultima a lasciare a bocca aperta, quando si è messa a tracolla una chitarra elettrica e si è lanciata in un assolo nel finale di Another Brick in the Wall, Part 2 (i Brit Floyd hanno proposto la versione Delicate Sound Of Thunder di questo pezzo, che nel finale è allungato rispetto all’originale). Si è dovuta anche sobbarcare la voce in The Great Gig In The Sky, un brano che è una vera sfida per qualsiasi cantante. Nel mix la ragazza si sentiva un po’ troppo poco: l’unico scivolone per quanto riguarda l’audio del concerto, per il resto brillante.

Per il resto il suono ha funzionato alla perfezione. Giochi di luci con l’indimenticabile e immancabile integrazione dei laser, scenografia con il celebre cerchio al centro del palco e videoproiezioni commoventi, che davano nuova vita alla poesia dei Pink Floyd e rafforzavano l’atmosfera intensa che è un unicum nell’universo del rock’n’roll.

La band ha diviso lo show in due parti. Nella prima ha eseguito un repertorio che non andava oltre il 1973 e l’album “Dark Side Of The Moon”. Apertura bombastica con il successone Learning To Fly, poi il mistico testamento e l’epica High Hopes, dove la ‘steel pedal’ di Darlington faceva le fusa come un gattino. Tra finezze alle chitarre acustiche, cascate di percussioni e il coinvolgimento di tutte e tre le voci di supporto, la pelle d’oca non è mancata in tutta questa manifestazione di perfezione. Salto a “The Wall” (Goodbye Blue Sky, Empty Spaces, What Shall We Do Now?), eruzione con Time e un fenomenale assolo di chitarra, il dramma dei drammi di The Great Gig in the Sky di cui sopra, la sorpresa in scaletta con l’inserimento di Two Suns in the Sunset da The Final Cut e un finale eccezionale con l’indimenticabile classico di “Animals”, Pigs!

Dopo questo rondò, già di per sé un capitolo a parte, è arrivata, dopo una pausa di 20 minuti, la seconda parte con il culmine della serata: l’esecuzione di tutto “Wish You Were Here”, che tra i fan dei Pink Floyd è tenuto in altissima considerazione, e molti lo ritengono il loro album preferito. Ma con un’introduzione: il classico di “The Meddle” One Of These Days, che ci ha portato nel 1972. Scordo ha suonato l’assolo di chitarra iniziale in Shine On Your Crazy Diamond, una morbidezza stupenda. Welcome to the Machine è forse addirittura la sfida più grande nell’interpretazione dei cinque pezzi dell’album. Qui la band ha rimaneggiato un po’ il ritmo, mentre nella parte finale ha stupito per la puntualità e l’enorme precisione con cui i Brit Floxd ci hanno condotti nella ribelle Have A Cigar. Anche qui ha impressionato l’uscita eseguita con grande abilità e il ponte creato verso il brano probabilmente più atteso della serata: Wish You Were. Nel gran finale dell’epopea Shine On You Crazy Diamond (Parts VI-IX) aspettavo con trepidazione l’ultima parte del pezzo, dove le tastiere assumono uno status assolutamente dominante. In una parola: impeccabile. Malinconia impeccabile! E l’ultima nota accompagnata dall’immagine di Syd Barrett sul grande schermo di proiezione. Una portata pazzesca nel tirare fuori emozioni e passione!

I minuti sono volati in modo altrettanto folle. Sembravano secondi. Proprio come i loro grandi modelli, anche i Brit Floyd hanno creato un’atmosfera ipnotica che ci ha risucchiati in questo mondo unico per due ore e mezza. La magia non è calata nemmeno per un attimo. La conclusiva Comfortably Numb! Era chiaro che sarebbe stata la fine. E poi quell’assolo e l’intenso dramma teatrale, creato da Damain Darlington con le finezze maniacali della meccanica di precisione in filigrana di chi cammina audace sulle orme di David Gilmour! Di nuovo con ottimi risultati.

Negli anni i Brit Floyd hanno portato il tutto a un’approssimazione straordinaria. Un’approssimazione ‘al millimetro’. Investono di continuo in strumentazione e logistica. Allo stesso tempo sono fortissimi anche a livello vocale. Tutti e tre i cantanti, con il più importante che è il bassista Ian Catell, una specie di variante intermedia ideale, che picchia con la voce da qualche parte esattamente a metà tra Gilmour e Waters, ed è per questo che si è sobbarcato la maggior parte dei brani. Nel bis la band ha confermato ancora una volta la sua forza. Con Run Like Hell, che ha rimesso in piedi un’ultima volta l’intera sala, e con un’affiatamento che li ha avvicinati al millimetro all’originale, ha confermato ancora una volta la sua impeccabilità imitativa! Chilometri percorsi, know-how, esperienza. C’è tutto, in abbondanza. Ed è proprio questo il pizzico essenziale che aggiungi come spezia in più per lasciare con il tuo show un segno ancora più forte!

I Brit Floyd restano davvero un capitolo a parte quando si parla di ‘tribute to’ ai Pink Floyd nel mondo. Io non sono tra gli appassionati che preferiscono le tribute band, ma davanti ai Brit Floyd mi tremano sempre le ginocchia. E anche stavolta non è stato diverso. E continuerà a essere così. Fino alla prossima.

Testo: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik & Edita Klemen

Brit Floyd – scaletta:
Set 1:
1. Signs of Life
2. Learning to Fly
3. High Hopes
4. Goodbye Blue Sky
5. Empty Spaces
6. What Shall We Do Now?
7. The Dogs of War
8. Time
9. Breathe (Reprise)
10. The Great Gig in the Sky
11. Two Suns in the Sunset
12. Another Brick in the Wall, Part 2
13. On the Turning Away
14. Pigs (Three Different Ones)
Set 2:
15. One of These Days
16. Shine On You Crazy Diamond (Parts I-V)
17. Welcome to the Machine
18. Have a Cigar
19. Wish You Were Here
20. Shine On You Crazy Diamond (Parts VI-IX)
21. Comfortably Numb
—bis—
22. Run Like Hell


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