John Mayall, la leggenda mondiale del blues torna a Udine (2019)

JOHN MAYALL / Udine / Italija (foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2019)
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Location: Udine / Teatro Nuovo Giovanni da Udine / Italia
Data: venerdì 22.03.2019


John Mayall è uno dei personaggi più importanti della musica che hanno portato il blues americano (soprattutto quello di Chicago) in Europa. C’era una volta. Succedeva negli anni Sessanta. Allora, soprattutto nella seconda metà di quel decennio del secolo scorso, esplose il vero boom del white blues, o come lo chiamano, l’ondata del blues britannico, proprio sulle ali dei The Bleusbreakers di Mayall, la cui prima fase fu segnata dalla collaborazione con le future icone del blues Eric Clapton, Peter Green e Mick Taylor. John Mayall, una specie di padre di questa rivoluzione britannica e costruttore delle solide fondamenta del rhythm and blues europeo, con la sua attività inarrestabile ha vissuto e superato tutte le tempeste, e oggi di anni ne porta ben 85. E allora? Si muove ancora. Mentre il suo «allievo» riempie gli stadi con folle da 100.000 (e passa) persone, parlo ovviamente di «Slowhand», lui, uno degli ultimi fossili viventi del blues, arranca sui palchi di rispettabili sale che accolgono qualche migliaio di spettatori. È passato un bel po’ da quando ho visto per la prima volta un concerto di John Mayall. Era l’8.4.2003, in un Orpheum Teatru di Graz semivuoto, dove presentava il suo album «Stories» e noi tremavamo davanti a lui per il timore reverenziale, perché già allora, pur essendo di sedici anni più giovane, aveva lo status di grande figura di culto del blues mondiale.

Ma John Mayall, radice di tutte le radici, al di là di tutto l’attivismo blues dimostrato negli anni è innanzitutto cantautore, cantante, tastierista, armonicista e chitarrista. Quest’anno ha pubblicato il nuovo album in studio «Nobody Told Me», uscito esattamente un mese prima dell’arrivo di Mayall a Udine.  Ad accompagnare John Mayall c’è un trio di musicisti. Oltre al batterista Jay Davenport e al bassista Greg Rzab, che collaborano con l’icona del blues dal 2009, l’anno scorso Mayall ha inserito nella band una nuova componente. Si tratta della prima chitarrista in assoluto nella carriera di Mayall a ritrovarsi in una delle incarnazioni dei suoi gruppi di accompagnamento. Si chiama Carolyn Wonderland. Se pensi a quanti chitarristi eccezionali si sono avvicendati negli anni nella formazione dei Bluesbreakers (oltre a quelli già citati, vanno ricordati almeno Henry «Coco» Montoya, Walter Trout e Buddy Whittington), è chiaro che la Wonderland dev’essere una chitarrista davvero speciale. La prima ragazza nella carriera più che sessantennale di Mayall a salire al ruolo di chitarra solista ha inciso un bel po’ di album con The Imperial Crowns, oltre a un bel pacchetto di dischi in studio da solista, e ha vinto una montagna di premi prestigiosi nella categoria blues. Con lei non si scherza, e il concerto di Udine l’ha confermato in pieno.

In apertura, davanti a una sala ancora piuttosto pigra e con parecchi vuoti, si è esibito il cantautore blues di casa Francesco Piu. Armato di chitarra acustica folk e in versione «one man band», se l’è cavata bene in una situazione non facile, quando sei lì sotto i riflettori «nudo e crudo». Di inventiva e abilità alla Ian Siegal e simili assi, stavolta si poteva solo sognare, però comunque. In quello che Francesco ha portato sul palco ha rispettato in pieno il ruolo di «apripista». Il «slide», gli inserti ereditati dal delta del Mississippi, la padronanza dell’inglese nei versi, a dir poco azzeccata, e ovviamente il ritmo dettato di continuo battendo il piede per terra, con un vocal convincente e leggermente gutturale, hanno conquistato tutti e fornito un’ouverture esemplare per il resto della serata.Nel frattempo il teatro si era riempito per bene e in platea sono rimasti vuoti solo pochi posti. La maggior parte era venuta, com’è ovvio, per vedere John Mayall. Lui, come da sua abitudine, prima del concerto si è occupato personalmente della vendita dei souvenir ufficiali, e quando le luci in sala si sono finalmente abbassate in modo teatrale, è stato anche il primo a salire sul proscenio e a salutare il pubblico. Senza particolari pompe, ma abbastanza da far esplodere la sala. Mayall, come sempre, ha appesantito il repertorio con una bella dose di cover. Già in apertura, mentre se ne stava soprattutto alla voce solista, al piano elettrico e all’armonica, la band ha rielaborato Nothing To Do With Love, che nell’originale appartiene a Jerry Lynn Williams, e poi Why Did You Go Last Night, il cui autore originale è Clifton Chenier. Anche con la divertentissima Dirty Water (orig. The Standells), in cui Mayall ha imbracciato la sua chitarra modificata dal corpo nettamente ridotto, la band è rimasta sulle cover. A questo punto Mayall, considerati i suoi ben 85 anni, ha mostrato l’unica vulnerabilità, che comunque non è una novità. I suoi assoli. Proprio qui una nota mal calibrata ha regalato una bella stecca ben udibile. Per fortuna John è consapevole di questo punto debole, per cui preferisce restare su voce, tastiere e armonica, e per questo da sempre lo affiancano in formazione maestri scolpiti della chitarra blues. Tra questi rientra anche la Wonderland, che ha scaldato le dita alla temperatura giusta in un attimo e, con la sua abilità manuale, già nella parte iniziale del concerto ha confermato perché è una vincitrice di una marea di premi prestigiosi (anche nella categoria miglior cantante). Se non prima, ha lasciato il segno soprattutto con la sua Two Trains, in cui ha ricordato anche quanto sia eccellente come cantante, quando ci ha infilato incisioni di soul e, con la grinta di Aretha Franklin, ha dominato in assoluto la scena. Emozionante il tuffo nei ricordi del periodo con Peter Green, quando è risuonata You Don’t Love Me, ma Mayall non ha certo dimenticato di presentare il nuovo album «Nobody Told Me» (2019), quando la band ha attaccato What Have I Done Wrong, a cui nella seconda metà del concerto si è unita l’ottima Distance Lonesome Train. In quest’ultima Carolyn Wonderland è esplosa a pieno regime al lap steel elettrico, e il premuroso capobanda Mayall ha accompagnato il momento con questa introduzione: « This song requires Dobro and a seat» (alla vecchia maniera, quindi, perché prima del lap steel si suonava lo slide su chitarre con risuonatore). Del resto la Wonderland è speciale anche per un’altra cosa. Non usa il plettro e fa tutto con le dita e il fingerpicking, il che dona al suono della sua chitarra molta più natura organica, o meglio, sfumature naturali.

John Mayall ha riempito con abilità ed esperienza gli spazi tra un pezzo e l’altro parlando al pubblico. Più volte ha raccontato il retroscena dei brani. Prima di One Life To Live, con cui la band ha toccato l’era Bluesbreakers di Trout/Montoya, Mayall ha raccontato di aver scritto il pezzo sulla base dell’esperienza lasciatagli dal servizio militare nel 1952. Va sottolineato che a dispetto dell’età Mayall conserva ancora una vocalità molto buona, chiara e abbastanza potente, con tutte le sue caratteristiche. È rimasto saldo anche al piano elettrico Rhodes, all’organo Hammond e ovviamente all’armonica. Quanto alla voce, gli serve ancora molto bene: la sua conservazione gli permette ancora di destreggiarsi con abilità tra i diversi approcci vocali richiesti dai singoli brani del repertorio. Con la divertente The Devil Must Be Laughing la band ha toccato anche il precedente album «Talk About That» (2017), mentre con Early In The Morning Mayall ha reso omaggio alla vecchia formazione Louis Jordan & Tympany Five, sulle cui hit è cresciuto negli anni Trenta e Quaranta e dove si può rintracciare l’influenza sulla successiva passione di Mayall per il rhythm and blues. Dopo questo pezzo il quartetto è passato a uno dei cavalli di battaglia live di Mayall, So Many Roads di Otis Rush, e la successiva Chicago Line ha lentamente annunciato la chiusura della parte regolare del concerto. La band ha rinforzato l’esecuzione tirata di questo standard dei Bluesbreakers con la jam allungata che ci si aspettava, senza escludere nemmeno gli assoli di batteria e basso.

Il pubblico è esploso più volte in ovazioni fragorose, ma quella che ha fatto più rumore è stata senza dubbio quella che sembrava non finire mai e con cui ha richiamato Mayall e i suoi compagni sul palco ancora una volta. Per il commiato la band ha attaccato la divertente I Want All My Money Back, chiudendo così un ottimo concerto di un’ora e mezza. John Mayall mantiene una vitalità incredibile per i suoi begli anni. Sul palco ha irradiato per tutto il tempo un ottimo umore e una grande agilità, destreggiandosi nello stesso respiro, con abilità, sicurezza ed esperienza, tra armonica, tastiere e canto. Quanto alla forma sul palco, che in una carriera longeva come quella di questo stimato signore e gigante del blues John Mayall può vistosamente intaccare il dente del tempo, quel genere di dubbio, anche dopo l’esperienza di Udine, resta del tutto superfluo, inutile e vano.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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