Lightning Bolt

0 8

Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Pearl Jam
Etichetta: Monkeywrench Records
Uscita: 2013
Durata: 47:14
Voto: 4.8/5

Che cavolo avevano in testa critici e discografici per ficcare i Pearl Jam, solo perché nati nella eternamente piovosa Seattle, in quel calderone grunge fatto di flanella, pathos, monotonia e di una formula un tempo potente, oggi del tutto sorpassata, un pacchetto confezionato di band che tra loro non avevano praticamente nulla in comune? Ancora oggi c’è chi non riesce a digerire il fatto che dopo Ten sia arrivato lo straordinario Versus, poi le svolte controverse lontano dallo sfarzo (e dalla miseria) di una celebrità annacquata con Vitalogy, No Code, Yield, Binaural, Riot Act, Pearl Jam, Backspacer, e che l’ultimo, a dimostrazione che il fulmine non colpisce due volte nello stesso punto, 22 anni dopo non quadri nei loro conti: il nuovissimo Lightning Bolt. Il gruppo di ex teenager e ventenni è diventato un collettivo di uomini attempati che alle cazzate da adolescenti non possono né devono più abbassarsi, e sempre più evidenti si fanno anche le radici musicali, tutti i germogli con cui hanno sempre generato il loro suono, un mix di The Who, Neil Young, Ramones, Dick Dale e il meno possibile di roba da pivelli dei giorni nostri. Ed è ancora più bello quando noi, a cui questa evoluzione va a genio, ci accorgiamo di essere invecchiati e maturati in parallelo a loro e, anche grazie a loro, di stare più che benissimo nella nostra pelle (con la possibilità, ovvio, di una svolta in meglio). È vero pure che i Pearl Jam sono una band che, nel creare e cucire su misura le proprie creazioni, sempre un po’ diverse e più evolute, non guarda mai ai desideri del resto del mondo né al gusto e all’opinione delle masse; a distanza dal gusto medio rovinato di critici e folle sono rimasti fedeli alla loro missione e, in un’epoca in cui la maggior parte dei colleghi suona l’allarme per le regole del gioco cambiate nel music business, non solo riescono a riempire arene da stadio di proporzioni megalomani, ma in tutto questo non si coglie nemmeno un briciolo di compromesso o di svendita a buon mercato della propria anima.

Quattro anni dopo il potente e dichiaratamente voluto Backspacer, i Pearl Jam si sintonizzano sulla loro frequenza senza alcuna sensazione di fretta o di costrizione, e la band ha portato nel proprio processo creativo ancora più democrazia e partecipazione di praticamente tutti i membri (con l’eccezione del batterista Matt Cameron, che evidentemente aveva troppo da fare con i Soundgarden). Se tiriamo le somme – quasi 30 anni di convivenza musicale e di trame sonore tessute insieme hanno insegnato a Stone Gossard, Mike McCready, Jeff Ament e all’inesauribile generatore di passione, mistica e splendore fuori serie, l’eccezionale cantante Eddie Vedder, a leggersi nel pensiero tra complici della ribellione musicale e della (r)evoluzione in cui tutto è permesso. Anche un vago senso di già visto e già sentito, il déjà vu, qui soffia con una rivolta mai sopita contro la casa inquieta e con la ribellione politica, e dall’altra parte con l’approccio terapeutico al calore nero del vinile, alle onde oceaniche alte metri e al surf, e soprattutto a un rock’n’roll solido e maturo: di complicazioni ce n’è solo quanto ne tollera il gusto dei Pearl Jam. Eddie stavolta si pone domande adatte ai suoi quasi cinquant’anni, su morale, fede, senso dell’esistenza, ma tira sempre dritto per la sua strada. L’iniziale Getaway riparte esattamente da dove aveva finito Backspacer e ricorda il bellissimo intreccio di due chitarre taglienti ben bilanciate, basso, batteria e la splendida voce agonica di Vedder, sporca, impastata e sempre riconoscibilissima. Ognuno di noi segue la sua strada, e Ed non ha alcuna intenzione di seguire le indicazioni e le direttive di nessuno. Un ribelle, insomma, ma un ribelle con stile e con motivi. E un ribelle con un cervello, che approda alla straordinaria Mind Your Manners (nota anche come Spin The Black Circle Part II). Lo stesso senso di impatto punkeggiante, uno dei principali assi di Vitalogy, si avverte nell’essenza stessa di questa offerta musicale, da cui non ci si stacca grazie alle domande splendidamente poste sulla verità metafisica di questo mondo: »Go to heaven / That’s Swell / How you like your living Hell?«. Father’s Son è stavolta un regolamento di conti con gli psicopatici domestici che, in nome del codice genetico e del proprio seme, seminano violenza e dolore nelle loro case, e sfogano rabbia e insoddisfazione per la propria vita sulle spalle di mogli e figli. Mike McCready a modo suo, terapeutico, saluta, immagino, il padre scomparso, e con un pizzico di Dick Dale i Pearl Jam dal mood surfistico e giocoso, già nella prima parte di questo eccezionale resa dei conti con se stessi, con il mondo e con i demoni del passato, si sciolgono per bene e danno più di quanto si sarebbe osato aspettarsi da loro.

Sirens è tutto fuorché una power ballad. Pearl Jam è un brano di scuse, un pezzo d’amore con un monito più profondo. “We live our lives with death over our shoulders,” canta Eddie, e nel bellissimo intreccio di scivolose sagome sognanti di chitarre, tastiere, basso e batteria si insinua in modo organico qualcosa di sublime, di ultraterreno, qualcosa per cui riascolterete questo pezzo, come Hotel California, per le stesse ragioni di tutto ciò che c’è nell’opus dei Goo Goo Dolls, quelli più »moderni«. Il valore aggiunto è emotivo, e stavolta potete ascoltare la sensualità e il sentimento e assaporarli splendidamente con la punta del vostro gusto per quasi sei minuti di un brano che non vi lascerà senza conforto nemmeno per un attimo! Un bellissimo assolo di chitarra, nello stile di uno Slash qualsiasi, anzi no, più alla Stone Gossard, si intreccia splendidamente nella trama di un Weltschmerz volutamente sensuale che, con l’interpretazione di Eddie, risulta sensato e degno di essere assaporato. In questo mare di sentimenti c’è però posto anche per l’euforia, che squarcia la nebbiolina della tristezza con un colpo di fulmine in piena regola, la title track Lightning Bolt. Il fracasso crudo e sfrenato da adolescenti non c’è più, ma i Pearl Jam bruciano comunque – come The Who o The Beatles su chitarre più distorte. E ai secondi restate ancora di più con la testa nel proseguimento con Infallible, che va in trip su, concordo con il paragone, l’album Magical Mystery Tour; oltre a chitarre, tastiere e batteria dal suono simile, contribuisce anche la suggestiva modulazione vocale dell’eccezionale oratore per eccellenza, il signor Edd V. in persona. E quest’ultimo è l’autorità che quattro anni fa aveva messo il veto su Pendulum in Backspacer. Stavolta il brano rielaborato si è preso un po’ di polvere sonica di magia. La passeggiata della voce di Ed dall’altoparlante sinistro a quello destro, un feeling di batteria quasi alla Nick Cave, campanellini e bellissimi echi di pianoforte soffocati da qualche parte sullo sfondo: un brano semplice che entra efficacemente sottopelle a ogni tocco di corde aperte, al fiato di gridi dolorosi, minacciosamente dolci, del grande Vedder e del suo coro di fiori vocali scelti dei PJ in infiorescenza. La suspense è totale, e dopo il minimalismo segue un molle risveglio con Swallow Whole. La gioia di vivere, il positivismo, l’assaporare le onde e la natura, la maturità e l’età adulta portano nell’insieme un po’ di corrente d’aria che ha spazzato via tutti i demoni del passato, e con il suono leggero di chitarre quasi alla Byrds i Pearl Jam celebrano il sole, il vento, l’oceano e respirano perdono, metafisica e attesa dell’inevitabile.

Let The Records Play è infilata qui in modo piuttosto azzeccato per alleggerirvi e rallegrarvi con un po’ di ruvidezza alla Led Zeppelin e di rusticità melodica, senza che i Pearl Jam suonino a buon mercato, logori o sbiaditi, mentre Stone la »spinge« in una direzione del tutto rilassata verso la fine dell’album. Swallowed Whole è dannatamente reminiscente di ciò che Eddie ha composto nel suo disco solista Ukulele Songs, solo che stavolta al posto dell’ukulele dalle casse esplode l’accompagnamento collettivo dell’intera soldataglia PJ, che tinge il brano con la sensibilità dell’eroe dei Beatles George Harrison, ormai scomparso, e nemmeno un grammo di patina superflua si posa sui contorni di questo pezzettino leggero che irradia fedeltà a se stessi e ai propri principi. E grazie a questi nel collage, nell’oceano di suoni, c’è abbastanza spazio per il misticismo e la sognante eclettica di Yellow Moon e per la sensualità del finale da spezzare il cuore, Future Days, che emana la raffinatezza di un country sottopelle, risonante in un modo che riescono a far trasudare solo veterani del calibro dei Pearl Jam. La promessa di eccezionalità, di crescita, di miglioramento e di maturazione è stata mantenuta in pieno!

https://www.youtube.com/watch?v=b2Tt_QT7Z8Q

Proprio pensando alla mitologia dei Pearl Jam, alla loro quasi inafferrabilità e al rifiuto di farsi ingabbiare, chiuderei oggi questa parabola con la verità dell’affermazione che alcuni, pochissimi, sono capaci di conservare la propria spina dorsale nel mondo di oggi fatto di tendenze e diktat. I Pearl Jam non sono mai stati dei seguaci delle mode, anzi le mode le hanno sbeffeggiate. Di più – hanno scelto le loro strade e le loro scorciatoie, restando fedeli ai propri principi, per cui un bis di Ten, Versus o degli altri otto album non avremmo nemmeno dovuto aspettarcelo. In questo tempo i ragazzi sono maturati, si sono tolti la scorza della ribellione adolescenziale e sono diventati una band adatta anche a uomini e donne di mezza età. I Pearl Jam sono diventati una band adatta a ogni età, senza vendersi e senza perdersi per strada. Di anno in anno sono più vicini allo splendore della classicità, e il tocco vintage non li spinge allo stesso tempo nel ripostiglio della storia. I premi alla carriera e gli ingressi nelle hall of fame fanno parte del riconoscimento con cui vengono ripagati impegno e lavoro, ma più che di premi e targhe da appendere al muro questi uomini, venuti da una città avvolta in un velo di nuvole di pioggia e di grigiore, vogliono seminare nel mondo raggi di anticonformismo, bellezza, cuore e radiosa dedizione alla propria missione, che già oggi li mette al fianco dei Rolling Stones, dei The Who, dei Ramones, di Iggy e della sua truppa, di Neil Young e dei Crazy Horse, a cui si sono sempre ispirati e per cui hanno sempre spasimato; nel tendere alle stelle, con la consapevolezza che nello stesso fiume non ci si può immergere due volte, hanno spostato i confini delle proprie possibilità sempre di un palmo, due, tre più in là. 22 anni dopo Ten, se chiudo con lui, i Pearl Jam somigliano più a se stessi che all’inizio del cammino, e quel che conta, come sottolineano loro stessi, è che finalmente, ed è giusto così, stanno comodi e bene nella propria pelle. Lightning Bolt ne è il documento, e non ci resta che augurarci che resti così ancora per decenni a venire!

Formazione

Eddie Vedder – voce, chitarra
Stone Gossard – chitarra
Mike McCready – chitarra
Jeff Ament – basso
Matt Cameron – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Brendan O’Brien – tastiere, chitarra
Kenneth “Boom” Gaspar – tastiere
Ann Marie Simpson – violino

Produzione

Brendan O’Brien

Tracklist

1. Getaway
2. Mind Your Manners
3. My Father’s Son
4. Sirens
5. Lightning Bolt
6. Infallible
7. Pendulum
8. Swallowed Whole
9. Let The Records Play
10. Sleeping By Myself
11. Yellow Moon
12. Future Days

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie