To the Bone
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Wilson, Steven
Etichetta: Caroline International S&D
Uscita: 2017
Durata: 59:46
Voto: 4.5/5
Il principale mecenate del progressive rock contemporaneo, Steven Wilson, torna con il nuovo album in studio »To the Bone« in una veste sonora un po’ diversa. Appena si è saputo che nel disco non ci sarebbero stati alcuni dei musicisti con cui aveva collaborato nei lavori solisti precedenti, era chiaro che stavolta aveva in serbo qualche sorpresa sonora per rinfrescare la sua carriera solista, sempre così intrigante. Questa volta non ha fatto un disco prog nel suo tipico stile malinconico-cupo, con le influenze della vecchia scuola progrock dei Settanta: il suo ultimo lavoro è per lo più vicino ad art rock, new wave e pop rock anni Ottanta, ovvero a un pop progressivo. Un cambio piuttosto drastico, che dimostra chiaramente che Steven, come tanti di noi, non ha ancora digerito la recente scomparsa di due dei suoi idoli musicali: David Bowie e Prince. Secondo le sue parole, con »To the Bone« voleva rendere omaggio ad alcuni dei suoi artisti preferiti e ai loro album anni Ottanta, come Peter Gabriel e »So« (1986), Kate Bush e »Hounds of Love« (1985), Tears For Fears e »The Seeds of Love« (1989) e Talk Talk e »The Colours of Spring« (1986).
La paura di certi fan che Steven facesse un disco troppo commerciale era ovviamente del tutto infondata: si tratta di un altro lavoro estremamente eclettico e dalle atmosfere profonde, che gli amanti del rock sperimentale accoglieranno per lo più con entusiasmo. Più d’uno temeva che l’eterno ribelle della musica Steven si ‘vendesse’ al capitale, quando si è saputo che stavolta puntava su un album più orientato al pop rock del solito. A dire il vero, il sound di »To the Bone« sta molto vicino ad art pop e art rock, con l’ispirazione pescata dalle icone musicali citate sopra, il che significa che Steven non sconfina quasi mai nel pop rock puro. Forse a qualcuno ha dato da pensare il fatto che per la produzione e le chitarre stavolta abbia unito le forze con Paul Stacey, noto per le collaborazioni con Oasis e Black Crowes, ma l’accoppiata si è rivelata un investimento di grande qualità.
Steven si è affidato a Stacey per la produzione, eccellente, di cui di solito si occupa sempre lui, mentre dietro le pelli in alcuni pezzi si è seduto il fratello di Paul, Jeremy, ultimo arrivato nei leggendari King Crimson. Più che mai, poi, Steven ha collaborato con la cantante israeliana Ninet Tayeb, che ancora una volta si è dimostrata eccellente nel costruire le armonie vocali. Tra i ‘vecchi amici’, cioè la squadra fissa di Steven in studio e dal vivo, tornano il cult-bassista Nick Beggs, il batterista Craig Blundell e il tastierista Adam Holzman, mentre gli appassionati di rock progressivo andranno in estasi per la presenza nel disco dell’indimenticabile tastierista Dave Stewart della scena di Canterbury e dello straordinario chitarrista e cantante Dave Kilminster. Quest’ultimo ha messo lo zampino ‘solo’ con i cori.
Già la title track, che è anche l’opener e in cui è impossibile non cogliere l’influsso dell’estetica ambient degli indimenticabili Talk Talk, avvisa che per molti versi il disco è parecchio diverso dal predecessore. Il bel ritornello è accompagnato da un ricco supporto vocale, mentre l’assolo di chitarra malinconico a metà brano è tipico del signor Wilson. »Nowhere Now« ricorda un po’ i tempi di Steven con i Porcupine Tree, più o meno all’epoca di »Stupid Dream« (1999) e »Lightbulb Sun« (2000), mentre la ballata »Pariah«, cantata in duetto con Ninet Tayeb, è uno dei pezzi più belli di »To the Bone«. »The Same Asylum As Before« contiene un malinconico riff di chitarra alla Pink Floyd, mentre Steven canta in falsetto, una mossa interessante e ben accetta. Le splendide armonie vocali non si lodano mai abbastanza, e le tipiche trame chitarristiche di Steven anche stavolta sono un vero balsamo per l’anima. L’epica »Refuge« è una di quelle prove di Steven dall’ambient struggente, che lasciano il segno in ogni ascoltatore dotato di un minimo di empatia, mentre l’assolo di stampo blues, a cui col tempo si uniscono armonie meravigliose, dice chiaro e tondo che, oltre alle sue tante doti di cantante e produttore, Steven resta un asso della chitarra e dello strumento in generale.
Una sorpresa piacevolissima è »Permananting«, il brano più allegro e, diciamo così, più pop rock del disco, in cui Steven mostra la sua straordinaria crescita vocale negli ultimi anni usando di nuovo il falsetto. Anche qui un ottimo ritornello occupa il centro della scena, mentre oltre all’influsso dei classici new wave si sentono quelli di Bowie e degli Electric Light Orchestra. La leggermente pastorale »Blank Tapes«, con flauto e arrangiamenti di pianoforte, è un breve momento malinconico-nostalgico, mentre la collaboratrice israeliana di Steven si avvicina quasi del tutto al timbro di Kate Bush. »People Who Eat Darkness« è il pezzo più tirato e ‘vivace’ di Steven in questo album, con tanti elementi divertenti di rock alternativo e progressive metal. Nel successivo azzardo sperimentale, »Song of I«, con l’aiuto vocale dell’amica israeliana si avventura su un terreno insolito, quello del trip-hop, mentre la cupissima e malinconica »Detonation«, con i suoi tanti passaggi possenti e complessi, suona come un brano dimenticato di »Hand. Cannot. Erase« (2015).
Il pezzo di chiusura »Song of Unborn« suona come una messa funebre, ma senza nessuna sfumatura ambient morbosa. Per atmosfera fa pensare più al defunto che vede la luce in fondo al tunnel. Chiunque pensasse che con »To the Bone« Steven avrebbe fatto una svolta drastica diventando un allegrone si è sbagliato di grosso. La sua anima intellettuale ma profondamente empatica nei testi continua ad affrontare temi di vita serissimi, in cui, nonostante la riservatezza e la cura con cui protegge la propria privacy, mette anche alcune delle sue esperienze di vita più decisive.
Con il nuovo lavoro in studio, »To the Bone«, Steven Wilson dimostra ancora una volta la sua straordinaria versatilità di compositore e arrangiatore, passando senza sforzo da un genere all’altro e restando comunque fedele a se stesso. Rispetto alla maggior parte della sua produzione finora, »To the Bone« è un lavoro un po’ più leggero come atmosfera e arrangiamenti, il che non vuol dire affatto che manchi di profondità: contiene alcuni dei brani più belli della carriera, straordinariamente prolifica e variegata, di Steven. »To the Bone« ha portato una ventata di freschezza sonora di cui Steven, in questa fase della carriera, aveva semplicemente bisogno.
Formazione
Steven Wilson – voce, chitarra, basso, tastiere, produzione
MUSICISTI OSPITI:
Ninet Tayeb – voce principale (3,7) e cori (1,6,8)
Sophie Hunger – voce (9)
David Kollar – chitarra
Adam Holzman – tastiere
Mark Feltham- armonica a bocca (1,5)
Nick Beggs – basso, Chapman stick
Craig Blundell – batteria
Jeremy Stacey – batteria
Jasmine Walkes – voce recitata (1)
Robin Mullarkey – basso (4 e 10)
David Kilminster – cori (1,2 e 4)
Dave Stewart – arrangiamenti orchestrali (2,4,9 e 10)
Pete Eckford – percussioni
The London Session Orchestra – arrangiamenti orchestrali
Produzione
Steven Wilson e Paul Stacey
Tracklist
1. To The Bone (6:41)
2. Nowhere Now (4:03)
3. Pariah (4:46)
4. The Same Asylum As Before (5:14)
5. Refuge (6:43)
6. Permanating (3:34)
7. Blank Tapes (2:08)
8. People Who Eat Darkness (6:02)
9. Song Of I (5:21)
10. Detonation (9:19)
11. Song Of Unborn (5:55)