La tempesta U.D.O. si abbatte finalmente anche su Lubiana (2004)
“Per la versione inglese, scorri giù lungo la barra!”
Location: Lubiana / VPK Mediapark / Slovenia
Data: martedì, 25.05.2004
Erano le sette e mezza di sera e la gente badava ancora più alla birra e agli altri prodotti alcolici fuori dalla sala che a quello che succedeva dentro. Poco dopo le otto sono partiti i Majesty. Sala piuttosto tristemente vuota, e i Majesty hanno iniziato lo show davanti a circa 24, forse 31 spettatori, di cui quattro addirittura scatenati a sbandierare i capelli in prima fila. I Majesty sono una band umile, non c’è che dire, visto che si sono accontentati subito di una reazione del genere. Però questi ragazzi dal palco hanno dichiarato che loro suonano “true” metal. E cosa sarebbe, secondo loro? Forse un’imitazione al 100% dei Manowar? Certo, con un po’ più di melodia, soprattutto per i frequenti inserti di armonie a tre voci e per gli assoli di chitarra più schematici, incorniciati, che seguono diligentemente scale musicali consumate. Ragazzi estremamente prevedibili. Un’ulteriore prova che una copia, per quanto i musicisti siano tecnicamente preparatissimi, e i Majesty lo sono senza dubbio, non può convincere in nessun modo. Perché muoversi solo entro i confini che i Manowar hanno definito con il loro stile inconfondibile non basta. Ti inchioda a una tristezza di livello medio-mediocre che nella comunità metal finisce in fretta nel dimenticatoio. I Majesty si sono presentati in modo più che corretto, ce l’hanno messa tutta e, come gruppo spalla, hanno offerto un suono invidiabile, di qualità. Un’esibizione dinamica, compatta e curata, piena di inni metal da battaglia, di livello, non ho parole. I ragazzi erano entusiasti del pubblico che cresceva durante il loro set e della reazione sempre più rumorosa, tanto che a fine concerto il batterista ha persino distribuito tre bacchette tra la gente. Impressioni simili mi hanno attraversato con gli svizzeri Crystal Ball, che sono “sbucati” sul palco dopo i Majesty, tra i suoni registrati di un autentico jodel alpino. Non è passato molto da quando il gruppo ha perso il chitarrista originale, così uno dei due chitarristi si è messo anche alle tastiere. Ha riempito bene il posto vuoto e né nel suono né nella qualità dell’esibizione alla band è mancato o ha remato contro nulla. Questi ragazzotti uniscono gli approcci hard rock degli anni Settanta, soprattutto per quei tipici giri di tastiera dal sapore “hammond”, a cui aggiungono ovviamente classici riff metal, espressivi sì, che si memorizzano subito nel processore cerebrale medio dell’uomo moderno del genere Homo, ma masticati e rimasticati 100 volte. Il risultato è che i Crystal Ball a tratti suonavano come una via di mezzo dei Pretty Maids, poco dopo come i Pink Cream 69, con un sacco di momenti in cui si sentiva puzza di glam metal da cipria e rossetto. Il salto di genere più clamoroso, però, è arrivato quando il tastierista ha preso in mano la chitarra ritmica, perché il pezzo Lay Dawn The Law (durante il concerto mi sono perfino ricordato il titolo, visto che il cantante lo ha ripetuto almeno cinque volte prima di attaccare) si basava su una galoppata attraverso un semplice, classico riff “aperto”, il che significava che per un attimo i Crystal Ball hanno provato a calarsi nei panni dei vecchi, cari Accept o persino dei Judas Priest. E il titolo del pezzo è identico a quello del disco d’esordio degli U.D.O., “Animal House” (1987). Che dire. Noiosissimo. Ma il pubblico è stato correttissimo, come la band stessa, che si è presentata a tutta birra, ha servito un suono di qualità altrettanto buono e sembrava aver scaldato per bene una manciata di sanguigni, mentre noialtri, “abituati al peggio”, guardavamo la scena da una distanza prudente, con educazione e un po’ di lato. Il riscaldamento del pubblico prima degli U.D.O. è decisamente riuscito, e i Crystal Ball si sono guadagnati le simpatie di tutti, perché il cantante si rivolgeva alla platea anche in sloveno. E non solo con un “Hvala”: ha imparato anche frasi più elaborate, che per un tedesco doc ha pronunciato pure molto bene. Certo, i discorsi in sloveno li aveva scritti su un bigliettino. L’esibizione nella sala del VPK ha significato, sia per i Crystal Ball che per i Majesty, l’ultima data del Thunderball World Tour.
Erano quasi le dieci quando si è sentito il suono registrato di un intro alla James Bond e gli U.D.O. si sono presentati al pubblico, attaccando subito con le incandescenti Thunderball e Bullet And The Bomb dal loro attuale album in studio “Thunderball” (2004). Il granitico capo della band Udo Dirkschneider, simpatico zione, cuore metal indomabile, vero guru e leggenda che negli anni Ottanta riempiva i palchi di tutto il mondo con i famigerati Accept, con gli U.D.O. si è preso tutta la legittima eredità di quei giganti. La sala emanava un vuoto un po’ più evidente rispetto a quello che avevo visto con i Grave Digger a gennaio di quest’anno. La gente, “a occhio nudo” e secondo il mio modesto giudizio, era tra 249 e 308 persone. Accanto a me c’erano quattro tipi “eccitatissimi” che si erano fatti ben nove ore di viaggio da Spalato per vedere gli U.D.O. Evidentemente la scarsa affluenza dipende dalla campagna mediatica più debole sul suolo sloveno per quanto riguarda la presenza del gruppo sulla scena metal in generale, visto che per la AFM Records in Slovenia non c’è proprio distribuzione. Io personalmente per la prima volta in vita mia sono andato a un concerto di un gruppo di cui prima non avevo nemmeno sentito l’album in studio attuale. Si dice però che, dopo l’ingresso della Slovenia nell’UE, le tariffe postali dall’estero stiano calando drasticamente (così promettono i media), anche fino al 70’%. Così in futuro potremo ordinare la musica che vogliamo via internet allo stesso prezzo e, almeno, avere la certezza di ricevere la roba ordinata in tempi ragionevoli. Ovviamente chi non attribuisce alcun valore a masterizzare CD e a “scaricare” è fuori da questo discorso.
Cavolo, ahimè, e ancora ahimè! Sono di nuovo andato fuori strada alla grande. Dopo che Udo si è tolto il luccicante mantello “Thunderball” ed è tornato sul palco in divisa militare, per la prima volta la sala ha iniziato a ribollire davvero, perché gli U.D.O. hanno proseguito a tutto gas con l’ottimo classico degli Accept Metal Heart (“Metal Heart”, 1985). La prima parte dello show era un mix (roba Accept e U.D.O.).
“All right! Thank you! This is a track from our Solid album, called Independence Day!” ha detto zione Udo rivolgendosi al pubblico per la prima volta con un po’ di serietà. Uno dei miei pezzi degli U.D.O. preferiti in assoluto ha calmato un po’ le teste surriscaldate delle prime file, ma con il suo tempo medio e il ritornello epico, malinconico e costruito in modo fantastico, ha portato l’atmosfera a un livello ancora più alto. Soprattutto in questa canzone aspetto sempre il momento in cui Udo arriva alla parte del verso che sottolinea con gusto con un tagliente “R-r-r-r-obotic r-r-age…”. Che fuoco è divampato in sala, che casino! Non mi tremavano solo i pantaloni, ma tutto quello che c’è dentro, compresi tutti gli organi vitali. Che botte, che suono primordiale del metal. Una roba così dal vivo la sanno evocare davvero solo i più grandi. Che droga metallica!
Igor Gianola e il leggendario Stefan Kaufmann sono fedeli alla tradizione e per questo usano classiche chitarre elettriche Gibson. Gianola i modelli LP e Flyin’ V, Kaufmann invece solo Explorer. Solo durante l’introduzione semiacustica alla bellezza orgasmica degli Accept Neon Nights, Kaufmann ha usato anche una Fender Stratocaster. Il suono? Che magia! È questo. Sicurezza in sé stessi, religione, sincerità verso sé stessi, verso la propria volontà, la propria visione. Non c’è verso che qualcosa li spezzi. La band ha attaccato la Slovenia da ogni posizione, con tutto il fuoco possibile. Senza un errore, sempre a un livello eccezionale, sempre dedita alla musica, alla folla e a sé stessa. Blietzkrieg on Slovenia!
La prima parte si è chiusa con un assolo di batteria. Prima, però, devo sottolineare l’esecuzione del brano Blind Eyes (“Thunderball”, 2004). Anche se il nuovo album non ce l’ho ancora, con questo pezzo un po’ meno rumoroso gli U.D.O. hanno creato un’atmosfera straordinaria, soprattutto grazie alla linea di basso Rickenbacker di Fitty, che pulsava dentro il brano con un’intensità incredibile. L’ottimo contrasto tra la linea ritmica e la sirena vocale unica di Udo ha brillato in pieno, mentre il tintinnare delle due chitarre era volutamente spinto sullo sfondo.
Dopo l’assolo di batteria gli U.D.O. sono tornati e per tutta la seconda parte dello show hanno sciorinato, con l’eccezione di Metal Eater (“Timebomb”, 1991), solo classici degli Accept. La gente è impazzita per Son Of A Bitch (“Breaker” 1983), Restless And Wild (“Restless And Wild”, 1982), Up To The Limit (“Metal Heart”, 1985), e tra tutti questi spiccava una delle più belle perle degli Accept, Neon Nights (“Restless And Wild”, 1982). Si vedeva che il pubblico era contento (il che non voleva dire che fosse anche sazio), soprattutto con tutto il repertorio Accept faceva un casino del diavolo e nei ritornelli sosteneva la band in coro, a una sola voce. Gli U.D.O. hanno restituito alla gente quell’energia con generosità e senza risparmiarsi.
Udo non è solo una personalità straordinariamente carismatica, senza cui la scena metal moderna non si può nemmeno immaginare, ma dà l’impressione di uno zione di buon cuore, non particolarmente loquace sul palco, anche se la sola energia che il tipo irradia e la sua presenza scenica dicono di lui molto di più. Udo stringeva continuamente la mano ai fan nelle prime file, correva sul palco da un membro della band all’altro e come un maestro d’esperienza li incitava di continuo. Gli U.D.O. sono sembrati così molto più popolari, ancora più vicini alla gente (sensazioni genuine e positive simili le avevano create anche i Primal Fear al Rock Otočac dell’anno scorso), rispetto ai Grave Digger di gennaio nella stessa sala, nei quali si sentiva che mantenevano sempre almeno un filo di distanza dal pubblico, anche se pure adesso tolgo subito il cappello davanti al concerto dei Grave Digger. Voglio dire che gli U.D.O. col pubblico non giocano a nascondino. Anche davanti a un pubblico più piccolo si sono presentati a tutta forza.
Cinque minuti sono stati concessi anche a Igor, che si è sfogato per bene con i suoi fenomenali ricami di chitarra, tutto dentro la parte, dedicando un’attenzione speciale al suo stridulo wah-wah. Il ragazzo suonava rilassatissimo e al concerto si è davvero fatto una bella scorpacciata di assoli, visto che praticamente è lui l’incaricato di suonare quasi tutti gli assoli del gruppo. Stefan ha avuto il suo primato sul palco in questo ambito solo durante il pezzo Holy.
La terza parte della sezione regolare dello show degli U.D.O. era di nuovo un mix di pezzi Accept e U.D.O. Si è aperta con Man And Machine (“Man And Machine”, 2002), con un Udo conciato da cyborg al centro dell’attenzione. Ho avuto la fortuna di stare a sinistra del leggendario cantante in prima fila, così ho potuto osservare i dettagli dell’abito di Udo. Per il design del costume da robot i creatori hanno usato un trucco davvero astuto: hanno usato il modellino di plastica di un’astronave “Revell”. Chiunque incolli modellini di plastica sa che i componenti del modellino stanno attaccati a un telaio. Quei telai, ovviamente, i “tirchi” tedeschi, che sono anche i designer del costume di Udo, li hanno ritagliati con fantasia e incollati in varie combinazioni sull’abito che indossava Udo. Così il tipo sul palco sembrava davvero un incrocio tra un robot e un uomo, da cui pendevano circuiti elettronici, chip e tubicini di vari “?”. Subito dopo Udo ha continuato lo show travestito dal già citato soldato disertore e con le sue urla da spaccare le orecchie ha proseguito a brillare con un’intensità immutata. Il gruppo ha piazzato ancora un detonatore Accept, Balls To The Wall, proprio in coda alla scaletta della parte regolare dell’esibizione.
Con l’ultimo pezzo gli U.D.O. sono stati così convincenti e hanno creato una magia tale nella sala che, a fine pezzo, quando avevano già lasciato il palco, gli “ooooh-oooh-i” hanno continuato a rimbombare a lungo per tutta la sala. Balls To The Wall è stata una fantastica riproduzione della versione dal live album degli U.D.O. “Nailed To Metal” (2003). Conteneva tutto quello che un fanatico del metal può solo desiderare. Prima di tutto un testo ribelle e arrogantissimo, vestito di un geniale, semplicissimo riff di base, ovviamente con l’energico ritornello “a tre-quattro” che stritolava le palle in modo efficace e così sottometteva il pubblico. Fantastica soprattutto l’uscita, la chiusura stessa, di un’esplosività straordinaria.
A rendere l’atmosfera in sala straordinariamente rilassata, oltre all’approccio fanatico e all’atteggiamento della band stessa, ha contribuito anche il tour manager degli U.D.O., che poco prima dell’esibizione ha chiesto ai gialli luminescenti buttafuori di togliersi dalla prima fila, così durante il concerto ne sono rimasti, in posizioni ben poco fastidiose, solo due. Uno all’estrema sinistra e l’altro all’estrema destra, come per esempio ai concerti al Planet Music di Vienna. Eppure questi “addetti alla sicurezza” (non erano affatto solo due) durante il concerto sono intervenuti più volte con crudeltà nella festa generale, cercando di soffocarla in modo frustrante. Senza andare per il sottile. Certo, un tizio è andato troppo oltre quando ha versato la sua birra sul fermacarte, ma per questo non c’era bisogno di trascinarlo per tutta la sala e quasi stendere metà di quelli intorno. Un caso più serio di comportamento “da porci” della sicurezza è avvenuto proprio in prima fila, vicino al centro. Accanto a me si faceva largo a spintoni un ragazzino (di nuovo accanto a me, grrr…). Stavolta il tutto era in apparenza del tutto innocente. Ed ecco! Il giallo è comparso all’improvviso dal nulla e ha afferrato il ragazzo. Questo, sotto shock, ovviamente ha reagito in difesa e ha sferrato un colpo contro di lui. Ed è stato per il “buttafuori” il pretesto perfetto per giustificare l’allontanamento fisico dalla sala dello sventurato. Inutile dire che il “buttafuori” non ha scelto con cura né i modi né i colpi, che ha rifilato al poveretto anche in testa. Se questi cosiddetti “addetti alla sicurezza” fossero mai stati a un concerto dei Mötorhead, probabilmente avrebbero provato a cacciare dalla sala tutto il pubblico, perché non hanno la minima idea di cosa sia il vero inferno.
È normale e non ha niente di speciale che a questi concerti ci spingiamo tutti. Chi mai starà fermo, mica siamo il pubblico di un Pavarotti piagnucolone, che applaude per finta seduto sulle sedioline. Per finta perché a opere e concerti jazz incontri il 70% di gente che ci va solo per farsi vedere, mentre la musica e gli artisti mentalmente non li segue per niente. Ma l’importante è che abbiano pagato il biglietto. E i gialli uniformati tintinnanti, venuti prima di tutto per essere pagati, non sanno spiegarsi le cose in un altro modo, perché la magia della musica è per loro un concetto del tutto estraneo. Ecco, la cultura musicale in Slovenia è a un livello bassissimo. Ma con l’entusiasmo che offre quest’anno la scena dei concerti rock da noi, possiamo sperare che anche questa cultura salga al livello dei paesi dell’Europa occidentale.
Torniamo a noi. La folla era in estasi, la sala cantava ipnotizzata gli “oooh-oooh-e” presi da Balls To The Wall, che mi risuonava ancora nelle orecchie. Anche dopo che Kaufman è tornato sul palco e ha iniziato a suonare l’intro di Holy (“Holy”, 1999), il pubblico non se n’è curato granché e non si è lasciato disturbare nel suo canto. Poi, quando sul palco è comparso anche Udo con gli altri, anche la gente si è svegliata dallo stato ipnotico. Per l’occasione Udo era vestito da parroco con gli occhiali da sole. Ehi, che roba! All’inizio ho pensato che sul palco ci fosse Nosferatu interpretato da Klaus Kinski. Tanto più che “Holy” è il mio album degli U.D.O. preferito e sono caduto in un tale delirio che ho persino provato a imitare la voce di Udo nel verso “raise your hands”. In un attimo sono rimasto senza voce. Il caldo è risalito, gli U.D.O. hanno ingranato la marcia “più alta” con i classici degli Accept I’m A Rebel (“I’m A Rebel”, 1980) e con il brano più rumoroso, più, ehm, per non dire folle, insomma una canzone fatta di soli superlativi, una lezione di vera aggressività metal, di rumore e di rabbia inarrestabile, il pezzo più veloce della scaletta, Fast As A Shark (“Restless And Wild”, 1982). Gli U.D.O. hanno salutato per la seconda volta, ma la gente ha insistito e ha ottenuto un secondo bis. Il gruppo è rimasto fedele al già citato disco degli Accept e ha aperto il secondo bis con la oscura ma epica Princess Of The Dawn a tempo medio, che gli U.D.O. hanno eseguito nella versione presente sul loro disco dal vivo “Nailed To Metal” (2003). In una parola, eccezionale! La sorpresa finale è stata senza dubbio l’inserimento del pezzo Burning, che gli U.D.O. nei concerti di marzo e aprile del loro Thunderball World Tour non avevano incluso in scaletta. Udo chiede ai presenti: “Do you want us to play another one?” La risposta è stata un “Yeah!!!” ululato, dopodiché Udo ha fatto un gesto con la mano, come a dire: “Siete impossibili, ma non ne avete ancora abbastanza?” e ha continuato: “All right Ljubljana! Are you ready to rock? Are you ready to roll?” e così nella notte è esploso un altro classico degli Accept, che ha chiuso questo fenomenale, indimenticabile evento di rinascita della magia Accept, durato oltre due ore buone. La gente è impazzita del tutto. Che il pubblico metal sloveno non conosca limiti lo testimoniano alcuni bei graffi che mi sono portato a casa come ricordo dal concerto. Un paio di volte mi hanno quasi appiattito le tempie, perché i maniaci dietro si schiantavano contro la prima fila. Avevo il collo tutto tagliuzzato perché un pazzo, dopo il concerto, si allungava sopra di me nella speranza di ottenere un plettro, per non parlare del gomito pestato. Sopravvivere a un concerto metal in Slovenia sta diventando per me, evidentemente, una prova sempre più dura di anno in anno. Viaggi per mezzo mondo e ti esponi a situazioni selvagge di ogni tipo, tutto fila sempre liscio, poi ti capita una “stronzata” apposta a un concerto in Slovenia. Durante il concerto dei Grave Digger, per esempio, un cretino nel parcheggio davanti alla sala mi ha strappato la targa anteriore dall’auto. Stavolta, invece, sono tornato a casa con un mucchio di escoriazioni.
Gli U.D.O. non hanno nascosto la soddisfazione per la reazione del pubblico, hanno ringraziato di cuore e promesso di tornare. Il gruppo sembra più forte che mai. Come ho già scritto in una delle recensioni, e non è più una novità, gli U.D.O. non solo hanno ereditato lo stile unico degli Accept, ma con la loro esistenza e la loro grandezza lo hanno potenziato sotto ogni aspetto. Gli U.D.O., con l’ingresso di Stefan Kaufmann (che negli anni Ottanta suonava la batteria negli Accept, mentre negli U.D.O. ora è chitarrista) nel gruppo, a partire dall’album “Solid” (1997), hanno ottenuto un solido legame Dirkschneider/Kaufmann, che funziona alla perfezione nella scrittura di musica e testi. Se Gianola è il maestro degli assoli nella band, Kaufmann è il maestro nel piazzare fenomenali riff metal classici, di quelli che ti fanno venir voglia di sfasciarti la zucca. Così gli U.D.O., che avevano avuto continui problemi di stabilità della formazione più o meno da “Holy” (1999) in poi, sono coerenti e l’attuale line-up suona davvero insuperabile, sia sul palco che nella composizione del materiale stesso.
E, ultimo ma non meno importante, lasciatemi sensazionalizzare ancora un po’ questo “reportage”! Si pone infatti una domanda retorica finale. Se i Majesty si pavoneggiavano di suonare “true metal”, cosa sono allora gli U.D.O.? Forse “real metal” o addirittura “correct metal”? Personalmente sono molto allergico all’uso della parola “true” in senso di genere musicale. Per ogni singolo appassionato di musica “true” è esattamente ciò che in quel momento lo attrae e lo entusiasma di più nella musica. E di cosa sia “true” può giudicare solo ciascuno dentro di sé e solo per sé. Di autoproclamati “kings of metal” ne ho la valigia piena! Sono forse quei Manowar svaporati, vestiti con ridicole pelli di capre del Pleistocene? Mah, non dico, d’altra parte i Majesty sono certamente ambiziosissimi. Si sono fregiati della parola “true metal” e per giunta davanti a un “headliner” come gli U.D.O., e questo di sicuro non è roba da poco.
autore: Aleš Podbrežnik
fotografie: Aleš Podbrežnik
Majesty:
01. Reign In Glory
02. Hail To Majesty
03. Into The Stadiums
04. Heavy Metal Battlecry
05. Sword & Sorcery
06. Keep It True
07. Metal To The Metalheads
Crystal Ball:
01. Hellvetia
02. Forever And Eternally
03. Lay Down The Law
04. My Life
05. Opposites Attract
06. Savage Mind
07. Soulmate
08. Dance With The Devil
09. Private Visitor
U.D.O.:
01. Thunderball
02. The Bullet And The Bomb
03. Metal Heart
04. Independence Day
05. Pull The Trigger
06. Living For Tonite
07. Love Child
08. Blind Eyes
09. Drum solo
10. Metal Eater
11. Neon Nights
12. Son Of A Bitch
13. Restless And Wild
14. Guitar solo
15. Midnight Highway
16. Up To The Limit
17. Man And Machine
18. Animal House
19. Balls To The Wall
—primo bis—
20. Holy
21. I’m A Rebel
22. Fast As A Shark
—secondo bis—
23. Princess Of The Dawn
24. Burning
















Mentre discutevamo del viaggio a Wörgl (Austria), la località più vicina in cui gli U.D.O. avevano confermato uno dei loro show del recente Thunderball World Tour, è arrivata la notizia metal più pazza dell’anno. Gli U.D.O., i successori per eccellenza degli Accept e un altro gigante del classico heavy metal tedesco, arrivano direttamente a Lubiana (Slovenia). Come al solito ero piuttosto nervoso quando è arrivato il “D” day: sono corso a casa dal lavoro e poi eccomi lì. Verso le 18:00 mi aggiravo già furtivo intorno alla sala del VPK. Ancora nessun segno di vita davanti alla sala, ma dentro era tutto un fermento: montaggio del palco, allestimento del merchandise, eccetera. Sentivo di non essere ancora il benvenuto, così mi sono dato da fare e ho fatto una breve passeggiata nella periferia della città. Tornato verso le 19, il quadro era ben diverso. Ho trovato davanti all’ingresso un sacco di vecchi amici. Beh, “same old places, same old faces!”
Piuttosto insolito, ma quando le porte si sono aperte la gente non ha mostrato alcuna voglia di entrare. Fuori, i cani da terra badavano ancora più a scolarsi grandi quantità di birra che a quello che stava succedendo. I primi gruppi spalla, i Majesty, si sono trovati in una situazione spiacevole: hanno dovuto iniziare davanti a una sala quasi vuota. Però sono stati molto umili e si sono accontentati subito della reazione di quattro, forse cinque fan a corpo morto che scuotevano la testa (e la sbattevano pure) in prima fila. I Majesty, da veri fanatici dei Manowar, l’hanno fatto in modo molto professionale. Avevano un suono ottimo ed equilibrato (io ero più vicino al monitor di destra). Ciononostante i Majesty, come fratelli minori dei Manowar, hanno dimostrato ancora una volta che, anche se la copia di una certa band è tecnicamente più preparata, non basta a convincere. È un fatto semplice: i Manowar sono unici, mentre i Majesty non hanno niente da mostrare che sia farina del loro sacco. Intanto il pubblico cresceva e faceva un po’ più di rumore, e la band si sentiva entusiasta per la reazione crescente. Però i visitatori più vecchi e viziati, e io sono uno di loro, non sono stati toccati più di tanto. E con i Crystal Ball le sensazioni erano più o meno le stesse, anche se la notizia incoraggiante è che la folla cresceva di minuto in minuto. I Crystal Ball hanno offerto un mix di classici suoni hard rock anni Settanta (soprattutto per i finti suoni Hammond usciti dalle tastiere) e tocchi metal classici che a tratti sfioravano i Pretty Maids… Ma quando il tastierista si è unito alla band come chitarra ritmica, i Crystal Ball hanno offerto puro metal tagliente, da galoppata, con canzoni plasmate nello stampo dei vecchi Accept o Judas Priest. Lay Dawn The Law suonava in stile Accept, per non parlare del fatto che una canzone con lo stesso titolo compare nel primo album in studio degli U.D.O., “Animal House” (1987). Il cantante era di buon umore, anche se a un certo punto ha detto: “I’ve got infection! Please help me singing!” E in effetti aveva qualche problema con le sequenze vocali più alte, a causa del mal di gola. Quello che ha fatto guadagnare grande apprezzamento dai fan sono state alcune espressioni in sloveno che il cantante ha usato con successo per parlare col pubblico. Anche i Crystal Ball hanno dato il cento per cento e hanno eseguito la loro roba in modo corretto e a un alto livello professionale. La band sul palco era grande, ha mostrato tutto l’entusiasmo, con un approccio corretto, potente, erano in palla. Entrambe le esibizioni, quella dei Majesty e quella dei Crystal Ball, hanno funzionato molto bene e la gente ha mostrato una bella reazione positiva. Entrambe le band sembravano molto soddisfatte dell’energia ricevuta dalla gente e il batterista dei Majesty ha persino lanciato tre bacchette tra la folla.
Verso le 22 era tutto pronto perché il leggendario cantante degli Accept e la sua banda facessero il loro show. Intro registrato, ed eccoli qui. Gli U.D.O. sono andati dritti al cuore del loro ultimo lavoro in studio “Thunderball” (2004) e al suo opener veloce e pesante con lo stesso titolo. Udo era vestito con un lungo mantello luccicante disegnato apposta, con gli occhiali scuri. Dopo gli enormi applausi, la band è andata avanti con le cose più recenti, mentre Udo cambiava l’abito luccicante con uno più normale, che lo faceva sembrare un generale disertore, appena scappato dalla cavalleria irachena. La folla, beh, credo fossimo circa 300 persone, ha iniziato a reagire ancora più forte quando la band è passata al primo classico degli Accept, Metal Heart (“Metal Heart”, 1985). Il lascito degli Accept rappresenta metà di tutte le esibizioni dal vivo degli U.D.O. nei loro ultimi tour. Subito dopo quella canzone stava per rimbombare uno dei miei preferiti degli U.D.O. Era Independence Day dall’album “Solid” (1997) degli U.D.O. Udo si è presentato ancora più incazzato! La folla a quel punto era completamente dentro, con le mani alzate in aria e allo stesso tempo produceva un vero casino enorme. Pubblico piccolo, ma molto devoto, e la band lo sentiva. Una canzone atmosferica con un ritornello tristissimo è stata una scelta splendida per cambiare un po’ l’umore. Qui aspetto sempre che Udo pronunci quella “R” tagliente da brividi nel verso “….RRRRRRobotic rage…”, che crea sempre un breve salto verso un nuovo, diverso climax. La prima parte del concerto era composta soprattutto da pezzi dell’album “Thunderball”. Chiudere la prima parte del concerto con la Blind Eyes a tempo medio è servito a portare un altro cambio d’atmosfera, che cresceva gradualmente lungo tutto il brano. Anche se non ho ancora comprato l’album “Thunderball”, questo pezzo mi ha lasciato di stucco. Contrasto fenomenale tra il pesante basso a tempo medio di Fitty, che qui tagliava davvero il cemento, e il canto unico di Udo, mentre le chitarre erano spinte un po’ indietro per tenere l’atmosfera a un livello più alto. La prima parte del concerto si è chiusa con un assolo di batteria che era una fottuta dimostrazione rumorosa della velocità assassina di Lorenzo sui doppi pedali della cassa, accompagnata da un sacco di rullate velocissime e detonanti. Era ancora un’altra lezione da togliere il fiato.
La seconda parte del concerto, con l’eccezione del pezzo degli U.D.O. Metal Eater (“Timebomb”, 1991), comprendeva soprattutto classici degli Accept. Il primo è stato lo splendido Son Of A Bitch (“Breaker” 1983), poi Restless And Wild (“Restless And Wild”, 1982), Up To The Limit (“Metal Heart”, 1985) e soprattutto un highlight tra tutti, Neon Nights (“Restless And Wild”, 1982), con la folla completamente impazzita.
La band ha offerto un’esperienza indimenticabile. Mr. Udo marciava e navigava sul palco, regalando abbracci di incoraggiamento a Igor, Fitty e Stefan Kaufmann (un’altra leggenda vivente, che ha passato gli anni Ottanta a suonare la batteria negli Accept). Udo ce l’ha semplicemente nel sangue. Intendo quel grande carisma che gli permette di essere un vero leader. Gli U.D.O. hanno offerto un volume estremo, pensavo di esplodere per tutte quelle vibrazioni potentissime. Non sentivo solo i pantaloni che si muovevano, ma anche tutto il resto, compresi tutti i miei organi vitali interni. Questo suono magico e unico scansionava le masse umane attraverso carne e ossa. Roba da pazzi in tutti i sensi. Udo stringeva continuamente la mano agli entusiasti devoti del metal. Anche Igor era in gran forma e ha sfornato fantastici assoli pieni di anima per tutto il concerto, compreso il suo spazio solista con la fantastica aggiunta di spezie wah-wah. I suoi assoli erano puliti, veloci e, cosa più importante, fatti tutti con due palle così. La band è compatta e sul palco si comporta come una fortezza a prova di proiettile. Canzone dopo canzone rimbombava come un colpo di martello, calciando davvero in alto, il suono era fantastico. Con la mano sul cuore, ero in prima fila, schiacciato, con le palle al muro, e in alcuni momenti non sentivo bene le linee vocali di Udo. Il motivo principale era la folla impazzita che faceva un casino fantastico. Non numerosa, ma pazza fino in fondo. La terza parte del concerto era un mix di pezzi degli U.D.O. e degli Accept, iniziata con Man And Machine (“Man And Machine”, 2001) e con Udo travestito da una specie di creatura cibernetica, un uomo macchina. Con Midnight Highway (“Breaker”, 1983) la band ha sganciato un altro pugno Accept da sballo, da “bocca in bocca”. Ovviamente non si sono dimenticati di Animal House (“Animal House” 1987), tratta dal primo album in studio degli U.D.O. Doveva seguire un finale fantastico. Balls To The Wall dall’omonimo album in studio degli Accept, nella versione estesa di “Nailed To Metal” (2003), con la folla che faceva quegli enormi “oh-oh” e Udo che gridava: “Oh c’mon everybody, show me the sign of victory!” Poi il pezzo si è diviso in un altro, ultimo ritornello con uno splendido fade out e l’urlo acuto, cattivo e violento di Udo che riecheggiava. Era la fine!
La folla aveva fame di altro, e gli U.D.O. sono ovviamente tornati subito! Prima è comparso sul palco solo Stefan, che ha suonato l’intro di chitarra di Holy (“Holy”, 1999). Prima dell’inizio del bis la band aveva creato una magia tale che la gente era entrata in una specie di stato ipnotico, perché stavamo ancora tutti facendo quei grandi “oh” di Balls To The Wall, anche se Stefan aveva quasi finito la sua introduzione di Holy alla chitarra. Ma appena gli altri lo hanno raggiunto sul palco, compreso il prete Udo (per l’occasione Udo era vestito da prete), ovviamente nel suo solito posto al centro, tutti hanno rimesso la testa su quello che sarebbe seguito. Holy è uno dei miei preferiti personali degli U.D.O. e mi è venuta davvero la pelle d’oca. Ho provato a imitare l’urlo unico di Udo una volta soltanto. Nel verso “raise your hands”, e sono subito rimasto senza voce. Ma questo non era niente in confronto ai pezzi successivi. Il primo, il classico attaccante degli Accept I’m A Rebel (“I’m A Rebel”, 1980). Dopo di che l’urlo vampiresco altissimo di Udo ha aperto il più veloce, aggressivo, arrogante, violento, indignato, indimenticabile, feroce speeder Fast As A Shark (“Restless And Wild”, 1982), che stava per farci uscire di testa, con tutte le teste della sala a scapocciare a morte. Gli U.D.O. hanno ringraziato ancora una volta e hanno lasciato il palco per la seconda volta. Niente pace per loro. Sono stati costretti a tornare. Stavolta hanno aperto il secondo bis con una canzone un po’ più oscura, eppure fatta di sogni erotici bagnati, l’epica a tempo medio Princess Of The Dawn, (“Restless And Wild”, 1982) in una diversa versione estesa. Se avete il CD live “Nailed To Metal”, potete immaginare com’era. Pura fantasia, sono ancora tutto brividi. Pensavo che fosse la fine. Ma Udo ci ha chiesto di nuovo se volevamo sentire un’altra canzone. Dopo l’enorme risposta positiva ha chiesto: “Alright Ljubljana! “Are you ready to rock? Are you ready to roll?” E gli U.D.O. hanno sparato Burning; una canzone che, immagino, non era inclusa nei concerti precedenti del Thunderball World Tour (a marzo e aprile). Una fantastica fucilata rock’n roll dritta alla giugulare! Che modo di chiudere un concerto durato ben più di due ore. Erano le 0:20 quando si sono riaccese le luci.
Gli U.D.O. non sono riusciti a nascondere tutto il loro entusiasmo per la potente, energica reazione del pubblico sloveno, promettendo che torneranno. Il concerto è stato pura perfezione dalla testa ai piedi. Tutto è filato liscio e i ragazzi si sono divertiti un mondo sul palco, sganciando tonnellate di dinamite. Ogni fan del metal che si è perso questo concerto non solo ha fatto un errore irreparabile, ma ha anche commesso un peccato originale. È stata una serata da ricordare. Durante il concerto mi sono fatto qualche ferita. Qualche idiota doveva avere artigli al posto delle dita delle mani mentre mi strappava il collo, e anche la mano destra era insanguinata. Ero in una tale scarica di adrenalina che lì per lì non me ne sono accorto. Solo dopo che la ragazza, che è venuta a prendermi in macchina dopo lo show, mi ha avvertito (faticava a riconoscere il suo uomo graffiato, pestato e completamente esausto) che ero tutto insanguinato. Maniaci sloveni pazzi. Ho viaggiato un sacco in giro per l’Europa per assistere a tanti concerti, ma sembra che sia destino che i problemi li incontri solo ai concerti metal in Slovenia. Durante il concerto dei Grave Digger, per esempio, un bastardo mi ha strappato le targhe dall’auto. Ma ve lo dico io: ne vale dannatamente la pena. U.D.O., grazie per essere venuti a Lubiana e averci regalato una serata di pura estasi metal, quella che solo i migliori act metal e gli artisti musicali sanno creare. State bene ovunque vagabondiate, non vedo l’ora di rivedervi il prima possibile. In Slovenia, come d’accordo.