Il 28 dicembre 2020 sono passati cinque anni da quando il mondo ha perso la sua prima icona rock: Ian Fraser Kilmister, per tutti Lemmy. E senza nemmeno sforzarsi, o volerlo. Era un musicista che il rock’n’roll lo viveva davvero, e che ha praticamente fissato i postulati base di quello stile di vita. Tra un carisma incredibile, un intelletto acutissimo e la fama di più grande canaglia della galassia, Lemmy ha sempre (volente o nolente) reso popolare il suo rock’n’roll dentro la macchina chiamata Motörhead. Il Rickenbacker tintinnante suonato come fosse una chitarra, il microfono puntato in obliquo verso il basso e quella voce unica, riconoscibile a un miglio di distanza, da mola furiosa, sono tutti lì, incarnati nei 22 album indimenticabili dei Motörhead, tra i quali scegliere i preferiti è sempre un’impresa.
Stavolta niente classifica dal buono al meglio fino al migliore: quella la teniamo da parte per un’altra occasione. Qui trovi dieci album della discografia dei Motörhead che, per regola, dovrebbero stare nella collezione di dischi di ogni casa, almeno se hai un minimo di attenzione per il vero rock’n’roll.
Dando per scontato, e senza troppi patemi, che a casa abbiate già tutti almeno la raccolta “No Remorse” e il live “No Sleep ‘till Hammersmith”, ecco la nostra selezione scelta di detonatori in formato album, stavolta messi in ordine alfabetico. E, per finire: tra le righe di questo pezzo si legge anche quali sono, secondo noi, i migliori album dei Motörhead.
»1916« (1991):
Nel 1991, anno di uscita di »1916«, era ormai chiaro che i Motörhead fanno sempre i dischi migliori dopo gli scossoni di carriera. Erano passati quattro anni da »Rock’n’Roll« quando la band è tornata in studio. Sotto un nuovo contratto, con un’etichetta più vorace, i Motörhead hanno sfornato due album: prima uno dei loro migliori, poi quello che forse è addirittura il peggiore. Il primo dei due, nonché l’ultimo con Philthy, è anche il disco con cui la band, che fino a quel giorno aveva praticamente detto tutto, ha rimpacchettato e riciclato alla grande il proprio marchio di fabbrica, servendo un’esecuzione senza dio di classici come Going To Brasil, I’m So Bad (Baby I Don’t Care) e The One To Sing the Blues. L’etichetta Epic/WTG Records ha mostrato il suo vero volto avido poco dopo aver preso la band sotto la propria ala. Con fare autoritario ha «infilato» il proprio produttore, e quando Lemmy ha scoperto che Ed Stasium aveva aggiunto percussioni e tamburelli nel mix dei pezzi, l’ha cacciato dallo studio. Nonostante la ballata Love Me Forever e Angel City col sassofono (!), »1916« respinge con successo quasi tutti gli attacchi di ammorbidimento del sound e mantiene intatta la proverbiale sete di sangue rock’n’roll e l’ortodossia della band.
»Ace of Spades« (1980):
Nella selezione finale è dura scegliere tra due album dei Motörhead e dire quale sia il migliore senza fare un torto all’altro. Il problema c’è sempre quando »Overkill« e »Ace of Spades« finiscono insieme sullo «spiedo della bilancia». Alla fine il titolo di vincitore su questo ring va a »Ace of Spades«, grazie alla famigerata title track che da 40 anni tiene letteralmente la Terra in orbita. A reggerla c’è un sostegno di granito, fatto di pezzi carismatici come il divertente momento «spaghetti western» Shoot You in the Back, e una serie di salve di testosterone guidate da Love Me Like A Reptile, The Chase is Better Than The Catch e Jailbait. E poi, ovviamente, c’è l’immortale dedica della band ai suoi tecnici e ai lavoratori del palco, una delle canzoni più marcanti dell’intera carriera dei Motörhead: (We Are) The Roadcrew. Un album che è di per sé la definizione del rock’n’roll, e che devi avere anche se non ti è chiaro cosa significhi rock’n’roll.
»Another Perfect Day« (1983):
Il primo album dopo la fine dei giorni classici della band e dopo l’addio di Eddie Fast Clarke è stato il messaggero dell’ingresso in una fase turbolenta. Probabilmente non hai alzato nemmeno un sopracciglio, visto che turbolenza è un altro nome per lo stile di vita di questa band. Ciononostante, Lemmy ha deciso di fare una mossa parecchio rischiosa, annunciando come nuovo membro l’ex chitarrista dei Thin Lizzy Brian Robertson. Robbo era pieno di grilli per la testa. Sul palco si presentava con un look pavone a metà tra Mark Knopfler (fascia da tennis in testa) e un ballerino di danza classica (scarpette da balletto, spandex) e, senza un briciolo di rispetto, con tutte le sue maniere e abitudini, punzecchiava e provocava il povero Lemmy. Il suo modo di suonare, però, era ancora una volta fuori dal comune. Lo senti in ogni secondo di questo lavoro davvero brillante e unico nella carriera della band. Se per un attimo spegni ogni pensiero e ogni stimolo esterno, »Another Perfect Day« è, dal punto di vista tecnico, e togliendo la «progressività» alla batteria di Philthy, soprattutto per quanto riguarda la chitarra, perfino l’album più rifinito della carriera dei Motörhead. Lo annuncia già l’apertura e una montagna di figure di chitarra, ornamenti e finezze lungo tutta la durata del disco, che Robbo, dentro lo schema di fraseggio monolitico e «soffocante» a tre note, riusciva a inserire con acume e spirito. Un album brillante sotto ogni aspetto. Ingiustamente ignorato. Lo ha capito anche Lemmy negli ultimi quindici anni di carriera dei Motörhead, visto che i classici di questo disco sono tornati sempre più spesso nel repertorio dal vivo.
»Bastards« (1993):
“Bastards” è considerato l’album del sollievo, se non proprio della redenzione. Sia per la band che per i suoi fedeli. Dopo un poco invidiabile flirt con l’ammorbidimento del sound, o diciamolo pure, col pop vero e proprio, i Motörhead sono esplosi di nuovo senza freni, tirando fuori forse uno dei lavori più assordanti, veloci e abrasivi di tutta la carriera, con la corona che gli contende solo »Sacrifice«. Dall’apertura On Your Feet or On Your Knees, passando per Burner e Death or Glory, fino all’apocalittica Devils, “Bastards” tiene chi ascolta in una perenne posizione di scacco matto sotto un «blitzkrieg» devastante. Non si può non citare uno dei manifesti rock’n’roll più infuocati e rapaci della carriera, incarnato nell’incredibilmente contagioso classico Born To Raise Hell. Alla Epic Records deve essere venuto il singhiozzo per un bel pezzo, dopo aver lasciato andare la band. Su questo disco c’è anche una delle ballate più commoventi e belle mai scritte da Ian Lemmy Kilmister: Don’t Let Daddy Kiss Me. Senza giri di parole, uno dei migliori album di tutta la storia dei Motörhead.
»Bomber« (1979)
Di un millimetro, forse due, più calmo di »Overkill«. Più calmo? Eh eh. Il secondo album registrato e pubblicato nel 1979 è il trionfale seguito della direzione musicale che la band aveva scoperto, incarnato e fondato con »Overkill«. Il disco con cui è nato il celebre bombardiere, che da allora accompagna i concerti della band, e il disco dopo il quale la band era pronta a conquistare il mondo. Dopo l’apertura Dead Men Tell No Tales, che Lemmy ribattezzò con affetto Dead Men Smell Toe Nails, l’album sale in modo assordante e sempre più veloce, soprattutto nella seconda metà, che si apre con Stone Dead Forever e si chiude con la definitiva Bomber, anche se »Bomber« sarebbe stato ancora più rumoroso con il singolo Over the Top a fargli compagnia. »Bomber« è un lavoro definitivo, che compone l’impeccabile trittico di album classici della scuola rock’n’roll dei Motörhead.
»Orgasmatron« (1986):
Dopo tre anni passati a cercare l’equilibrio, tra cause legali e incertezza generale, i Motörhead sono tornati in studio e, con una formazione rinnovata, hanno sfornato un ottimo album che scoppia di una dose altissima di frasi fresche e incredibilmente ingegnose. La risposta è ovviamente Phil Campbell. Il chitarrista gallese ha ricevuto qui il suo battesimo del fuoco. Accanto alla figura incrollabile del cancelliere di ferro, Campbell è il creatore chiave delle novità catturate da “Orgasmatron”, e da qui in poi ha registrato con la band fino alla fine della carriera. »Orgasmatron« è il titolo giusto. L’estasi dopo l’estasi vissuta da Lemmy e compagni in un passato non troppo lontano ha lasciato un segno indelebile sui brani: Doctor Rock, l’iniziale Deaf Forever, Nothing Up My Sleeve, Built For Speed e soprattutto la fantastica title track di chiusura. Tutto insieme regge uno degli album più elettrizzanti dell’intero catalogo della band.
»Overkill« (1979):
»Overkill« è il disco in cui la band si è lasciata alle spalle i demoni del passato, i dolori post parto della propria nascita. Con »Overkill« gli ingranaggi del motore hanno colpito con tutti i cilindri, ed è nata la prima delle classiche del trittico di album dei Motörhead (insieme a »Bomber« e »Ace Of Spades«, ovviamente) che hanno cambiato per sempre il mondo del rock’n’roll. Una ridefinizione del rock’n’roll per tempi nuovi, con la faccia di Little Richard in volo su una bella dose di anfetamine. In questo album la band ha incarnato i suoi classici d’acciaio, che la classe operaia del mondo ha adottato in un attimo. Davanti alla spaventosa metamorfosi rock’n’roll personificata dall’impudica e gigantesca carica di pezzi ruggenti e rotolanti: Stay Clean, No Class, Metropolis, Capricorn, Damage Case, I’ll Be Your Sister, … viene da concludere che »Overkill« sia un lavoro vicino alla perfezione assoluta.
»Overnight Sensation« (1996):
Anche se la figura di Lemmy è la costante e la definizione degli elementi essenziali su cui poggia la costruzione chiamata Motörhead, quella stessa costruzione ha retto nel corso di una lunga carriera una serie di scossoni di ogni tipo, che hanno cercato, almeno in parte, di limarne la ruvidezza. Con »Overnight Sensation«, uscito appena un anno dopo »Sacrifice«, album apparentemente insuperabile nel peggioramento dei decibel scatenati, i Motörhead sono tornati al formato base del trio, lasciandosi alle spalle il caporale sfiancato. Che i tempi siano nuovi lo suggerisce anche la copertina: niente mascotte »Snaggletooth«, ma una foto «sbrigativa ma simpatica» con le facce di tre «sospettati della polizia», in cui (dopo un secolo o due) la schiuma da barba ha trovato anche Lemmy. »Overnight Sensation« serve un fantastico assortimento di tintinnii velenosi, dove spiccano la penetrante e corrosiva critica sociale I Don’t Believe A Word, la title track e un altro manifesto delle sedute notturne con le ragazze, Broken. »Overnight Sensation« è considerato, insieme a »We Are Motörhead«, il miglior lavoro dei Motörhead in formato trio: Lemmy, Wizzö e Mikkey Dee.
»Sacrifice« (1995):
»Sacrifice« segue il formato lampeggiante e vincente del beffardo predecessore »Bastards«. Nonostante i crescenti problemi con Würzel che il quartetto affrontava dietro le quinte della storia di questo album, forse proprio quella situazione ha aggiunto qualche ottano in più al carburante da cui prende forma uno dei prodotti più devastanti della carriera dei Motörhead. La title track, su cui Lemmy ammoniva sempre il pubblico di non ballare, altrimenti ci si rompe le gambe, è la chiusura trionfale dell’era della band in formato quartetto. Anche se il predecessore »Bastards« aveva portato una brusca virata verso la concentrazione di bramosia ruggente, che avvicina l’espressione appena trovata perfino agli elementi di speed e thrash metal, »Sacrifice« nel suo insieme è ancora più devastante.
»We Are Motörhead« (2000):
Dopo il poco convincente »Snakebite Love«, per il quale Lemmy ha raccontato che la band non aveva nemmeno un pezzo in tasca, e questo appena un mese e mezzo prima dell’inizio delle registrazioni, »We Are Motörhead« ha rimediato in modo trionfale alla pallida impressione lasciata dal predecessore. Con la title track che chiude una giostra di rombo impeccabilmente rozzo, in cui i Motörhead hanno sviluppato di nuovo quella vera mordacità, velocità e forza distruttiva che da sempre fanno invidia sia al mondo del metal che a quello del punk, »We Are Motörhead« è un proiettile d’album freschissimo, con cui i Motörhead sono entrati nel nuovo millennio nel loro modo più tipico. La porta, infatti, è saltata dai cardini fino al soffitto e rimbalzata lontano, mentre la nuova incarnazione fatta a schegge ha trovato la sua funzionalità nello sventrare i denti.
Autore: Aleš Podbrežnik