2002 – 2007

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Thrills, The
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 2011
Durata: 52:30
Voto: 2.8/5

Come inquadrare The Thrills? Come irlandesi? Come ribelli? Come artisti? Come musicalmente ispirati? Tutto questo, verrebbe da dire, e intanto in testa ti sfila un’intera tavolozza di autori più o meno incoronati a colpi di Grammy e premi simili; da questo spettro di fenomeni centripeti, dopo il giro di millennio, cola fuori anche il malto che porta il nome The Thrills. Poi mi accorgo che questo capitolo di musica finora l’ho schivato con successo e che non mi è per niente chiaro cosa dovrei immaginarmi sotto il nome The Thrills o, per riformulare una cosa piuttosto oscura: »Chi diavolo sono The Thrills e a chi diavolo fanno venire i brividi?« Se il rock ha un suo lato oscuro che attira, lo spettro luminoso baciato dal sole è spesso tutto tranne che qualcosa a cui l’organismo si abitui subito senza resistenze; a rispondere al come e al perché i ragazzi ce l’abbiano fatta ci ha pensato, qualche tempo fa, la raccolta 2002 – 2007, che mette in fila tutti i singoli che questo fenomeno di Dublino ha sparato nell’etere e nelle orecchie del pubblico.

Si può essere d’accordo sul fatto che sia una faticaccia competere col brit pop senza diventare sdolcinati, ripetitivi e sfiatati; ma se alla ricetta di base di un musicare assonnato, a tempo medio-lento, aggiungi una patina solare di momenti surf alla Beach Boys, come se li cantasse un Neil Young sempre malinconico e con l’armonica al collo, allora arrivi d’istinto a una prima approssimazione di come suona il quintetto irlandese. Il piatto forte è chiaramente la nostalgia, che si inietta in vena una specie di miscuglio ibrido di suono anni Sessanta, acustica e pop, mentre da qualche parte sullo sfondo si sente che ai ragazzi piaceva ascoltare anche country, R.E.M. e The Beatles. E quanta storia vera c’è davvero in quello che i giovanotti hanno cucito insieme in soli tre album? Non sorprende affatto che la parte del leone vada al periodo più fertile della band: il debutto So Much For The City del 2003, quasi incoronato col premio musicale Mercury. L’opener One Horse Town, intriso di ottimismo da surfisti, è il primo shock per l’organismo, mentre l’intreccio escapista di voci senza fiato, senz’aria e sfiancate del cantante Conor Deasy è evidentemente andato a genio ai festaioli di nuova generazione sull’isola (e anche in giro per l’Europa), con tanto di tenore, sopracciglia alzate e testi parecchio ermetici, capaci di illuminare solo il cielo arcobaleno del paese delle favole di Nije, già tinto al neon di feste, spensieratezza e falsa felicità.

https://www.youtube.com/watch?v=k6itTL2BR1Y

Whatever Happened To Cory Haim? Non lo so: a questa domanda per altro stupida la canzoncina allegra non risponde, ma a giudicare dall’orchestrazione esaltata, dalla ballabilità pop-eggiante e dalla dolcezza irrefrenabile, evidentemente non è successo niente di troppo grave e tragico… Le corde che pizzica la nuova generazione di hipster sono chiaramente meno preoccupate per lo stato del mondo. Eppure devo ammettere che a conquistarmi per primo, col suo suonare raggiante e contagioso al banjo e con l’organo, è Big Sur. Un pezzo che si nutre dei fiocchi di qualcosa alla The Monkees e che ha evidentemente convinto anche platee più larghe, visto che è proprio il brano che ha portato i The Thrills nella Top 20. E mi rendo conto che in un certo senso i The Thrills erano davvero attraenti per natura: nel diluvio di rockettari sporchi di garage mancava proprio un po’ di glamour, di lucentezza, di paillettes, di un pop capace di dare qualcosa in più dello sculettare di un abbondante lato B nero, di bassi gonfiati e di testi sul sesso. Con la loro innocuità e le loro associazioni con Morrissey, Neil, un po’ di Oasis (e c’era anche chi ci sentiva perfino Phil Spector), i The Thrills sono stati una specie di caramellina alla menta fresca in bocca, in mezzo a tutto quel folk saturo di negatività.

Dopo il momento ispirato all’armonica e ripetitivo di Santa Cruz (You’re Not That Far), il ritmo accelera con la sferzata ballabile di The Irish Keep Gatecrashing, che di fatto è un omaggio agli Strokes, mentre più succosa e sporca, con un fumoso sapore da club, suona la sexy Hollywood Kids, che non si vergogna del suo codice genetico, che arriva fino alla valle dei cowboy, ma con gusto e stile. Qui c’è evidentemente un pizzico di Weltschmerz, ma che nella storia ci sia qualcosa di sostanzioso e gustoso lo dimostra il fatto che col tempo i ragazzi hanno messo su un po’ più di virilità e hanno cambiato i raggi di sole tremolanti con sfumature meno patinate di una luce serale fumosa e di una sensibilità organica. Lo prova il disco Teenager, passato ingiustamente inosservato, che ha sfornato pezzi come Midnight Choir, il quale si riversa dolcissimo nella melassa di malva di una canzone melodica e tutt’altro che a metà, Don’t Steal Our Sun, che suona come se Paul, Ringo, John e George fossero caduti nella trappola del country e si fossero messi a scrivere standard di Broadway. Meglio ancora si sposano il suono di mandolino, l’acustica, il canto del cigno organico e non raffinato dell’album Teenager. Naïf, ma sognante e ispirata al punto giusto risuona Restaurant, mentre la pelle d’oca arriva con Faded Beauty Queens, dove ha poggiato le dita sul mandolino un veterano dei R.E.M., il minimalista Peter Buck, e il sottofondo sporco di una distorsione ruvida risulta addirittura un po’ sporco, sfrontato e di sicuro piacevole. Il viaggio malinconico di gioia, però, si fa sempre più scuro, sbiadito e ti porta in uno stato di catatonica sonnolenza e spensierata rassegnazione…

 Il sole non manca, e la lucentezza adolescenziale non abbandona il quintetto – cambiano solo la forma e la forza del raggio di luce. È qualcosa del genere che riflette il suono di americana che ora scivola dalle labbra, dalle corde e dalle teste di isolani peraltro perfettamente capaci, ma è comunque un po’ bizzarro ascoltare pezzi che puzzano così maledettamente di Counting Crows, oltre che dei già citati »colpevoli« di un suono pieno di dolce sentimentalismo. Non sopporto gruppi come Coldplay o Fleet Foxes, e a dirla tutta nemmeno i The Thrills sono il mio paio di scarpe ideale da mettere ogni santo giorno, ma bisogna riconoscere ai ragazzi che sanno fare musica ascoltabile che, se il metro è un dosaggio di buon gusto di pop, sta più vicina all’anima e alle orecchie di chiunque ami gli strumenti a corda, la passeggiata delle dita su tasti bianchi e neri, e voglia solo un po’ di relax con una musica non troppo faticosa e piena di intellettualismi: la scelta per una breve evasione è chiara – per uno spuntino veloce di questo tipo vanno bene anche i ragazzi di Dublino, innocui e per niente impegnativi, che rispondono al nome The Thrills. Ma allora perché mi sento così strano, ora che in mezzo a tanta allegria mi viene servito un necrologio, il canto funebre di una band ormai defunta? Forse proprio perché in tutta questa gioia c’è, in un modo triste, parecchio di marcio? Quando i ragazzi hanno preso un po’ più di fiato, gli indici di vendita sono crollati, e ne è seguita la cacciata dal paradiso terrestre dell’etichetta e ben presto lo scioglimento del gruppo, che ufficialmente è in pausa ormai da tre anni. E allora mi chiedo: quella serie di storie su momenti di sole, spensieratezza, feste, gioia ed esaltazione era scritta con la penna della sincerità o del calcolo? Serve davvero una risposta? E come risposta si ripete solo la domanda: »Chi diavolo erano The Thrills?« e chi hanno davvero fatto volare? L’accento è solo sul cambiare dei tempi e sul fatto che tutto passa…

Formazione

Conor Deasy – voce, armonica, chitarra acustica
Daniel Ryan – chitarra, basso, banjo, mandolino, cori
Padraic McMahon – chitarra, basso, cori
Kevin Horan – piano, organo, cori
Ben Carrigan – batteria e percussioni

Produzione

Tony Hoffer, Dave Sardy & The Thrills

Tracklist

  1. One Horse Town
  2. Whatever Happened To Cory Haim?
  3. Big Sur
  4. Santa Cruz (You’re Not That Far)
  5. The Irish Keep Gatecrashing
  6. Hollwood Kids
  7. The Midnight Choir
  8. Don’t Steal Our Sun
  9. Restaurant
  10. Faded Beauty Queens
  11. I Came All This Way
  12. Not For All The Love In World
  13. Nothing Changes Around Here
  14. Plans
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