Inizio 1980: gli AC/DC si ritrovano in una situazione tutt’altro che invidiabile. La Nera Mietitrice ha battuto sulla spalla il loro enigmatico cantante Bon Scott e lo ha invitato a seguirla. Per sempre. Il 19 febbraio 1980, nelle prime ore del mattino, lo trovano morto sul sedile posteriore di un’auto in mezzo a Londra. Dopo una notte di bevute. Soffocato nel suo stesso vomito. Nel sonno. Aveva appena 33 anni.
Quel giorno di febbraio di 40 anni fa, la band ha perso il suo cantante e autore dei testi, con loro dal 1974. Scott era diventato la figura centrale del gruppo, che aveva costruito e consolidato la propria posa con il coraggio senza compromessi di chi si dona anima e corpo al rock’n’roll. Bon Scott era diventato la voce di una generazione di adolescenti, per cui in pochi credevano che gli AC/DC, dopo aver perso Bon Scott, avrebbero vinto la guerra. Quando a fine giugno 1980 Brian Johnson ha debuttato con gli AC/DC in Belgio, ha dovuto infilarsi nelle scarpe dell’uomo che era il cuore e la smerigliatrice urlante della band, e che tutti adoravano. Il più giovane dei fratelli Young, cioè Angus, secondo le sue solite abitudini era già prontissimo negli ultimi minuti prima del concerto in Belgio e si stava avviando con calma verso il palco. In quel momento, con la coda dell’occhio, ha colto l’espressione sul volto di Brian Johnson, che era anni luce lontano da qualunque cosa somigliasse anche solo vagamente alla rilassatezza. Il cantante stava infatti andando dritto tra le braccia del suo battesimo del fuoco. Al chitarrista, che viveva queste situazioni come pura routine, guardando Johnson è stato chiaro che Brian se la stava facendo sotto. Sul palco, per l’ansia, Johnson in quel concerto ha cantato due volte gli stessi versi, e per di più in due canzoni diverse. Non se n’è accorto di sicuro nemmeno il maggiore dei fratelli Young, cioè Malcolm, che durante lo show si è avvicinato al cantante e gli ha chiesto a muso duro: «Che cavolo è stato ‘sto casino!?!?» Johnson però ha portato a casa il concerto a un ottimo livello, e si è sciolto anche vedendo uno striscione tra il pubblico che diceva: «Buona fortuna Brian!»

«Highway To Hell», uscito nel 1979, era un album che vendeva alla grande in tutto il mondo, ma negli USA, dove pure aveva raggiunto il disco d’oro, non aveva toccato il milione di copie. Era insomma un disco che lasciava intuire che il suo successore potesse essere per gli AC/DC quello veramente gigantesco, davanti al quale il mondo intero si sarebbe «inginocchiato» in massa. Anche lo stesso Bon Scott, pochi giorni prima di morire, in una telefonata con sua madre Isa le raccontava tutto allegro di sentire che il prossimo album della band sarebbe stato proprio quello giusto.
Comunque sia, appena due giorni dopo il funerale di Bon Scott, cioè il 1° marzo 1980, Malcolm ha telefonato al fratello Angus e gli ha chiesto: «Ti va di passare da noi, che ci troviamo a fare due prove?» I due fratelli hanno quindi ripreso a suonare insieme molto presto, e quel gesto faceva capire che la band non si sarebbe fermata. L’8 aprile 1980 gli AC/DC hanno annunciato ufficialmente di avere un nuovo cantante. Brian Johnson era figlio di un minatore, originario di Newcastle, in Inghilterra. Inglese, insomma. Proprio come il bassista Cliff Williams, entrato negli AC/DC tre anni prima. Prima della carriera con gli AC/DC, Johnson aveva passato quasi un intero decennio nei Geordie, una band sulla soglia del successo commerciale, che una volta era stata vista dal vivo dallo stesso Bon Scott. Scott aveva elogiato quell’esibizione di Johnson davanti agli altri soci degli AC/DC e Angus, a questo proposito, ha detto: «Bon non sopportava molta gente, e se ne elogiava qualcuno, sapevamo tutti che doveva essere davvero bravo!» Brian si guadagnava da vivere in un’azienda che rivestiva i tetti delle auto, quando ha ricevuto la chiamata della band e l’invito a un’audizione. L’audizione si è svolta durante una delle tappe della band a Londra, quando gli AC/DC hanno trovato un buco libero nell’agenda. Johnson l’ha superata alla grande con Nutbush City Limits, che in origine appartiene a Ike & Tina Turner, e con Whole Lotta Rosie, il classico degli AC/DC amatissimo da Scott, tratto dall’album «Let There Be Rock» (1977).
A metà aprile 1980 gli AC/DC sono arrivati a Nassau, alle Bahamas, nel celebre Compass Point studio. A parte un incidente, quando all’arrivo in aeroporto un ispettore ha sequestrato a Malcolm una serie delle sue chitarre e il chitarrista, con il sangue che gli ribolliva, è stato trattenuto a fatica per evitare che finissero tutti in galera, gli AC/DC hanno passato il mese e mezzo successivo in modo del tutto professionale a forgiare nuovi successi. In studio c’erano con loro il produttore, già conosciuto ai tempi di «Highway To Hell», Robert John «Mutt» Lange, e il fonico Tony Platt. Lange, che allora era ancora all’inizio di un percorso che lo avrebbe poi segnato come uno dei più grandi «manipolatori di mixer da studio» di tutti i tempi, conosceva già la band e sapeva esattamente come trasformare l’incisività elementare, semplice ma dentellata fino all’osso, del fraseggio chitarristico dei fratelli Young in un vero uragano sonoro. Lange, in un’intervista successiva, ha raccontato: «Gli AC/DC erano maestri del rock lento. La loro forza usciva soprattutto quando suonavano a tempo medio.»
Gli AC/DC erano alla base una blues band. Da un lato facevano l’occhiolino alla febbre alla moda dell’heavy metal, dall’altro amavano restare anche dalle parti dell’R&B. Quel lampeggiare violento, basato su un fraseggio chitarristico solido e su linee vocali da sirena d’allarme, sorreggeva uno schiaffeggiare ritmico monosillabico ma devastante come un carro armato. Con pochi ritocchi, ma con una concentrazione enorme e minuziosa sull’energia grezza della band, Lange è riuscito a «comprimere» nel suono stereo l’indomabilità animalesca dei concerti dal vivo, mantenendone intatta tutta la natura selvaggia. Ciononostante ha alzato e caricato il suono della band, l’ha appesantito con una generosa dose di decibel e l’ha reso più aggressivo. Era il 1980 e Lange conosceva benissimo le tendenze sonore di allora nell’heavy rock, nell’hard rock e soprattutto nel nuovo genere dell’heavy metal. Si cercava il rumore. Johnson descrive il lavoro minuzioso di Lange in modo particolarmente vivido, visto che «Mutt» dedicò la maggiore attenzione proprio alla sua voce: «Ancora Brian. Lo rifai un’altra volta. Sei rimasto troppo a lungo sulla linea. Per lui era importante anche dove cadevano i respiri, inspirazioni ed espirazioni. Non voleva che la gente, ascoltando l’album, pensasse: «Una cosa così è impossibile da ottenere cantando normalmente!» Alla fine di tutto questo mi girava la testa per davvero.»
Le Bahamas sono di sicuro una destinazione strana per un rocker, e Johnson una volta ha detto: «Tutto quello che ti viene voglia di fare è stravaccarti in spiaggia, e da nessuna parte trovi una pinta di birra come si deve. Ma in qualche modo ce l’abbiamo fatta.»
La logistica e le comodità del Compass Point studio erano semplicemente impeccabili e, per l’epoca, di livello mondiale; lo aveva costruito Chris Blackwell, proprietario della Island Records. L’assistente di Lange, Tony Platt, ha raccontato che scegliere questo studio si era rivelato molto utile, perché tutti i membri erano sempre sotto gli occhi di tutti e non c’erano distrazioni, come ce ne sarebbero state se la band avesse registrato a Londra o a Sydney.
I pezzi irradiavano un carattere diverso da prima. Non per via del nuovo cantante. Erano comunque tutt’altro che sottili, ma il cambiamento si sentiva. C’era, eccome. L’essenza del fraseggio tosto e pesante è rimasta intatta, ma l’album portava con sé uno spostamento sonoro. Restava rock’n’roll, ma con le punte metallizzate. Quel qualcosa con cui Lange «giocherellava» su «Highway to Hell» ora nel suono è sbocciato in pieno. Il suono è diventato enorme, e la voce eccezionale di Johnson ha spinto tutto al massimo. Nell’album c’è un mucchio di brani cuciti sul modello dei classici «colpi di polso» degli AC/DC, come Shake A Leg, Given The Dog A Bone, Have Drink On Me o What Do You Do For Money Honey. Il disco porta però anche un po’ più di raffinatezza, e la consegnano la predica boogie blues conclusiva Rock And Roll Ain’t Noise Pollution, ma anche Let Me Put My Love Into You o Shoot To Thrill. L’iniziale Hell’s Bells usa campane da chiesa, una cosa già sperimentata nella storia del rock dieci anni prima. Sul debutto dei Black Sabbath. Ma se lì suonavano funebri, le campane di Hell’s Bells hanno un effetto completamente diverso. Epico, sinistro, persino mistico. Lì ci sarebbe potuta stare anche la title track, quindi non stupisce che con lei si apra il lato B dell’album. E infine, naturalmente, c’è You Shock Me (All Night Long). Un pezzo destinato subito a diventare un hit. Una belva da festa che ha una carica magnetica ed è così carica di fame improvvisa che si potrebbe tagliare col coltello.
Gli AC/DC sapevano di avere in tasca materiale superiore per un nuovo album mostruosamente grosso. Anche alla Atlantic Records ne erano consapevoli, ma il problema era che l’etichetta non voleva usare la copertina proposta dalla band. Gli AC/DC volevano una copertina completamente nera. Come una lapide, con una semplice scritta simbolica «back in black» e il logo della band. Un album dedicato a Bon Scott, insomma. Si apre con le campane, una cosa che la band non aveva mai provato prima, e con una simbologia del genere esprime il suo lutto. Nell’album si sente come se lo spirito di Scott fosse ancora presente anche in studio. L’etichetta ha letto questa scelta della band come una pessima mossa commerciale. La band non ha ceduto, ma insieme alla casa discografica si è trovato un compromesso: il logo della band sull’album poteva avere un contorno grigio.
In tutto questo, il vero enigma era senza dubbio Brian Johnson, che pur con il peso tutt’altro che invidiabile di dover sostituire un cantante ha comunque affrontato il ruolo con grande rispetto. Per tutto ciò che gli AC/DC erano diventati ed erano stati con Bon Scott.
Brian Johnson in un’intervista ha descritto in modo vivido anche la nascita della peculiare essenza dell’album “Back in Black”, dicendo: «A volte è strano come col rock nascano insieme estasi e tragedia. Ogni sera crei queste atmosfere incredibili e appassionate quando sei sul palco, e poi all’improvviso, dal nulla, arriva la morte, in un modo che non puoi proprio immaginare! La corona di tutto questo è la morte di Bon, che è morto vomitando, con il collo storto nel sonno, soffocato. Quel povero ragazzo era ammirato da migliaia e migliaia di persone in tutto il mondo.»
A differenza di Bon Scott, che portava sul palco l’aspetto dell’ultimo dei reietti di strada, sfoggiando senza vergogna il petto villoso e sudato e i tatuaggi, oltre a una sfrenata sguaiataggine da macho gallo da combattimento, piena di modi da mascalzone che sfioravano l’eccesso da palcoscenico, Brian era il suo vero opposto. Con il suo berretto «piatto», simbolo di appartenenza alla classe operaia, Brian, d’aspetto comunque ruvido, stringeva continuamente la mano ai fan nelle prime file, abbattendo subito il ponte che di solito separa le star dalle folle. Per questo i seguaci della band l’hanno adottato in fretta, facendo propria la sua voce.
Johnson ha accolto il suo ruolo con umiltà e grande modestia, esprimendo così una grande gratitudine. Lo accompagnava certo una bella dose di insicurezza e lo rodevano un sacco di dubbi, il che, vista la persona che doveva sostituire nella band, era del tutto logico. Lo esprime anche il suo pensiero: «Spero che i fan degli AC/DC mi abbiano accettato. Volevano che la band andasse avanti. Per ora non leggo scritte né ricevo telefonate che chiedano che io lasci la band!»
Il suo primo incontro dal vivo con il nuovo cantante degli AC/DC lo racconta in modo vivido anche il cantante dei Def Leppard Joe Elliott. Era il 1° agosto 1980 e i Def Leppard, nel tour degli AC/DC, aprirono la serata una volta sola. Era a New York City. Elliott ricordava Brian dai tempi dei Geordie e sapeva che Johnson era ormai un veterano della scena rock, ma quella serata era in assoluto la prima di Brian sul suolo americano, perciò il cantante era parecchio a disagio. Elliott ricorda: «Mi ha trascinato via e mi ha chiesto: Che diavolo devo fare? Per lui ero un ragazzino che sta ancora imparando il mestiere, eppure gli ho risposto: Sii semplicemente te stesso. È tutto quello che ti serve!»

Poco più di un anno dopo la morte di Bon Scott, la band ha tenuto sette concerti consecutivi in patria, in Australia. Al terzo show a Sydney, Brian ha ricevuto una conferma che non dimenticherà fino alla fine dei suoi giorni. Dopo il concerto ha incontrato la madre di Bon, Isa, che gli ha detto: «Il nostro Bon sarebbe fiero di te, figliolo!»
Quando la band è tornata a casa, poco più di un anno dopo l’uscita, con il 4° posto nella classifica Billboard degli album più venduti, “Back in Black” aveva venduto solo negli USA tre milioni di copie. Nel 1984 le vendite erano salite a 5 milioni di copie, e nel 2003 a 19 milioni. Ad oggi l’album ha venduto solo negli USA oltre 50 milioni di copie. Negli USA “Back in Black” è arrivato a essere ben 25 volte disco di platino ed è considerato uno degli album rock più venduti di tutti i tempi. Il singolo You Shock Me All Night Long è stato il primo singolo degli AC/DC a entrare nella classifica Billboard americana degli hit più venduti, dove ha raggiunto il 35° posto.
Dopo aver quasi perso tutto, gli AC/DC la guerra l’hanno vinta, insomma. In grande stile. Gloria.
Autore: Aleš Podbrežnik