Il 1969 è passato alla storia per i Led Zeppelin come l’anno dell’espansione di una supernova del rock’n’roll che non si poteva più ignorare. All’improvviso questa nuova stella ha iniziato a brillare con tutta la sua intensità. Quell’anno hanno costruito una pista di lancio con catapulta verso l’immortalità e sono diventati popolari su entrambe le sponde dell’Atlantico. Prima, a gennaio, è uscito il disco d’esordio in studio, poi a ottobre dello stesso anno il secondo album. Con una serie di concerti di un’energia incredibile per quei tempi, la band si è guadagnata lo status di gruppo simbolo di un sex appeal e di una sfrontatezza mai visti prima, e di una versione sconvolgentemente cruda del rock and roll, fortemente incrociata con la retorica del blues. Nel 1970 tutti aspettavano con ansia il nuovo album. In effetti, il terzo disco del gruppo, “III”, era l’album più atteso dell’anno. Tutti, infatti, aspettavano un nuovo tipo di Whole Lotta Love. E allora?

Già mesi prima dell’uscita ufficiale di »III«, John Bohnam «avvertiva» i rappresentanti dei media che il prossimo album sarebbe stato «acustico» e che i pezzi sarebbero stati i migliori mai presentati dal gruppo fino a quel giorno. Nessuno lo prese abbastanza sul serio. L’album non è solo acustico. È molto di più. Rispetto ai due predecessori è perfino art. I Led Zeppelin non stupivano nemmeno loro stessi, mentre il mondo, all’uscita del disco, era in shock.
In un periodo in cui sul pianeta già marciavano band rock fragorosissime come i Deep Purple con Deep Purple In Rock, gli Uriah Heep con l’esordio, i Black Sabbath che si stavano risvegliando con due album in tasca, o i Ten Years After con “Cricklewood Green”, i Led Zeppelin hanno scelto una strada diversa da quella dettata dalle tendenze del momento e con il nuovo lavoro hanno dimostrato che il gruppo aveva un potenziale artistico e una portata molto più ampi di quanto si pensasse. Certo, i Led Zeppelin hanno servito di nuovo rock, blues e un bel po’ di roba grezza – come al solito – ma stavolta il tutto era distribuito con molta più cura. La chitarra non dominava più per forza, l’arrangiamento è diventato più «democratico» e conciliante, cioè equilibrato, e soprattutto John Paul Jones ha potuto sfruttare tutto il suo arsenale di musicista dalle mille sfaccettature. Hanno avuto la precedenza gli arrangiamenti acustici, l’integrazione di tanti strumenti, dalle percussioni esotiche ai semplici cucchiai, alla mandolina,… Oltre al suo basso di sempre, John Paul Jones ha usato anche il contrabbasso, aggiungendo agli arrangiamenti archi e tastiere. In That’s the Way, per esempio, ha suonato il basso con un ditale, una tecnica tipica della slide guitar. Robert Plant ha dimostrato che la sua voce può accendersi senza troppa fatica anche cantando in modo normale, senza la frenetica caccia, che sui due album precedenti era per lo più puntata a ogni costo solo a barcollare tra le note in cima alla quinta ottava. La band ha allargato la sua retorica rock e blues all’integrazione di elementi di folk, world music e country. Lo ha fatto mantenendo intatto fin nei minimi dettagli il carattere dei Led Zeppelin, ma portandolo a un livello più maturo nell’eclettismo.
Nella primavera del 1970 Page e Plant decisero di partire con le rispettive famiglie per una vacanza sulle colline del Galles, nei Monti Cambrici. Una vacanza e basta. Solo nell’ultimo anno la band aveva suonato 150 concerti e alla fine del 1969 aveva già iniziato a scrivere nuovo materiale. Una pausa era necessaria. Ma non fu una vacanza qualunque. Influenzò l’aspetto finale di »III«, come annuncia anche il ringraziamento speciale al luogo Bron-Yr-Aur, riportato sulla copertina dell’album. L’idea venne all’allora ventiduenne Robert Plant, che si ricordò dei ricordi d’infanzia, di quando con i genitori visitava un cottage del XVIII secolo chiamato Bron-Yr-Aur. Una vecchia casetta di pietra, dunque, nel mezzo del mistico paesaggio gallese di Snowdonia.
Robert Plant ha raccontato in seguito: «Era il momento di fare “inventario”, ma senza perdere lo slancio creativo e l’ispirazione. La mossa si rivelò estremamente comoda. Passare il tempo senza elettricità, a lume di candela e con l’acqua di sorgente.»
Jimmy Page aggiunge: «Eravamo talmente avanti che la gente faticava a capire che diavolo stessimo facendo. Soprattutto i critici non si sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda con l’album. Mentre i giornalisti dicevano che con il nuovo disco ci eravamo ristretti il raggio creativo, era semmai il contrario. Con il nuovo album ci siamo espansi dal punto di vista artistico.»
«Come compositore e musicista stavo maturando, e in quel periodo ho trovato ispirazione in una gran varietà di musica. In compagnia di un gruppo eccellente ho avuto così l’occasione di provare cose che altrimenti non avrei potuto fare in quel modo», aggiunge Jimmy Page.
Proprio per questa incomprensione dei media, l’album ha fatto peggio nelle classifiche. Inoltre, al momento dell’uscita non vendette bene come i due precedenti. Fu registrato a Londra, nella tenuta di Headley Grange, con l’aiuto del Rolling Stones Mobile Studio, e negli studi Olympic, e uscì il 5. 10. 1970 per l’etichetta Atlantic Records. L’album fu prodotto da Jimmy Page, con la collaborazione di Jeremy Andrew Johns e Terry Manning.
Quando uscì, in molti alzarono gli occhi al cielo davanti a ciò che sentivano. L’album era infatti capovolto rispetto a quanto ci si aspettava e a quello che, agli occhi del pubblico e dei critici, avrebbe dovuto essere: hard rock iniettato con una pesante dose di eccessi testosteronici. Esattamente ciò che solo un anno prima aveva catapultato i Led Zeppelin tra le stelle della scena internazionale. Ben sei brani di »III« costruiscono gli arrangiamenti partendo dalle frasi della chitarra acustica di Page. La band ha provato proprio tutto quello che le passava per la testa. Da uno strumentale dal sapore tradizionale, folk e celtico, su cui si potrebbe battere il tacco e farsi una bella danza (Bron-Y-Aur Stomp), alle sbruffonerie country blues (Hats Off to (Roy) Harper), fino al bluegrass (Gallows Pole), dove non mancano né il banjo acustico né quello elettrico. Le barbe sono cresciute fino a far invidia agli hobbit, sul palco sono comparsi cappelli di ogni tipo e la band ha assunto l’aspetto di abitanti di fattorie di campagna. La natura dell’album è spesso pastorale e suona il più organico possibile. Tutto il contenuto l’hanno suonato i Led Zeppelin da soli. Senza musicisti ospiti. Qualche effetto è stato aggiunto – cosa normale – ma per il resto durante le registrazioni l’album ha mantenuto per intero un suono crudo e autentico. Anche i testi erano interamente della band. L’autore è del tutto Robert Plant, che come poeta ha fatto un deciso passo avanti. Il nuovo album era un’ottima sintesi di rock’n’roll, folk e world music.
Lo sbeffeggiamento dei critici ha irritato visibilmente la band, e anche in seguito, nel corso della carriera, i Led Zeppelin non hanno mostrato rapporti particolarmente amichevoli con i rappresentanti dei media. Forse proprio perché i media non erano mai stati particolarmente benevoli con loro, e all’epoca dell’uscita di »III« questa ostilità era ancora più marcata. Eppure. Chi conosceva bene il gruppo non avrebbe dovuto essere minimamente sorpreso da ciò che portava »III«. Tra l’altro. Page aveva portato il suo sitar in Inghilterra molto prima che George Harrison impressionasse pubblico e radio. Già in pieni anni Sessanta, quando Jimmy Page era considerato uno dei session man più apprezzati, il tipo assorbiva tutto quello che gli passava accanto, allargando così i suoi orizzonti e restando in contatto con le tendenze del momento. Accanto al boom del blues di Chicago, Page si entusiasmava allora anche per due virtuosi della chitarra folk, Bert Jansch e John Fahey.
L’aggiunta di spezie «esotiche» al rock’n’roll si nota già nei due album precedenti dei Led Zeppelin. Per esempio in Babe I’m Gonna Leave You, dove sono intrecciati parecchi elementi musicali diversi. Dal neoclassico a una deviazione dentro l’assolo suonata quasi sul modello del flamenco e con un fraseggio quasi metal. Come se sposassi Joni Mitchell con il metal. Anche Black Mountain Side contiene la partecipazione di un musicista indiano alle tabla.
Immigrant Song, il brano più duro dell’album, è in realtà una storia sui Vichinghi e sulla loro invasione. Il 22. 6. 1970 la band si era infatti esibita a Reykjavík, in Islanda. Quella tappa, con un giorno che brillava per ben 24 ore, è stata per l’ispirazione di Plant nella scrittura dei testi importante quanto la vacanza a Snowdonia. Appena una settimana dopo, i Led Zeppelin suonarono al festival di casa a Bath. Immigrant Song lasciò nei membri del quartetto un’impressione tale che la band volle presentarla subito al pubblico e con essa aprì il concerto di Bath. La band si esibì davanti a una folla di 150.000 persone, suonò per più di tre ore e fece addirittura cinque bis. I Led Zeppelin salirono sul palco al tramonto, mentre il giorno si spegneva lentamente proprio dietro il palco. Il manager Peter Grant non nascondeva la soddisfazione mentre seguiva entusiasta l’ottima performance dei suoi protetti. Ma il pubblico e la stampa furono scioccati, più che dall’esibizione al tramonto, dal momento in cui Page scambiò il suo Les Paul con una chitarra acustica e John Paul Jones prese in mano un mandolino. Plant annunciò l’esecuzione di un brano intitolato «The Boy Next Door», l’unico che Plant e Page avevano finito durante la pausa a Snowdonia e che i Led Zeppelin, prima dell’uscita di »III«, rinominarono That’s The Way. Era la prima volta che i Led Zeppelin suonavano in acustico davanti al pubblico di casa.

Se ci soffermiamo ancora un po’ sugli altri brani dell’album, c’è per esempio l’intensa ma misteriosa Friends, un esperimento di accordatura di Page, con cui voleva catturare la vibrazione del tamburellare dei ritmi tradizionali della musica nordafricana. La tonalità orientaleggiante aggiunta, come pure gli arrangiamenti d’archi, sfidano perfino Marte di Holst. Con Friends la band si è così aperta la porta per creare un giorno composizioni come Kashmir e/o Four Sticks. Anche Stairway To Heaven e Over The Hills And Far Away hanno i loro antenati in »III«. Un’affinità si può trovare nei brani That’s the Way e Gallows Pole.
Since I’ve Been Loving You è il brano che anticipava dove si sarebbe evoluto il gruppo in futuro. Page disse che è suonato nello spirito del blues, ma riflette al tempo stesso la consapevolezza collettiva del quartetto di spostarsi verso nuove sfere creative. Certo, sul modello del blues è «intrappolato tra dodici battute», ma dà la sensazione di cambiare di continuo durante la sua gradazione. Dall’inizio alla fine. Con l’Hammond di Jones.
E quel suono ronzante che nel passaggio lega Celebration Day e Friends? È stato aggiunto in un secondo momento, dopo che uno dei tecnici aveva cancellato per sbaglio l’intro di batteria di John Bohnam, pensato in origine per Celebration Day. Può darsi che Bohnam non volesse suonare di nuovo quel pezzo. Il passaggio che unisce i due brani è comunque un’idea brillante.
Che Page fosse entusiasta di Aleister Crowley, all’epoca non era più una novità. In seguito comprese perfino la sua casa e la tenuta a Loch Ness e vi si trasferì. Se i Beatles avevano messo l’immagine di Crowley sulla copertina di »Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band«, i Led Zeppelin si sono spinti oltre. Hanno inserito alcune sue frasi (motti) direttamente sul disco. L’hanno fatto nell’ultima fase di masterizzazione del suono e se n’è occupato Terry Manning. Hanno scelto le frasi: ‘Do what thou wilt’, sul primo lato, e ‘So mote it be’, sul secondo lato del disco. Lo scopo era rendere omaggio a Crowley. Jimmy Page ovviamente non era ossessionato dal diavolo, ma l’occultismo e la magia nera lo hanno sempre attirato.
»III« non è tra i successi commerciali più chiacchierati della band, ma Page ha riassunto in modo efficace lo spirito dell’epoca in cui è nato l’album e il suo cuore artistico: «Sapevamo che quello che stavamo facendo era la strada giusta. Con quell’album siamo entrati in un territorio musicale nuovo. Come farsi strada a colpi di machete nella giungla e scoprire un santuario rimasto nascosto per millenni.»
Quando »III« è uscito e la polvere si è posata, i Led Zeppelin sono semplicemente andati avanti. Come hanno sempre fatto, mettendosi a scrivere e creare nuovo materiale, finito poi nel loro album più grande, “Led Zeppelin IV”. Anche in quel disco Page ha fatto largo uso della chitarra acustica negli arrangiamenti. È impossibile non sentirlo nei classici più amati, a partire da Stairway To Heaven, Going To California, The Battle Of Evermore e Four Sticks. Poi vai a capire i critici musicali.
Tra tutti gli album dei Led Zeppelin, »III« conserva sicuramente il carattere più moderno. Mantiene un’attualità eterna. Anche ascoltandolo nel 2020, cioè a 50 anni dall’uscita. Vuol dire che la band ha creato un vero brillante artistico, che continua a ispirare. Qui sono riusciti a servire una collisione straordinaria di folk, world music, rock e blues, che funziona in modo unico e irripetibile. Gli istinti e i sensi primordiali – insieme ai talenti insospettati del quartetto – hanno raggiunto il massimo di cuore e sincerità. Anche dopo 50 anni dalla sua uscita, »III« resta in tutto un album speciale dei Led Zeppelin. È quel disco che cresce a ogni ascolto successivo e prende sempre più intensamente. Un album che premia l’ascoltatore con un ricco contenuto di tanti dettagli dentro arrangiamenti audaci e coraggiosi. Un approccio che nel 1970 portava nel rock un’innovazione incredibile. Significa che i Led Zeppelin, con questo disco, erano davvero in anticipo sui tempi e che forse il tempo ha raggiunto »III« solo oggi, 50 anni dopo.
Autore: Aleš Podbrežnik