Manfred Mann’s Earth Band – ancora ben vivi e vegeti sul palco
Luogo: Monaco di Baviera, Muffathalle
Data del concerto: 15.12.2004
Numero di spettatori: 1700
Prezzo del biglietto: 25,50€
Era una di quelle giornate che Bruce Dickinson avrebbe liquidato con “Satan, has left his killing floor!” (preso dal salmo di Giobbe dell’Antico Testamento). In effetti, siamo sfuggiti agli artigli del diavolo per il rotto della cuffia: appena un’ora e mezza dopo aver percorso un pezzo di strada (l’autostrada da Lubiana alla galleria delle Caravanche), proprio lì c’è stato un brutto incidente vicino a Voklo, quando la strada si è improvvisamente ghiacciata e 30 auto si sono tamponate a catena. La Slovenia ce la eravamo quindi lasciata già lontano alle spalle, il tempo era splendido, limpido, le Alpi praticamente brillavano, a Flachau sciano già belli bravi sulla neve artificiale e il viaggio filava via rapidissimo, tranne per un dettaglio… Circa 100 km prima di Monaco di Baviera ci ferma una pattuglia “in borghese”. All’improvviso mi ritrovo davanti una BMW argentata che accende sotto il lunotto posteriore una luce con la scritta rossa “Stop”. Nello stesso momento dal finestrino spunta una paletta, che bisognava seguire. Controllo di routine, niente di grave.
Che fosse una giornata davvero miracolosa l’ha confermato anche un fatto scioccante: quando siamo arrivati a piedi al negozio di CD VOM in centro a Monaco di Baviera, del negozio non c’era traccia, anzi, stavano ristrutturando l’intero palazzo dalle fondamenta al tetto. Allora via verso Marien Platz 8 e da München Tickets a prendere i biglietti, dove ci hanno spiegato con gentilezza che per Manfred Mann’s Earth Band purtroppo la vendita dei biglietti era già chiusa. Però la commessa ci ha dato una bella botta di coraggio: di andare pure alla “Abendkasse” della Muffathalle, che di biglietti ce n’erano ancora a palate. Poi pizza da Pizza Hut, dove ormai ci conoscono tutti.
Magari fosse stato vero quello che diceva la commessa. La Muffathalle, che può contenere circa 2000 persone, era un vero alveare. La gente era pigiata come sardine, il che significa che i biglietti erano finiti da un pezzo. Evidentemente i Manfred Mann’s Earth Band godono di un seguito enorme tra il pubblico tedesco.
Alle 20:30 ha aperto la serata la band di supporto, Meera Fe & The Band. La band, guidata da una biondina, non scherzava affatto e in una buona mezz’ora ha presentato il suo repertorio in modo convincente. Il gruppo è formato dalla tastierista e cantante Meera Fee, che suonava il piano elettrico, e poi da tutti gli altri, cioè chitarrista, bassista e, guarda un po’, perfino un batterista. Abbiamo ascoltato rock dal beat bello groovy, con riff di impostazione grunge, abbellito dal canto sentito e ottimo di Meera. La sezione ritmica pesa parecchio nell’espressione del gruppo. Una scelta eccellente per scaldare il pubblico. La band, ma soprattutto la ragazza con la sua performance e la sua voce piena di colori, ha creato un’atmosfera carica di tristezza, rabbia e delusione senza fondo. Meera ha serpeggiato alla grande tra i vari usi della voce, dando vita ai contrasti d’atmosfera voluti: alcuni versi li ha “sputati” con rabbia a pieni polmoni, mentre nei passaggi calmi e delicati guidava i suoi versi quasi sussurrando, immersa nella narrazione. A tratti mi è venuta in mente una band tipo The Cranberries. Un gruppo che nella sua espressione musicale ha qualcosa di proprio, alternativo, ribelle e dilettantesco, e che proprio per questo ha un bel futuro. L’unica critica che la ragazza si merita forse è che era un po’ troppo timida e il contatto con il pubblico non le veniva proprio naturale (né di mano né di bocca), ma il pubblico tedesco, esperto, ha premiato la band con un applauso più che corretto. Il suono per un gruppo di supporto era nitido e gli strumenti stavano in un equilibrio invidiabile, cosa che purtroppo a un gruppo di supporto non capita spesso. Per questo l’esibizione di Meera Fe & The Band è stata un grande successo.
I Manfred Mann’s Earth Band sono comunque leggende. Una band che affonda le radici nel rock’n’roll, nel blues e nell’r’n’b cresciuti sul suolo americano. Mi azzardo a dire (almeno a giudicare dai loro successi) che la band si è guadagnata simpatie e fama soprattutto perché quasi tutta la sua grandezza sta in rielaborazioni spiritose e uniche di cover di musicisti famosi, come B. Springsteen e Bob Dylan, che grazie a loro sono diventate ancora una volta degli hit. A volte sono arrangiamenti deliberatamente dilatati da lunghi assoli, così che in un brano ti ritrovi un vero poema epico! E un pezzo rifatto nelle mani dei Manfred Mann’s Earth Band suona davvero come una canzone completamente nuova. Ma sempre con un ascolto gustosissimo, condito con una dose piena di melodia. Per questo li piazza nella lista delle band progressive. È un gruppo che si distingue per qualcosa di molto speciale. I suoi fan pretendono letteralmente che si suonino le opere di altri musicisti, tanto sono pazzescamente sballati i giri che questi ragazzi sanno dare a un pezzo. A novembre di quest’anno hanno pubblicato un nuovo album intitolato “2006” ed evidentemente era arrivato il momento per un altro tour (il primo si è tenuto in primavera, a marzo e aprile). Il gruppo si è esibito nella formazione Manfred Mann (tastiere), Mick Rogers (voce, chitarra), Noel McCalla (voce), Steve Kinch (basso) e Geoff Dunn (batteria). Mick e Noel si alternano alla voce solista e creano così un intreccio splendido, scambiandosi i versi nei brani e dando vita a duetti atmosferici che portano nel suono un’ampiezza fortemente contrastante. L’eccellente chitarrista Mick Rogers è, oltre a Manfred Mann, l’unico membro originale del gruppo.
Erano le 21:15 e il gruppo ha aperto lo show con la cover di B. Springsteen Spirits In The Night (“Nightingales And Bombers”, 1975). Una bella sorpresa, perché il pezzo mancava dal repertorio della band da parecchi anni, e così ci siamo beccati un inizio di concerto potente, più duro e saltellante. Alla voce, in questo brano, Noel e Mick si sono scambiati i versi. Ma come dicevo, quella giornata era davvero maledetta! Okay, la cosa indiretta era che l’aria nella sala era diventata insopportabile. Il riscaldamento andava come se fossimo in mezzo alla Siberia, la gente accendeva una cicca dopo l’altra e l’aria era diventata calda e secca, insomma “tossicamente” nebbiosa. Mi sarei volentieri spogliato fino a restare nudo e mi sarei bevuto una botte di qualsiasi cosa. Ma tanto per far traboccare il vaso, nel bel mezzo della parte strumentale di Castles Burning (il pezzo originale è di Neil Young, Don’t Let It Bring You Down) c’è stato un guasto logistico irreparabile. Il monitor di destra, a cui era collegato il leggendario Mick Rogers, ha cominciato di colpo a sfrigolare senza pietà e a rimbombare ronzando. È seguito quello che temevo di più. All’improvviso Mick ha alzato la mano e la band ha smesso di suonare. Noel si è scusato a nome del gruppo, promettendo che avrebbero cercato di risolvere il problema il più in fretta possibile. Poi la band è sparita dietro le quinte, mentre i roadie correvano sul palco a destra e a sinistra, cercando freneticamente una soluzione.
Sono passati dieci minuti. La band è tornata sul palco e ha ripreso a suonare Castles Burning esattamente dal punto in cui l’aveva interrotta. Insomma, non si sono lasciati scappare nemmeno un’ottava di troppo, grrr,… come se non avessero avuto nessun rimorso. Per colpa di queste peripezie, l’esibizione non è stata al massimo. Durante il concerto la band ha sviluppato in certi momenti una vera chimica da palco, che scintillava soprattutto nella comunicazione armoniosa tra gli strumenti di Manfred e Mick, ma anche l’aspetto atmosferico della serata ha subìto danni permanenti. Perché? Il problema del suono, purtroppo, non era stato risolto. Così nella pausa successiva, la pausa l’hanno tirata ancora un po’ per le lunghe, pur di sistemare in qualche modo il guaio. E poi Mick si è scusato con il pubblico, dopo aver provato l’impianto riparato, con l’entusiastica constatazione “That’s better!” Ma la gioia era prematura, perché quella scatola ha ricominciato a scoreggiare senza pietà durante il pezzo successivo, Martha’s Madmen (“Watch”, 1978), cosa che la band ha rimediato con un’ottima parte finale del brano. Una canzone che si apre con un’introduzione in cui il gruppo sa costruire con pazienza e lentamente l’atmosfera, che raggiunge il culmine nella parte conclusiva, a cui ha contribuito soprattutto un Noel super coinvolto, con ottime improvvisazioni, e Manfred con i suoi interventi di piano. Lo stile di Noel a volte ricorda quello di Glenn Hughes (ma solo ricorda, lo dico giusto per orientarvi meglio). Dopo il pezzo, Noel ha annunciato un nuovo brano, Demons And Dragons (dall’ultimo disco “2006”), “consolando” i presenti: “It lasts 3 minutes and 15 seconds!”, come a dire che tanto tutti aspettano solo il repertorio più vecchio. Suonava più moderno, suonava melodico, compatto, con un ritornello penetrante e malinconico, e suonava “loro”, cioè scritto da Manfred Mann (non era una cover). La gente ha sbadigliato un po’, ma si è ripresa presto col brano successivo, Shelter From The Storm (“Soft Vengeance”, 1997), che ha seguito diligentemente il pezzo precedente per stile e atmosfera. Che in sala ci fossero parecchi veri fan dei MMEB lo dimostra il fatto che all’inizio di ogni pezzo salutavano i musicisti sul palco con ovazioni fragorose che rimbombavano ovunque. La band ha proseguito con Don’t Kill It Carol (“Angel Situation”, 1979), dove Noel ha potuto per la prima volta lasciare tranquillamente il ritornello al pubblico. Poi è arrivato un altro pezzo del nuovo album, intitolato Mars (questo brano ora può affiancarsi alla “planetaria” “Solar Fire” del (1973)). “Mars, the bringer of war!” ha annunciato Manfred Mann e il gruppo è partito con un pezzo di impostazione psichedelica, in cui hanno intrecciato un vero dramma da armageddon. Poi è arrivato il culmine del concerto, almeno per me personalmente, con un brano scritto originariamente da Bob Dylan, Father Of Day, Father Of Night. L’ha cantato tutto Mick. Prima di attaccare l’introduzione, a causa dello sfiatare costante del monitor di destra, ha chiesto al pubblico: “Wish me luck”! (riguardo al suono). Il pezzo è stato bravuroso. Mick ha fatto assoli pieni di sentimento! Mentre si appendeva al tremolo, tirando fuori dalla chitarra suoni quasi da sega circolare, ha fatto una battuta e si è rivolto al pubblico definendo il proprio suono: “Michael Schumaher! La gente è ovviamente scoppiata a ridere. Nella parte finale si è unito di nuovo a lui Manfred con i suoi immancabili assoli al mini moog, che hanno ulteriormente infiammato l’ambiente. Un’esecuzione fantastica dalla testa ai piedi. E quella maledetta scatola a destra almeno stavolta ci ha lasciati in pace! Poi avanti con il pezzo dei The Police Demolition Man (“Somewhere In Africa”, 1982), a cui Manfred, nella versione che hanno suonato, ha aggiunto qualche altro motivetto di piano, allungandola ancora! È seguita la sempre rovente Blinded By The Light di Springsteen (“The Roaring Silence”, 1976). La folla è esplosa di gioia e tutti abbiamo cominciato a “cantare” ancora più a squarciagola. Insomma, il frastuono generale della sala e il baccano in quel momento erano a uno dei loro apici! La band ha chiuso lo show con un altro hit, che la gente ovviamente padroneggiava di nuovo alla perfezione. Davy’s On The Road Again (“Watch”, 1978) naturalmente.
Il bis è partito con il brano strumentale For You (“Chance”, 1981), che mi ricorda sempre Cloudy Eyes dal disco “The Messin'” (1973). Le leggende Manfred e Mick sono stati i protagonisti sul palco e il pezzo, dai motivi solisti condotti con sensibilità, ha colpito in pieno per l’atmosfera evocata. I Manfred Mann’s Earth Band avevano ancora un asso nella manica. Hanno chiuso il concerto a tutto gas con Mighty Quinn di Dylan (“Watch”, 1978). La sala scoppiava di entusiasmo e la band si divertiva sul palco allungando i duelli solistici e in generale tutta la parte finale. Ancora una volta i Manfred Mann’s Earth Band hanno mostrato un’intesa da palco eccezionale. I ragazzi, in perfetta sintonia, nello stesso respiro e come se niente fosse, passavano con grande scioltezza attraverso transizioni più complesse tra i cambi di ritmo, e hanno perfino infilato il motivo principale di Smoke On The Water (Deep Purple, “Machine Head”, 1972). La festa è finita verso le 23:20.
Certo, il concerto non è stato perfetto. Una cosa è stata che siamo rimasti penalizzati dalla qualità del suono già citata, ovvero dal “vomitare” del monitor di destra per tutta l’esibizione del gruppo. Per questo sul palco i roadie pattugliavano di continuo durante il concerto, e anche Mick non riusciva a staccare del tutto, perché doveva sempre scegliere con attenzione volumi ed effetti. Per il resto i ragazzi sono coerenti, affiatati in modo fenomenale, bruciano e con la loro intensità sanno davvero infiammare il pubblico. Il concerto è stato molto buono, non superiore o perfetto, come tre giorni fa agli Uriah Heep, quando dopo il concerto mi girava la testa per tutta quella magia, ma molto buono. Gli intrecci affascinanti di assoli ci sono sfrecciati nelle orecchie per tutto il tempo, ci siamo goduti l’ottimo canto di Noel, la grandezza di Mick Rogers come chitarrista e il genio del leggendario Manfred “the moog” Mann, “sceneggiatore” e “direttore d’orchestra” del gruppo. Manfred e Mick sono due vecchi volponi, si conoscono “a menadito” e anche la chimica tra loro sul palco funziona in modo più che convincente. Se qualcuno mi avesse detto nel 1986 che i Manfred Mann’s Earth Band avrebbero ancora suonato dal vivo, gli avrei riso in faccia senza problemi. E invece mi sbagliavo di grosso! Non solo: i Manfred Mann’s Earth Band sono rimasti (e sono rimasti in piedi) un ottimo animale da palco, pieni di energia e di botta. Dal vivo migliorano di continuo. Come il vino con gli anni. Ed è una qualità che tiene in piedi le band leggendarie, che hanno detto per lo più la loro negli anni Settanta (detto in studio). Ho la sensazione che i Manfred Mann’s Earth Band non abbiano affatto detto l’ultima parola.
Scaletta
1. Spirits In The Night
2. Castles Burning
3. Martha’s Madman
4. Demons And Dragons
5. Shelter From The Storm
6. Don’t Kill It Carol
7. Mars
8. Father Of Day, Father Of Night
9. Demolition Man
10. She Was
11. Blinded By The Light
12. Davy’s On The Road Again
——bis
13. For You
14. Mighty Quinn (incl. Smoke On The Water)