Le leggende dell’heavy metal ti stendono con la scaletta e una carica sul palco senza compromessi (2005)
Luogo: Graz (Austria), Stadthalle
Data del concerto: 30.05.2005
Numero di spettatori: 5000
Prezzo del biglietto: 13.500,00 SIT (54,00 €)
Finalmente, ecco il gran giorno. Si è messo a nuvolo al punto giusto, la pioggia ha rinfrescato l’aria e dell’afa nemmeno l’ombra, così la gita in macchina è diventata di colpo una passeggiata, nonostante fossimo partiti dal centro di Lubiana solo alle 17:30.
Spostiamoci direttamente nel palazzetto. Alle 20:00 in punto hanno iniziato a scaldare il pubblico i Dragonforce. Power metal da allegra brigata. Velocissimi, tanto che ti chiedi se si possa andare ancora più forte. Ragazzi ‘ben addestrati’, i due chitarristi probabilmente dormono pure di notte con le chitarre sotto il ‘cuscino’. Insomma, una dimostrazione da manuale di intrecci di dita supersonici lungo il manico. Musica nello stile di certi allegroni del power scandinavo tipo i Nocturnal Rites, insomma, un cliché. Suono scadente, la doppia cassa sfondava, bassi decisamente troppo spinti e il riffing non si sentiva distintamente, così come la maggior parte delle armonie doppie in terze. Ciononostante il cantante in qualche modo copriva quel casino sonoro che regnava sul palco e, se tendevi bene le orecchie, la melodia si riusciva perfino a seguire. I ragazzi hanno suonato in modo corretto, ci hanno messo impegno e hanno dato il massimo. Solo che di questi power metaller oggi ce ne sono davvero troppi. E la musica? Chiudi gli occhi e già vedi i nanetti di Biancaneve marciare con picconi e lanterne verso la miniera, …hi-ho, hi-ho. Insomma, io sbadigliavo, mentre il pubblico seguiva la band con entusiasmo e la ricompensava con applausi più che corretti. I Dragonforce hanno suonato 45 minuti, poi i roadie, da veri esperti, si sono presi 30 minuti per preparare il palco all’esibizione delle leggende dell’heavy metal.
21:15 e parte l’intro registrato di The Ides Of March. Aaaaa, hanno iniziato a correre i primi brividi. Crash e boom, ‘lights on’ e la cosa si trasforma in Murders in a Rue Morgue, ed eccoci sul disco ‘Killers’ degli Iron Maiden, nel lontano 1981. Un sogno, ovviamente. Gli Iron Maiden sono in tour per promuovere il loro ultimo DVD, ‘The Early Years’, quindi la scaletta era composta esclusivamente da pezzi dei primi quattro album in studio. Rigorosamente! Perciò prima ci hanno piazzato i velenosi Another Life e Prowler! Tutto è filato via piuttosto veloce e il repertorio d’apertura ha spedito i fan dritti al settimo cielo. E poi The Trooper, questo classico degli Iron Maiden ha mandato in aria, oltre ai fan, proprio tutti. Dickinson per l’occasione si è infilato l’uniforme inglese ‘red coat’ e imperversava come un indemoniato sul palco con la bandiera della Gran Bretagna. Tutto sarebbe stato cool, ma la band a volte evidentemente si sopravvaluta, quando con tanta sicurezza salta le prove del suono. Il sound delle prime quattro canzoni era pessimo. Tutte e tre le chitarre gracchiavano in modo indistinto, la batteria e il basso di Steve Harris erano nettamente troppo alti. Almeno Dickinson l’hanno sistemato subito a dovere (alzati i fader), dopo la terza strofa di Murders in a Rue Morgue, e la voce di Dickinson, per quanto riguarda la melodia nel suono di palco della band, in questa prima parte del concerto ha praticamente salvato la situazione. Durante Remember Tomorrow il suono è stato finalmente messo a posto come si deve. Remember Tomorrow è stata suonata, sorprendentemente, nel beat originale da studio e senza l’up-tempo che la band dal vivo ama usare, quando suona tutto ancora un filo più veloce. Stavolta in questo pezzo semi-ballad il riff principale suonava proprio doom, tanto pesante rotolava. Dickinson ha presentato Remember Tomorrow come un pezzo che per lui significa moltissimo, perché quando è entrato negli Iron Maiden, lo hanno messo alla prova proprio con Remember Tomorrow. La situazione si faceva sempre più calda.
D’un tratto ci siamo ritrovati nel mezzo di un fuoco incrociato di mitragliatrici, che arrivava dalle registrazioni sonore del film ‘Dove osano le aquile’. A bucarlo ci ha pensato quel rullo di batteria inconfondibile, che si è trasformato nel celebre, grandioso e maestoso riff di Where Eagles Dare. Madonna! Di nuovo mi veniva da strapparmi i capelli! Pensare che questo pezzo avrei finalmente potuto viverlo anche dal vivo! Devastante e brutalmente senza compromessi. Ovviamente senza l’immancabile Run To The Hills non si poteva. Dickinson ha brillato con la voce, cantando da urlo, senza un errore. Si è calato nella parte soprattutto durante Revelations, ovvero la ballad che ha scritto lui stesso per gli Iron Maiden e che ancora oggi è considerata una delle più belle ballad degli Iron Maiden. L’atmosfera era eccezionale, ma per non volare troppo dall’altra parte, gli Iron Maiden ci hanno rimesso ben bene coi piedi per terra con la monella Wrathchild (pare che a Praga due giorni prima abbiano suonato Charlotte The Harlot, mentre a Graz hanno sostituito il pezzo con Wrathchild, agli occhi di un vero fan degli Iron Maiden senza dubbio un peccato inconcepibile). Durante Die With Your Boots On abbiamo visto il primo effetto pirotecnico e, ovviamente, Dickinson ha finalmente urlato per la prima volta la sua famosa frase, quel: ‘Scream for me Graz!!!’
Il concerto ha raggiunto il suo apice assoluto con l’esecuzione di Phantom Of The Opera. Dickinson si è preso un po’ di tempo per riprendere fiato e ha detto, tra le altre cose, anche questo: ‘This song is all about Iron Maiden. This bastard rocks! If you get this song, than you get Iron Maiden. If you don’t get this song, then well …fuck you!!!’ Phantom Of The Opera. Il primo vero mini EP scritto dagli Iron Maiden 25 anni fa. Un vero capolavoro, il punto di partenza perfetto per tutto il melodiare distorto che ha spopolato dopo il 1980 e che gli Iron Maiden, come prima fila della New Wave Of British Heavy Metal, hanno messo in moto. Qui il suono era fenomenale. Gli Iron Maiden hanno brillato in tutto il loro splendore. Con una perfezione scenica e un affiatamento straordinari! Altro che non funzionava. Il pezzo toglieva il fiato. I rullate eccezionali della batteria di McBrain, il basso rombante di Harris. Tutto filava insieme come solo in un sogno. Tutti i passaggi tra parti calme e veloci, il solo sentito di Dave Murray a metà e poi la chiusura atmosferica. In generale, tra tutti e tre i chitarristi, stavolta metterei in risalto Dave Murray, che ha girato la maggior parte degli assoli durante il concerto. Era di un umore ottimo e il fuoco nelle dita non gli è mai venuto meno. Giù il cappello!
Le curiosità non sono finite qui. Il pezzo The Number Of The Beast ha portato sul palco cinque ragazze vestite in modo scandaloso, venute a fare compagnia agli Iron Maiden, agghindate di rosso e nero. Con cornetti, codine ondeggianti e forconi (di plastica) in mano, hanno servito fedelmente il loro grande amico all’inferno e fatto venire l’acquolina in bocca per quei pochi istanti. Durante l’esecuzione è comparsa sul palco una figura girevole di un diavolo peloso e cornuto con occhietti luminosi e arrabbiati. Insomma, The Number Of The Beast dal vivo divertente come non succedeva da un pezzo. Intanto gli Iron Maiden hanno ‘sparato’ in aria un bel po’ di pirotecnica. Ovviamente alla vecchia maniera, evochiamo gli anni Ottanta. Eppure una lezioncina di ‘pirotecnica’ dai Rammstein non farebbe loro male, e gli Iron Maiden, in cambio, potrebbero insegnare a loro a suonare la chitarra. E poi un altro mini EP per finire. Ovviamente Hallowed Be Thy Name. Di nuovo come per Phantom Of The Opera. Gli Iron Maiden in una performance da sogno. Senza uno scivolone, perfetti. La chiusura invece è stata standard, di solito ormai nemmeno la sento più, Iron Maiden come Iron Maiden. Questa volta Eddie è stato fatto con un budget da quattro soldi. Dietro la batteria di Nicko si è gonfiato un palloncino semplicissimo con la testa di Eddie, ripresa dalla copertina del debutto degli Iron Maiden. La parte principale si è così chiusa. Gli Iron Maiden sono spariti con aria da routine dietro il sipario, a scolarsi un paio di litri di Radenska.
Il bis è partito con Running Free, ma prima Dickinson ha avvertito tutti i presenti che gli Iron Maiden il prossimo anno pubblicheranno un nuovo album in studio e che certi pezzi che abbiamo la possibilità di sentire stasera probabilmente non li suoneranno mai più in scaletta. Il pupazzo di Eddie, invece, era decisamente sotto la media! È piombato sul palco durante la leggendaria Drifter. Sì, questa è interessante. L’intero bis era impostato in pieno stile rock’n’roll. Drifter e Sanctuary sono nate a fine anni Settanta e hanno entrambe, sopra un motivo principale di impronta pre-rock’n’roll, un passaggio calmissimo innestato che spezza di proposito la fluidità del pezzo, un esperimento a suo modo particolare per quei tempi, che gli Iron Maiden molto probabilmente hanno ripreso dagli U.F.O., che influenzarono parecchio i primi Iron Maiden (simile è impostato, ad esempio, anche il pezzo Iron Maiden, nato anch’esso a fine anni Settanta). Per questo il bis è stato davvero qualcosa di speciale, perché ha rappresentato un viaggio perfetto proprio agli esordi del repertorio d’acciaio e definitivo delle vergini di ferro.
Comunque, il giudizio generale sul concerto è che per la bellezza di 13 bigliettoni la gente nel palazzetto si sarebbe meritata un suono normale per tutta l’esibizione, vista l’esperienza consolidata della band. In sala c’erano solo 6000 persone, anche se ce ne sarebbero entrate il doppio, quindi il pubblico austriaco non è riuscito a creare un’atmosfera o un’impressione particolare. E ora, se facciamo un paragone con un ipotetico concerto degli Iron Maiden alla Hala Tivoli, primo, la sala sarebbe piena e secondo, ci sarebbe stato un ‘casino totale’ che gli sloveni avrebbero sicuramente organizzato. Un ulteriore spunto di riflessione per tutti i conigli spaventati della Slovenia (leggi: potenziali organizzatori), che si sono lasciati scappare ancora una volta un tour di leggende. Forse dà fastidio, a tratti, anche la routine troppo evidente della band. Mi permetto poi una stoccata anche alla scaletta, che, soprattutto per quanto riguarda i dischi ‘Piece Of Mind’ (1983) e ‘The Number Of The Beast’ (1982), ha lasciato a bocca asciutta più di uno che si aspettava i pezzi Still Life, Invaders, Children Of The Damned, To Tame A Land.
Insomma, comunque la giri. Un concerto degli Iron Maiden semplicemente non può deludere. Se escludiamo le peripezie sonore iniziali che ci siamo beccati a Graz, un concerto degli Iron Maiden è sempre un’avventura irripetibile, in cui ti possono portare solo le leggende, e anche stavolta è stato così. E questo concerto è stato davvero qualcosa di speciale. Sul palco si respirava quel vero ‘eighties feel’ (a parte la pettinatura di Dickinson). Che ti suonino uno dietro l’altro i pezzi di ‘Killers’ e del debutto, ho, ho, ho, …. Non c’è che dire. Gli Iron Maiden restano dei giganti che semplicemente non devi perderti, quando vengono a suonare dalle ‘nostre’ parti (di Graz).
Scaletta
The Ides Of March (taped intro)
01. Murders In The Rue Morgue
02. Another Life
03. Prowler
04. The Trooper
05. Remember Tomorrow
06. Where Eagles Dare
07. Run To The Hills
08. Revelations
09. Wrathchild
10. Die With Your Boots On
11. Phantom Of the Opera
12. The Number Of The Beast
13. Hallowed Be Thy Name
14. Iron Maiden
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15. Running Free
16. Drifter
17. Sanctuary
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