Vi ricordate, compagni? Marcia satanica a Graz! (2002) – storie di concerti dagli archivi impolverati

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Autore: Aleš Podbrežnik

Luogo: Graz (Austria), Orpheum
Data del concerto: 01.04.2002
Spettatori: 1000
Prezzo del biglietto: 30,00€

(attenzione: per la versione inglese, scorri in basso) 

Era uno dei pochissimi giorni di sole di quest’aprile. La decisione di partire da Lubiana già alle 11:30 si è rivelata azzeccatissima, perché per le feste di Pasqua il confine di Šentilj era intasato da una marea di targhe austriache, a parte qualche luminosa eccezione con la sigla SLO, gente che puntava tutt’altro che ai Priest. Due ore a crepare al valico. Pensavo che la vescica mi sarebbe esplosa. Mi sono liberato dal peso più terribile, anche se mi guardava tutto il mondo, a festa e inghirlandato, perché era una questione di vita o di morte.

Graz alle 16:00: una città pigra e sonnolenta. L’Orpheum, a parte la biglietteria vorace, non dava segni di vita. I biglietti il giorno del concerto li vendevano a ben 35 euro. Dopo le 18:00 la gente ha cominciato a colare piano piano nell’atrio. Le porte della sala si sono aperte alle 19:30 e per conquistarti un posto in prima fila dovevi sfoderare davvero tutte le tue acrobazie atletiche migliori. Il concerto doveva iniziare alle 20:00. E avrei preferito ciondolare ancora un’oretta in prima fila, e ora vi dico subito perché.

La band locale di supporto, orgoglio della città di Graz. Senza nome, non annunciata? Ehi? Due gemelli omozigoti con Gibson “les paul” alle chitarre, pettinatura identica (capelli lunghi, lisci e unti), look identico, movenze identiche. Una batteria minuscola (da set per bambini, a giudicare dalle dimensioni) e accanto una scatola magica, che si è scoperto essere una drum & bass machine. Non ho niente contro le creature tecnologiche, ma usatele almeno con gusto. Va bene, se almeno fossero state usate con gusto, ma come riscaldamento prima dei Judas Priest, quando la gente aveva sborsato per i biglietti anche bei soldoni, quello show non c’entrava proprio niente. Il pubblico si incazzava sempre di più di minuto in minuto e si vedeva che era a dir poco scocciato dal gruppo scelto, che “si sforzava” di scaldare la platea. Che c’entra una musica così con i Judas Priest? Oh, come si sono meritati l’applauso i membri della band quando hanno deciso di lasciare il palco. Mi è caduto un macigno dal cuore. Un gruppo senz’anima, con dietro genitori facoltosi che comprano costosi “giocattoli” a figli viziati, giocattoli che purtroppo finiscono maltrattati.

Poi si è fatto sul serio. Alle 21:10 è arrivato il solito fulmine a ciel sereno. “Metal Gods”, e gli dèi dell’heavy metal erano con noi. La folla è impazzita. Va bene, va bene: a scatenarsi del tutto sono state solo le prime file. Senza nemmeno un “Ciao” al pubblico, i Priest hanno proseguito la marcia con “Heading Out To The Highway”. Uauuuu, quasi dieci anni che non si sentiva dal vivo, e verso la fine dello show la band ha pure sorpreso con “Desert Plains”, ovviamente in una versione molto più veloce di quella originale sull’album “Point Of Entry”.

Ripper era davvero in forma smagliante. Dove di solito Halford nelle versioni originali dei pezzi lascia partire uno scream, Ripper dal vivo ne piazzava anche cinque di fila (“Touch Of Evil”, “Beyond The Realms Of Death”). E si è fatto notare soprattutto con lo scream lunghissimo che chiude “Victim Of Changes”. Ripper ha cantato in modo fenomenale, limpido come il cristallo, brutalmente tagliente, giocando con il colore della voce come un giocoliere sopraffino. La facilità con cui ha cantato tutte quelle sequenze difficili del suo predecessore Halford è stata solo la prova che Ripper è un degno sostituto di Rob, giusto per convincere ancora una volta quelli che puntano solo ed esclusivamente su Halford. E che comunicazione con il pubblico! Strette di mano continue ai fan più fedeli nelle prime file.

Ripper, naturalmente, doveva sfoggiare tutto il suo guardaroba. Su ogni capo, dal cappellino da baseball ai pantaloni, c’era scritto “Ripper”, ma gli stava meglio (ovviamente) il cuoio borchiato. Si è fatto vedere anche con una maglia da hockey (ovviamente con la scritta Ripper) e il simbolo dei Judas Priest sul petto nei colori del Canada, come si addice a Ripper, canadese doc. La folla era in trance. Quando Ripper si è rivolto al pubblico con “Adesso rallentiamo un po’ la scena con una canzone dall’album “Stained Class” e voleva chiedere al pubblico di indovinare quale fosse, la platea ha ruggito prima ancora che finisse la frase: “Beyond The Realms Of Death!”, e Ripper si è solo girato verso Tipton e gli ha fatto un cenno, visibilmente soddisfatto: “Well, they’ve got it!” È davvero un’esperienza unica vedere Ripper cantare con una facilità del genere l’eredità di Halford. Non so nemmeno come lodarlo abbastanza.

Le due chitarre acustiche, rimaste per un po’ ad aspettare sul palco, la band le ha usate per “Diamonds And Rust”, “Beyond The Realms Of Death” e “Hell Is Home”. Oltre a quest’ultima, dall’ultimo disco hanno suonato anche l’assassina “One On One”.

Un po’ goffo, per quanto riguarda il suono, è stato “Turbo Lover” (nella versione originale le chitarre sono suonate attraverso i sintetizzatori), ma a Ripper ha fatto abbastanza bene rilassare un po’ le corde vocali, visto che poi è arrivata “Painkiller”. Per il resto, l’audio del concerto dei Judas Priest era perfetto.

Anche i brani dal taglio thrash, “Blood Stained” e “Burn In Hell”, hanno trovato il loro posto giusto in scaletta e con la loro aggressività hanno contribuito alla messa in scena di una vera marcia satanica, conclusa dal celebre rombo. “Vrooommm, vrooooom…”, il faro di una Harley Davidson sul palco al buio. Ripper in sella, come un bambino che ha appena ricevuto un lecca-lecca, si divertiva da matti. La band ha attaccato con “Painkiller”, la gente subito con le mani in aria, la sala ha tremato sotto il rombo della doppia cassa di Scott Travis e un altro classico dei Priest è esploso nella notte. Così si è chiusa la parte principale dell’esibizione.

Il primo bis si è aperto con l’intro di “Screaming For Vengeance”. “The Hellion” è sfociata naturalmente in “Electric Eye”. La band sapeva che senza “Electric Eye” il pubblico li avrebbe linciati di sicuro. La sorpresa è arrivata con “United”, mentre il primo bis si è chiuso (ormai da anni è prassi dei concerti dei Judas Priest) con “Living After Midnight”.

La folla ne voleva ancora. “Priest, priest,…!” rimbombava nella sala e i ragazzi sono tornati ancora una volta sul palco e con la mitica “Hell Bent For Leather” ci hanno portati dritti nei tardi anni Settanta. Dopo un intro velocissimo, Glenn si è concesso un po’ di piaceri sul tremolo della sua famosa chitarra Hammer, poi lui e K.K. si sono piazzati uno accanto all’altro e hanno messo in scena la celebre posa, immortalata tante volte nella storia della band con la macchina fotografica o addirittura a disegni. Chiome fino a terra, chitarre a destra e a sinistra, riff fino alla fine, uauuuuu….sto sognando? Quel primo aprile la band era davvero di buon umore e in gran forma. Forse ha giovato proprio un giorno di riposo (il concerto precedente l’avevano fatto il 30.03.2002 a Vienna).

Che repertorio e che esibizione!!! Leggende!!!

foto: Milan “Dr. Evil” Krušič


“Marcia satanica a Graz!” (2002)

Era uno di quei rari giorni di sole di aprile. Partire per Graz già alle 11:30 è stata una decisione molto furba, perché per via delle feste c’era una lunga coda di auto al confine in direzione Austria. Abbiamo aspettato due ore per passare. Nel frattempo ho avuto un serio problema: dove andare a fare pipì. Ero circondato da un’autostrada piena di auto e di gente frustrata che aspettava di avvicinarsi al confine. Pensavo che sarei esploso. Alla fine mi sono liberato di tutti quegli occhi che mi fissavano e ce l’ho fatta. Ma non fraintendetemi, per me era una questione di vita o di morte.

Graz alle 16:00 era un posto pigro e noiosissimo. All’Orpheum non c’erano segni di vita, a parte il tizio che vendeva biglietti a prezzo salato, 35 euro. Le porte della sala si sono aperte alle 19:30 e il concerto doveva iniziare alle 20:00.

La band locale di supporto per me è stata qualcosa di molto speciale. Non sono riuscito nemmeno a capire come si chiamasse. Beh, i chitarristi erano gemelli. Stesso look, stesse movenze, perfino la stessa pettinatura, e in più la stessa copia di Gibson “les Paul”. Usavano riff stoner, e la maggior parte di quei riff passava attraverso il wah-wah. Si nascondevano dietro il wah-wah, regalandoci una melodia poverissima. Non si è sentito nemmeno un assolo. Quello che abbiamo visto era anche una batteria minuscola e fuori standard, accanto a una scatola interessante. Quella scatola era una drum & bass machine. Quel computer faceva da ritmica di base e copriva la batteria. Insomma, chi ha bisogno della batteria?
Il tizio alla voce aveva l’aspetto di uno che è appena caduto, sfortunatamente, giù da una scala mobile. Tutte le mosse che faceva sul palco mi hanno convinto che è innamoratissimo di nu-metal e rap. Tutto il suo “canto” (meglio dire parlato a voce alta in tedesco) mi ricordava i celebri discorsi estatici di Hitler, di tanto tempo fa. Così il pubblico diventava di minuto in minuto più impaziente e frustrato per colpa di quei tizi che “ce la mettevano proprio tutta” per scaldare la gente. Sono partite perfino delle urla (in ogni sorta di lingua): “Go fuck yourselves!” E l’unico momento che ci siamo goduti in tutto il concerto è stato quando finalmente hanno lasciato il palco. Oh, che liberazione.

Poi il tempo del grande botto è arrivato. Uauu, “Metal Gods” alle 21:10! E i veri dèi del metal erano di nuovo con noi. Il pubblico è impazzito del tutto. Ok, ok, solo le prime file. Senza nessun “Hello” sono andati avanti con “Heading Out To The Highway”. Ero davvero contento della scelta della band di rimettere in scaletta “Heading Out…” e “Desert Plains” (entrambe dall’album “Point Of Entry”). “Desert Plains” è arrivata più tardi nello show ed è stata suonata in modo molto più veloce rispetto alla versione originale su disco.

Ripper era davvero un ripper. Screaming altissimi, ne sparava anche cinque di fila uno dopo l’altro (quando ascolti le versioni originali dei pezzi, di solito c’è un solo scream di Rob). Quando la band è arrivata alla fine di “Victim Of Changes”, Ripper ha lanciato uno scream davvero lungo e altissimo e ha dimostrato di essere un vero rivale per Rob Halford e la sua eredità nei Judas Priest (per tutti voi che ancora pensate che Rob sia l’unica scelta per i Judas Priest). Ripper ha fatto il suo lavoro alla perfezione. Tutte le sequenze davvero difficili da cantare, che sappiamo tutti che solo Rob riesce a fare, a Ripper sembravano una passeggiata. Hail to you Ripper e bentornato a bordo! Tra Ripper e il pubblico si è creata una comunicazione bellissima, con strette di mano continue durante lo show. A un certo punto Ripper si è girato verso il pubblico con: “Now we will slow down a little bit with a song from our Stained Class album!” E ancora prima che riuscisse a far partire il gioco a indovinare, ha ricevuto la risposta: “Beyond The Realms Of Death!” Ripper, soddisfatto della grande reazione, si è semplicemente girato verso Glenn e ha detto: “Well, they’ve got it!” Ripper si è anche travestito qualche volta. Beh, aveva un cappellino da baseball con la scritta “Ripper”, una cintura con sopra “Ripper”, perfino una maglia da hockey ancora con “Ripper” stampato dietro, ma soprattutto era il cuoio (ovviamente con la scritta “Ripper”) a renderlo vero.

Sul palco c’erano due chitarre acustiche, usate durante “Diamonds And Rust”, “Beyond The Realms Of Death” e “Hell Is Home”. E oltre a “Hell Is Home”, la band ha picchiato duro anche con “One On One” (basata sul fantastico riff assassino dell’intro) dall’LP “Demolition”.

Il suono per tutto lo show è stato perfetto. Solo in un momento è sembrato un po’ più debole. Durante “Turbo Lover”. Forse perché ho sempre in testa quelle tastiere (della versione originale su LP) suonate attraverso le chitarre, e dal vivo non c’erano. Ripper ha potuto rilassarsi un po’ prima del gran finale.

Le luci si sono spente. Ed è comparsa una luce sola. Era il faro di una Harley Davidson e si sentiva: “Wroooommm, wroooooom,…!” Ripper in moto si divertiva come un bambino che ha appena ricevuto una caramella. Dopo un po’ è detonata la doppia cassa di Scott (con un gran rullo d’introduzione prima). Era “Painkiller”, un altro classico dei Judas Priest. Le teste hanno ripreso a rotolare, il pubblico è impazzito del tutto, mentre la parte principale del concerto finiva.

Il primo bis è cominciato con “Hellion” e (ovviamente) “Electric Eye”, seguite da una delle sorprese di quella sera, “United”, e chiuso dal classico finale “Living After Midnight”.

Ma il pubblico voleva che i Priest tornassero: “Priest, priest…!” E loro hanno avuto un’altra cosa in arrivo. E quella cosa era “Hell Bent For Leather”. Intro suonato in fretta, seguito dalle mani magiche di Glenn sul tremolo. Per un attimo ho pensato che non si sarebbe mai fermato, tutti i cannoni spianati. Dopo l’intro di Glenn, K.K. lo ha raggiunto fianco a fianco. Nel celebre stile dei Judas Priest, che è quasi parte della storia dell’heavy metal, i ragazzi hanno portato il loro show alla fine.

Dopo il concerto, tutta la band è venuta dai fan in prima fila a stringere mani. Perfino Ian, sempre un po’ timido e introverso. Beh, è stato un repertorio davvero grandioso e soprattutto un concerto fantastico. Vedere i Judas Priest dopo 35 anni ancora al top. Dèi del metal, rivoluzione e per me il primo nome dell’heavy metal, grazie di tutto e spero di rivedervi presto!

foto di Milan “Dr. Evil” Krušič

Scaletta

1. Metal Gods
2. Heading Out To The Highway
3. Touch Of Evil
4. Blood Stained
5. Victim Of Changes
6. One On One
7. Diamonds And Rust
8. Green Manalishi (With The Two Pronged Crown)
9. Beyond The Realms Of Death
10. Burn In Hell
11. Hell Is Home
12. Breaking The Law
13. Desert Plains
14. Turbo Lover
15. Painkiller
—primo bis—
16. The Hellion
17. Electric Eye
18. United
19. Living After Midnight
—- secondo bis— 20.
Hell Bent For Leather
===taped outro===
21. Lost And Found

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